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RASSEGNA STAMPA
Rassegna stampa n. 920 del 15/09/2014
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Rassegna stampa

a cura di Maria Rita Cosliani – Eufemia G.Budicin – Stefano Bombardieri

N. 920 – 15 Settembre 2014
    

Sommario


256 - Avvenire 09/09/14 Dalmazia: Zara, l’asilo italiano di esuli e rimasti che piace ai croati (Lucia Bellaspiga)
257 - La Voce del Popolo  13/09/14 Sostegno all'asilo di Zara (Ilaria Rocchi)
258 - La Voce del Popolo 06/09/14 Asilo di Zara, sciolti i nodi finanziari Si punta ora a una sezione scolastica
259 –  Il Giornale 07/08/14 La sinistra vuole cancellare i Legionari (Fausto Biloslavo)
260 - Il Quotidiano Fvg.it 18/08/14 Commemorazione della strage di Vergarolla a Pola (Fabrizio Somma)
261 - La Voce del Popolo  19/08/14 Strage di Vergarolla una cicatrice indelebile (Daria Deghenghi)
262 - Futuro Quotidiano 18/08/14 Vergarolla, la strage dimenticata (Carla Cace)
263 - L’Arena di Pola 21/08/14  18 agosto 2014: un salto di qualità istituzionale (Paolo Radivo)
264 - Il Piccolo 31/08/14 «Via il nome di Tito da strade e piazze (Mauro Manzin)
265 - Corriere della Sera  03/09/14  Lettere a Sergio Romano: La guerra civile nella Jugoslavia del 1945. (Sergio Romano - PaoloTempo)
266 - Il Piccolo 07/09/14 Record di iscrizioni  nella scuola italiana (p.r.)
267 - Il Piccolo 07/09/14 Vogatori di Umago  in trasferta a Venezia  per la regata storica (p.r.)


Rassegna Stampa della ML Histria anche in internet ai seguenti siti  :
http://www.arenadipola.it/
http://10febbraiodetroit.wordpress.com/
http://www.adriaticounisce.it/


256 - Avvenire 09/09/14 Dalmazia: Zara, l’asilo italiano di esuli e rimasti che piace ai croati (Lucia Bellaspiga)

Dalmazia
Zara, l’asilo italiano di esuli e rimasti che piace ai croati
 ZARA (CROAZIA)
 Un anno fa, quando si riaprì a Zara, sulla sponda oggi croata dell’Adriatico, la prima scuola italiana di tutta la Dalmazia, a rompere il ghiaccio fu la direttrice croata, Snježana Šuša: «Chiamatemi Gianna». Ci erano voluti 60 anni perché nella 'Dresda dell’Adriatico' (54 bombardamenti aerei dal 1941 al 1944) potesse riaprire i battenti una scuola italiana, l’asilo paritario 'Pinocchio'. Un esperimento così riuscito che per il prossimo anno potrebbe fare da volano per una prima elementare italiana all’interno della vicina scuola primaria croata.
 Soddisfatta la comunità degli oltre 500 italiani di Zara, discendenti della popolazione residente prima dell’occupazione jugoslava, soddisfatte le famiglie (italiane e croate) che hanno iscritto i loro bambini, ma soddisfatto anche il sindaco croato Božidar Kalmeta, perché la città ha bisogno estremo di posti alla materna, tant’è che la municipalità destina il 10% del bilancio agli asili comunali e un 4% a quelli privati paritari.
 L’avvenimento è storico, visto il contesto (migliaia di zaratini sparirono durante e dopo la seconda guerra mondiale, gettati in foiba o annegati con una pietra al collo dai comunisti di Tito), e deriva dalle estenuanti trattative con cui Maurizio Tremul, presidente dell’Unione Italiana di Fiume, ha finalmente ottenuto l’attuazione di un trattato italo croato del 1996, che prevede il diritto per le minoranze di aprire scuole in lingua italiana (prima del ’96 si poteva in Istria ma non in Dalmazia).
 «La bella notizia – spiega da Padova l’imprenditore Franco Luxardo, sindaco del Libero Comune di Zara in Esilio – è che ora potremmo aprire una seconda sezione di asilo, accogliendo il doppio degli attuali 27 bambini italiani e croati, e poi proseguire con una sezione italiana entro le elementari croate». Tutto dipende dal Comune, che dovrebbe approvare progetti e stanziamento. Tre infatti i finanziamenti che hanno reso possibile il piccolo miracolo di 'Pinocchio': dall’Unione Italiana che ha comprato il grande stabile, dal Comune croato che stipendia gli insegnanti e dalla Regione Veneto. «Un successo per Zara e un atto di civiltà», un anno fa le autorità croate e italiane definirono l’inaugurazione di 'Pinocchio', ma allora non si sapeva come sarebbe finita. «Oggi è una scuola modello, attrezzata, qualificata », spiega Luxardo, laboratorio di quella Europa di cui si parla tanto nei Palazzi, ma che diventa realtà solo dove la gente la vive.   Luxardo: «Ora doppia materna e una nuova elementare». Evento di portata storica nella città martire
 Lucia Bellaspiga
257 - La Voce del Popolo  13/09/14 Sostegno all'asilo di Zara

Sostegno all’asilo «Pinocchio» di Zara

Scritto da Ilaria Rocchi

DIGNANO Lunedì prossimo il presidente della Giunta esecutiva dell’Unione Italiana, Maurizio Tremul, potrà versare sul conto dell’Istituto prescolare “Pinocchio” di Zara 152.600 kune, ossia 20mila euro, sottoforma di prestito senza interessi, per risolvere in maniera permanente la necessaria disponibilità di cassa. La manovra, frutto del recente incontro tra i vertici dell’UI, la direzione dell’IP e la Comunità degli Italiani di Zara, è stata accolta dalla Giunta esecutiva, riunita ieri sera a Palazzo Bradamante, per la seconda sessione ordinaria di questo mandato. I relativi fondi verrano repertiti dai mezzi sul conto dell’UI derivanti dalle entrate proprie (già spese di gestione di cui alle Convenzioni MAE-UI).
L’asilo Pinocchio di Zara aveva chiesto all’UI uno stanziamento straordinario per superare un problema derivante dalle diverse dinamiche e modalità di erogazione dei fondi, e non per lacune nella struttura finanziaria delll’Asilo “Pinocchio”, che non ha problemi di bilancio, come ribadito ieri sera, nel senso che le entrate previste sono sufficienti a coprire tutti i costi di gestione e del personale. Il problema è costituito dalla liquidità, ossia dalla disponibilità di cassa, assicurata già dallo scorso anno dall’UI autonomamente. “Ciò sta a dimostrare che il Preventivo per il 2014 è stato redatto in maniera corretta e che con il contributo della Regione Veneto, che arriverà entro l’anno in corso e che dovrà quindi essere contabilizzato nella sua interezza, l’Asilo privato Italiano ‘Pinocchio’ di Zara chiuderà l’anno in pareggio o addirittura con un piccolo utile. Quindi gli allarmi inviati fino ad ora non riguardano la ‘quadratura’ del bilancio preventivo e consuntivo, ma una evidente questione di liquidità”, ha fatto notare Tremul.

Compiti degli insegnanti

L’incontro con la Comunità degli Italiani di Dignano, rappresentata da Sandro Manzin, a capo della Giunta esecutiva del sodalizio (il presidente Livio Belci si trova nella Repubblica Ceca con gli attivisti per un festival internazionale del folklore), si è svolto in maniera sciolta (chiesto solo di accelerare il passaggio della periferica di Gallesano sotto l’Elementare dignanese). Diverse le tematiche scolastiche toccate ieri, e che hanno visto l’esordio del nuovo titolare di settore, Corrado Ghiraldo. Tra l’altro, si è accennato all’esito del dibattito che si è svolto all’interno della rete della Comunità nazionale italiana in Croazia sulle modifiche e integrazioni al Regolamento sui compiti di lavoro settimanali degli insegnanti e dei collaboratori professionali nelle elementari, come pure sull’aggiornamento della Legge sull’educazione e istruzione nelle scuole elementari e medie superiori. Il mondo della scuola CNI richiede pure il rispetto del bilinguismo nella documentazione scolastica, come pure iol suo riconoscimento nell’ambito delle norme settimanali degli insegnanti. Le osservazioni e le proposte degli operatori CNI, coordinate dall’UI, sono rimaste pressocché senza risposta da parte delle autortià ministeriali di Zagabria. L’UI pertanto chiederà di avere prossimamente un colloquio con il nuovo ministro dell’Istruzione, Vedran Mornar, anche considerato che con il predecessore di quest’ultimo non si era riuscito a trovare sintonia.

Titoli conseguiti all’estero

Un altro dibattito si sta per concludere il 17 ottobre e riguarda i titoli e le qualifiche professionali conseguiti all’estero. L’UI invita tutti i diretti interesati a inoltrare le eventuali osservazioni entro il 30 settembre, in modo da redigere quindi un documento unico che accoglierà tutte le esigenze e indicazioni da sottoporre quindi al competente ministero. C’è già una lista di docenti che lavorano nelle scuole della CNI e che attualmente non possono procedere con l’esame di stato e regolamentare la loro posizione.

Viaggi d’istruzione scolastici

Esaminate anche le novità nel campo dell’organizzazione delle escursioni e dei viaggi d’istruzione scolastici, novità che comporteranno un ripensamento - leggi un adeguamento - delle uscite didattiche che tradizionalmente vengono promosse dall’Università Popolare di Trieste e dall’UI nell’ambito della collaborazione tra i due enti.

Nominati i membri di competenza dell’Unione Italiana della giuria internazionale dell’Ex Tempore di Grisignana. Si tratta dei critici d’arte Majda Božeglav Japelj, di Pirano, Lorella Limoncin Toth, di Buie, ed Eugen Borkovsky, di Grisignana, cui si uniranno quelli proposti dall’UPT. Disco verde pure alla commissione giudicatrice della XIV Gara d’italiano per le medie superiori, che insieme con quella per le elementari - di competenza del mensile “Arcobaleno” dell’EDIT -, si terranno a novembre presso la Scuola elementare “Bernardo Benussi” di Rovigno: Maria Bradanović, presidente, Rosalia Massarotto e Lorena Chirissi.

Infine, un altro appuntamento della serie “La scuola incontra...” vedrà protagonista il medio chirurgo Alberto Pellai, che si svolgerà nell’ambito della lectio magistralis per le educatrici di scuola materna di tutta la Croazia sul tema della prevenzione degli abusi sui minori, organizzata dal centro assistenza genitori “Rastimo zajedno”.


258 - La Voce del Popolo 06/09/14 Asilo di Zara, sciolti i nodi finanziari Si punta ora a una sezione scolastica

ZARA | “È stata una tappa molto gratificante per me e per la professoressa Norma Zani. Abbiamo conosciuto una realtà educativa-pedagogica molto bella, qualificante, stimolante e molto emozionante. Gli aspetti amministrativi, burocratici, li abbiamo incanalati, con pieno consenso dei partecipanti alla riunione, nella direzione che porterà all’asilo ad operare in tranquillità, ponendoci degli obiettivi futuri ambiziosi e importanti sui quali poter lavorare”. Con queste parole il presidente della Giunta Esecutiva dell’Unione Italiana, Maurizio Tremul, riassume i risultati della visita di lavoro, fatta insieme alla professoressa Norma Zani, all’asilo privato il lingua italiana “Pinocchio”.
Centrati i due obiettivi
Due erano gli obiettivi principali della puntata in Dalmazia degli esponenti dell\'UI: il primo era vedere di persona come procede l’inizio dell’anno scolastico e il secondo analizzare le questioni finanziarie e burocratiche dell’istituzione prescolare in lingua italiana. “Di persona abbiamo potuto appurare che l’asilo funziona ottimamente, abbiamo parlato con i bambini, con le educatrici, e globalmente ci siamo fatti un’impressione estremamente positiva, di serenità. L’asilo ha tutte le condizioni, sia strutturali che quelle pedagogiche-istruttive, per operare in maniera eccellente. La direttrice Snježana Šuša ci ha confermato che dal punto di vista educativo, l’asilo opera senza nessun tipo di ostacolo, i bambini sono contenti, i genitori altrettanto e quindi tutto procede come auspicato”, ha sottolineato il presidente della Giunta, Maurizio Tremul.

Liquidità, problemi da risolvere

Come spiegatoci dal presidente dell\'Esecutivo, gli unici problemi riscontrati sono rappresentati dalla questione relativa alla liquidità finanziaria, scaturita dal fatto che gli enti finanziatori dell’asilo hanno tempi burocratici-amministrativi diversi di erogazione delle risorse. Quindi i fondi assicurati giungono con scadenze differenti, il che ha come conseguenza problemi di liquidità. “Per quanto riguarda la questione della liquidità, questa è data dal fatto che una parte di contributi arriva più tardi – ci spiega Tremul. – I tempi burocratici della Regione Veneto, nei confronti della quale siamo profondamente grati per l’aiuto dato, sono tali che i 22.200 euro stanziati per l’asilo arriveranno nel mese di settembre”. Non per questo verrà messo in pericolo il corretto funzionamento delle attività. L’UI, infatti, è pronta a sostenere l'istituzione prescolare. “L’Unione Italiana verrà incontro alle necessità dell’asilo, girando immediatamente i 20 mila euro – che la CI di Zara deve all’UI come prestito concordato lo scorso anno per l’acquisto degli arredi, finanziati dalla Regione Veneto, ma anticipati dall’Unione – all’Asilo di Zara. La delibera andrà in Giunta venerdì prossimo; uno dei punti sarà l’erogazione di questa somma all’asilo Pinocchio, della quale richiederemo la restituzione, in modo da potere dare alla scuola materna la liquidità necessaria in attesa dell’arrivo dei fondi previsti. Nel frattempo abbiamo saputo che l’UPT a fine agosto ha stanziato un contributo straordinario di 8.300 euro per l’asilo, che non era necessario perché il finanziamento di 15 mila euro copre le necessità previste, ma che permetterà di avere ulteriori fondi a disposizione per le attività.

Nel 2015 la seconda sezione

Ricordiamo che il budget dell’istituzione prescolare il lingua italiana di Zara è di circa 724 mila kune annue, delle quali 240mila provengono dalle quote pagate dai genitori, 193mila dalla Città di Zara per gli stipendi delle due educatrici, 173mila dalla Regione Veneto e 114mila dall’Unione Italiana. Grazie a questi finanziamenti l’asilo può lavorare serenamente e, come spiegatoci da Maurizio Tremul, non vi è, per ora, il bisogno di assumere ulteriore personale. Del personale dovrà essere assunto nel 2015, due educatrici per la precisione, quando dovrebbe nascere la seconda sezione. “Per il 2015 faremo richiesta per l\'apertura della seconda sezione e chiederemo la copertura alla Città di Zara per altre due educatrici. Purtroppo non la si è potuta aprire adesso perché non era stata inserita nel bilancio della Città. Lavoreremo tutti insieme affinché per il prossimo anno venga approvato il finanziamento di ulteriori due educatrici, cosa che potrebbe comportare che l’attuale direttrice svolga la funzione di educatrice a metà orario e quindi ci sia una razionalizzazione dei costi”, ha spiegato Tremul.

Verso un'elementare italiana?

Dalla giornata di ieri è scaturita una proposta molto interessante, certamente ardua, ma non impossibile. “Tenuto conto che vi sono 13 bambini in età prescolare che finiranno l’asilo quest’anno, abbiamo lanciato la proposta che la Comunità degli Italiani locale, sostenuta dall’UI, avvii presso la Città di Zara la procedura per l’apertura nell’adiacente scuola croata, di una sezione in lingua italiana della prima classe elementare. Lavoreremo insieme per raggiungere questo obiettivo per poi magari arrivare un giorno fino alle prime classi elementari in lingua italiana. Ci rendiamo conto che è un passo importante, però credo che non necessiti di finanziamenti aggiuntivi a quelli esistenti. Tenendo conto poi che il Dipartimento di Italianistica dell’Università di Zara sforna ogni anno un numero sufficiente di docenti che possono insegnare in lingua italiana in questa possibile futura nuova sezione, la questione potrebbe avere un futuro roseo. L’UI sarebbe assolutamente favorevole a questa soluzione. Ciò rappresenterebbe un ulteriore passo nell\'attuazione dell’accordo bilaterale italo-croato sulla protezione delle minoranze del 1996”, ha evidenziato il presidente della Giunta dell’UI. Certamente una bella scommessa, che se vinta, porterebbe un altro “trofeo” prestigioso nella bacheca dei successi dell’UI

259 –  Il Giornale 07/08/14 La sinistra vuole cancellare i Legionari
La sinistra vuol cancellare i Legionari

Schiaffo a D'Annunzio, petizione a Ronchi per cambiare nome al paese e sostituirli coi Partigiani.

"No" del sindaco Pd

Gabriele D'Annunzio si starà rivoltando nella tomba. Il Vate viene cancellato dal logo del comune di Pescara, la sua città. E nel Nord Est un comitato di sinistra raccoglie firme per trasformare «Ronchi dei Legionari» in «Ronchi dei Partigiani».
 
Dalla cittadina di 12mila anime, in provincia di Gorizia, partì la celebre impresa di Fiume del poeta guerriero. Il gruppo nato su Facebook ha incassato l'entusiastico appoggio dell'Associazione nazionale partigiani, ex senatori comunisti, circoli Arci locali e altre anime. Per ora «Ronchi dei partigiani» conta su Facebook solo 706 mi piace, ma il gruppetto nato lo scorso anno ha già messo a segno la cancellazione della cittadinanza onoraria a Benito Mussolini. Forti del successo, si sono lanciati nella missione di stravolgere la storia sostenendo che per la città è ben più importante la medaglia d'argento per la lotta partigiana conferita nel 1993. E per ottenere il cambio raccolgono firme per arrivare al referendum.
Ronchi si chiama dei Legionari perché l'11 settembre del 1919, prima dell'avvento al potere del fascismo, D'Annunzio arrivò in città iniziando l'impresa di Fiume. Circa 2600 Granatieri di Sardegna avevano ricevuto l'ordine di ritirarsi dal capoluogo del Quarnaro nonostante le suppliche della popolazione e le manifestazioni di italianità. I soldati furono acquartieriati a Ronchi, ma un gruppo di ufficiali scrisse un accorato appello a D'Annunzio: «Noi abbiamo giurato sulla memoria di tutti i morti per l'unità d'Italia: Fiume o morte! L'Italia non è compiuta. In un ultimo sforzo la compiremo». Il Vate ruppe gli indugi e febbricitante raggiunse Ronchi per guidare i Granatieri ribelli. Altri volontari e reparti di bersaglieri che dovevano fermare gli ammutinati ribattezzati «legionari» si unirono alla colonna del Vate che il 12 settembre 1919 entrò a Fiume e proclamò l'annessione al Regno d'Italia. Ronchi, grazie ad un Regio decreto del 1925, divenne «dei Legionari» per ricordare la storica impresa. «Dopo aver ottenuto la revoca della cittadinanza onoraria a Mussolini – ha sottolineato sulla stampa locale Luca Meneghesso - adesso è il momento di mettere seriamente in discussione la denominazione dei Legionari. Si tratta di una battaglia per la dignità e per l'antifascismo che ha raccolto diverse adesioni di personalità del mondo della cultura e dello spettacolo». Fra questi Alesandra Kersevan, che considera le foibe una specie di comprensibile vendetta contro i fascisti e il discusso scrittore della minoranza slovena Boris Pahor. Il 25 luglio l'ex senatore comunista, Silvano Bacicchi, presentando un suo libro a Ronchi, ha caldeggiato l'iniziativa di cancellare il ricordo dei legionari di D'Annunzio. I promotori ricordano che su 175 caduti del luogo, durante la Seconda guerra mondiale, ben 147 erano partigiani.
In tutta risposta è sorto il «Comitato per Ronchi dei Legionari» che difende il nome storico. La pagina Facebook ha già 4.723 fan e gli organizzatori sfidano i rivali raccogliendo firme contro Ronchi dei Partigiani. Il sindaco del Pd, Roberto Fontanot, ha preso le distanze dai revisionisti di sinistra sostenendo di essere contrario al nome «dei Partigiani» perché «è un tirare per la giacchetta la storia». Il primo cittadino ricorda che molti dei Legionari hanno poi «abbracciato il movimento antifascista». E pure fra i morti delle Fosse Ardeatine c'erano due volontari dell'impresa di Fiume di D'Annunzio. La Lega nazionale di Trieste, che dai tempi dell'irredentismo difende l'italianità, ha bollato, «senza se e senza ma» l'idea del cambio del nome «come una proposta grottescamente antistorica, degna dell'Enciclopedia Sovietica

Fausto Biloslavo

260 - Il Quotidiano Fvg.it 18/08/14 Commemorazione della strage di Vergarolla a Pola.

Presidente consiglio regionale Fvg Iacop a commemorazione strage Vergarolla a Pola

“Una presenza doverosa per condividere, nel segno della pietà, con gli italiani rimasti e con gli esuli, il lutto e il dolore per quelle morti innocenti e parallelamente l’istanza ad approfondire e studiare ulteriormente le cause e le modalità della strage che fu uno degli episodi più cupi del secondo dopoguerra, ma anche le vicissitudini della popolazione autoctona italiana, la tragedia dell’esodo e quel complesso momento storico nella sua interezza”. È con queste parole che il presidente del Consiglio regionale,Franco Iacop, ha voluto ribadire la vicinanza della Regione Friuli Venezia Giulia ed esprimere il cordoglio ai parenti dellevittime prendendo parte all’odierna commemorazione della stragedi Vergarolla, la spiaggia di Pola dove 68 anni fa l’esplosione di materiale bellico uccise una settantina di persone e ne ferì centinaia. “E’ un contesto totalmente modificato quello dell’Europa allargata verso Est” – ha affermato il presidente durante la commemorazione – “che aprendosi, potrà assecondare i cambiamenti e aiutare a camminare in maniera consapevole e trasparente sulla strada mai abbandonata da queste comunità: la strada diretta a mantenere vive le radici della lingua e delle tradizioni e la memoria delle vittime, per una rinascita nella concordia e nel giusto ricordo: in questa direzione mi sento di affermare il pieno sostegno del Friuli Venezia Giulia, espresso dalla presenza del Consiglio regionale”. Alla messa in italiano nel duomo della città, officiata da monsignor Desiderio Staver, è seguita la deposizione di corone davanti al cippo memoriale nell’attiguo parco Vittime di Vergarolla. A prendervi parte, oltre al presidente Iacop, molte autorità, sia croate che italiane. Tra questi il console onorario d’Italia a Fiume Renato Cianfarani, rappresentanti dell’Ambasciata d’Italia a Zagabria, il deputato croato Furio Radin presidente dell’Unione Italiana di Croazia e Slovenia e il sindaco della città di Pola Boris Miletic, oltre a Tullio Canevari, sindaco del Libero Comune di Pola in esilio, a Fabrizio Radin presidente della Comunità degli italiani di Pola e ad altri suoi esponenti. Un saluto ufficiale è giunto anche dalla vicepresidente della Camera dei Deputati, Marina Sereni, e dagli onorevoli Laura Garavini e Ettore Rosato, saluto portato ai presenti dal presidente dell’Università popolare di Trieste

Fabrizio Somma.

261 - La Voce del Popolo  19/08/14 Strage di Vergarolla una cicatrice indelebile

Strage di Vergarolla una cicatrice indelebile

Vergarolla, una spiaggia, una strage. Un ricordo indelebile. A sessantotto anni da quel funesto 18 agosto, Pola è tornata a stringersi in semicerchio intorno al cippo nel parco intitolato alle sue vittime, le vittime del maggiore massacro di civili in tempo di pace che la città abbia conosciuto. Pola al completo. In verità, quest’anno il pubblico della commemorazione non è stato numeroso come usava esserlo. Volti noti mancano ormai all’appello, ci si riduce di numero visivamente, volenti o nolenti, di anno in anno, al punto che ormai si fa la conta dei “rimasti” tra sé e sé.
 In compenso, autorità ed istituzioni hanno fatto quadrato per rendere onore a giusta causa. Chi per sentimento autentico di pietà per le vittime innocenti, chi per dovere d’ufficio e chi infine per reiterate esortazioni a unirsi al coro perché, giustamente, il “coro” chiedeva da tempo più considerazione di quanta ne abbia avuta sinora.
 Assiepati dunque in semicerchio intorno al cippo in pietra istriana con il toponimo “Vergarola” scolpito a caratteri cubitali. In prima fila, quest’anno, anche il sindaco di Pola, Boris Miletić, e un altro ex primo cittadino, Valter Drandić, che finora non s’erano fatti vedere, a differenza di un altro loro omologo e predecessore: Luciano Delbianco. Ora Vergarolla è di nome e di fatto una “tragedia di Pola” e “non solo degli italiani di Pola”. Un passo decisivo verso “l’attuarsi di quella fraternità, stima e reciproca comprensione” a lungo auspicata dal Libero Comune di Pola in Esilio, che assieme alla Comunità italiana di Pola da vent’anni in qua ricorda i martiri nel minuscolo parco a fianco del Duomo, sul lato di via Kandler. Ecco dunque Tullio Canevari, sindaco del LCPE, a valutare la giornata di ieri “molto importante”. Importante perché “ci sono i rappresentanti dello Stato italiano, dello Stato croato, autorità diplomatiche, parlamentari, il sindaco, tanti concittadini, italiani e croati insieme”: da notarlo, perché non era mica scontato. La città di Pola, gli italiani rimasti e quelli che sono dovuti andare via, si sono stretti e riabbracciati nel ricordo di una tragedia immane, un’esplosione fuori dal contesto bellico, un massacro di civili in spiaggia in tempo di pace: un ultimo avvertimento per chi ancora non avesse colto il messaggio. Un invito a tagliare i ponti.
In mancanza di cifre più attendibili (ci furono indubbiamente corpi martoriati al punto che non si poterono recuperare), i 65 morti della spiaggia frequentata all’epoca da soli italiani sono tuttavia “onorati in modo incompleto”. Il cippo, è vero, è un elemento simbolico di memoria urbana, storica, collettiva, di grande importanza. Eppure è monco dei nomi che chiedono il dovuto rispetto ciascuno per sé. Ai piedi del cippo c’è solo la targa in ricordo del dottor Geppino Micheletti, il chirurgo, l’eroe, il martire che in spiaggia perse entrambi i figli e ciò nonostante non smise di assistere i feriti giorno e notte in seguito all’accaduto. Accanto al medico, si vuole ricordare tutte le vittime di quella carneficina. Tullio Canevari l’aveva già detto a suo tempo e l’ha ripetuto anche in quest’occasione: è il momento di completare il monumento con altre due pietre d’Istria recanti i nomi dei martiri! La richiesta alle autorità municipali è stata già formulata in forma ufficiale e le autorità, vista anche la presenza del sindaco, sembrano vederla finalmente di buon occhio.
 “Abbiamo accolto la richiesta dell’LCPE di completare il monumento – ha detto Fabrizio Radin – e ora speriamo nell’aiuto della Soprintendenza ai beni culturali per poter esaudire anche questo desiderio”. Saluti e orazioni, infine, da parte del titolare della sede consolare italiana a Fiume, Renato Cianfarani, e dal presidente dell’Università Popolare di Trieste, Fabrizio Somma, il quale ha porto i saluti della vicepresidente della Camera dei Deputati, Marina Sereni e degli onorevoli Laura Garavini ed Ettore Rosato. Tra le autorità, senza mai mancare ad un appuntamento, il deputato italiano al Sabor, Furio Radin. Presente anche il presidente del Consiglio della Regione Friuli Venezia Giulia, Franco Iacop. Commovente il “Requiem” cantato dal coro misto della Lino Mariani all’ombra dei cipressi, e commovente il “Va pensiero” intonato in chiesa al termine della messa di suffragio. Sempre al Duomo, Loretta Godigna ha letto i versi di Aldo Vallini in un “Ricordo dei martiri di Vergarolla”.
 Un’ultima tappa delle commemorazioni del 18 agosto, quella convocata al cimitero comunale di Monte Ghiro. Tradizione vuole che le delegazioni si riuniscano intorno alla tomba della famiglia Saccon, il sepolcro che custodisce a distanza d’anni i resti di ben 26 vittime della tremenda esplosione. Un doveroso minuto di raccoglimento in una giornata di sole calda come quella di 68 anni fa. E poi ancora fiori, tantissimi fiori, anche in questo che è un “luogo di sepoltura reale, importante non meno del luogo-simbolo, il cippo”. Numerosi i polesani che hanno preso parte anche a quest’ultima tappa delle commemorazioni del 18 agosto. Un’occasione, perché no?, per scambiare due parole tra amici, tra polesani, tra concittadini. A prescindere dal luogo di residenza.

Daria Deghenghi

262 - Futuro Quotidiano 18/08/14 Vergarolla, la strage dimenticata

Vergarolla, la strage dimenticata

Ci sono molte vicende oscure della storia che il potere ha voluto paludare. Esistono ingiustizie che ancora gridano verità. Non si contano i morti cancellati per calcoli internazionali. Per molti si tratta di inevitabili “corsi e ricorsi della storia” che non ci toccano da vicino. Eppure tutto questo – e molto altro – hanno vissuto i nostri connazionali sul confine orientale d’Italia prima e dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale.

Istria, Fiume e Dalmazia: nomi di regioni e città che forse non dicono molto alle giovani generazioni ma che, fino a pochi decenni fa, sono state parti integranti dello Stivale. Grazie all’istituzione della “Legge del Ricordo”, nel 2004, si è in parte fatto luce sulla loro storia e, soprattutto, sono stati riconosciuti dalle Istituzioni gli eccidi delle foibe ed il conseguente esodo di circa 350.000 italiani. Ma oltre sessant’anni di silenzio sono difficili da colmare e le drammatiche “storie nella Storia” – completamente dimenticate – sono tutt’oggi numerose. Una in particolare. Della più grande strage di connazionali in tempo di pace della storia della Repubblica italiana, infatti, finora se ne è parlato pochissimo e soltanto in specifici ambienti culturali. L’innegabile e recente merito di averlo portato alla ribalta nazionale è di Simone Cristicchi e Jan Bernas, attraverso un toccante brano dello spettacolo “Magazzino 18”.

La storia

Domenica 18 agosto 1946. La Guerra è da poco finita e l’Istria è occupata dai comunisti del maresciallo Tito. Da anni è in atto la stagione del terrore e della pulizia etnica ai danni degli italiani. Il “lungo esodo” è già iniziato. Ma non da Pola che, ancora, è amministrata dalle truppe britanniche. La morte in questa città viene portata a Vergarolla, una famosa spiaggia gremita di partecipanti in occasione delle locali gare di nuoto. Inizia tutto con un grande boato: scoppiano alcune mine antinave incustodite. Vengono letteralmente polverizzate intere famiglie, il mare si tinge di rosso al punto che per molto tempo nessuno mangerà più pesce: più di un centinaio i morti, di cui solo 64 identificati. Altrettanti i feriti. Non mancano gli atti di eroismo: il dottor Micheletti perde i due figli, ma continua a prestare soccorso per oltre 48 ore. Sarà poi esule, per non trovarsi un giorno a “curare gli assassini della sua prole”.

Le ragioni dell’attentato

Raccontata così, la tragedia potrebbe sembrare una di quelle tante sciagure che avvengono di tanto in tanto. La guerra è cessata da oltre sedici mesi e le mine potrebbero essere esplose per caso. Ma non è la sorte a decidere in questa circostanza. Documentazioni e prove inconfutabili dimostrano che si è trattato, infatti, di una azione delle squadre di sabotatori dell’Ozna, la polizia segreta di Tito. L’intera Pola ha sentimenti italiani, infatti, e la cittadinanza aspira a restare legata alla Madrepatria. Tutti confidano sulle dichiarazioni di principio degli americani, secondo le quali ogni popolo dovrebbe avere “il diritto di poter decidere in piena autonomia del proprio destino”. La riunione di tanta gente sulla spiaggia, al momento della deflagrazione, non è dovuta solo alla gara tenuta della Società “Nautica Pietas Julia”, ma è l’occasione di una manifestazione di italianità. La stessa “Arena di Pola”, il quotidiano cittadino, reclamizza l’evento come filo-italiano.

Le indagini mancate e i documenti ritrovati

All’epoca, sul reale movente e sugli esecutori del vile attentato terroristico si indagò poco e male. Nessuno, forse, aveva la reale intenzione di individuarne con chiarezza le dinamiche. Ci sono volute decine di anni perché dagli archivi inglesi uscisse una documentazione capace, da sola, di fare piena luce. Il comando inglese diede mandato ad una Commissione d’inchiesta di individuare le responsabilità della strage. Quest’ultima giunse a concludere che le mine erano in stato di sicurezza, poiché disattivate e che alcuni testimoni, fra i quali anche un inglese, asserivano che poco prima dell’esplosione avevano udito un piccolo scoppio e visto un fumo blu correre verso le mine. Pertanto, nella relazione finale fu espresso il parere che “gli ordigni sono stati deliberatamente fatti esplodere da persona o persone sconosciute”. Esistono carte, poi, tratte dal “Public Record Office” di Londra tali da togliere ogni dubbio su quei fatti. Della documentazione fa parte una dettagliata informativa, datata 19 dicembre 1946, in cui si imputa chiaramente all’Ozna la paternità della strage. Il messaggio per gli italiani di Pola doveva essere chiaro e forte: restare e accettare il regime comunista, oppure lasciare da esuli l’Istria. E ottengono il risultato voluto. Ne consegue, infatti, il tristemente celebre esodo dalla città, culminato nel febbraio del 1947 con i viaggi del piroscafo “Toscana”.

Conoscere per costruire un futuro migliore

Solo il 18 agosto 2011 è stata posta una stele con i nomi e l’età di quegli innocenti che ancora gridano una giustizia che è stata a loro negata. A tanti anni di distanza dalla strage è un nostro dovere ricordare. E bisogna farlo non solo per la dignità delle vittime, ma per costruire un futuro migliore, impossibile senza la piena consapevolezza del nostro passato.

Carla Cace

263 - L’Arena di Pola 21/08/14  18 agosto 2014: un salto di qualità istituzionale
 
18 agosto 2014: un salto di qualità istituzionale

Quest’anno le cerimonie del 18 agosto a Pola in memoria delle vittime della strage di Vergarolla, benché meno articolate e un po’ meno partecipate di quelle del 2013, hanno fatto un salto di qualità sul piano istituzionale.

La prima volta del sindaco di Pola

Alla onoranze presso il cippo in Largo Vittime di Vergarolla hanno assistito per la prima volta il sindaco di Pola Boris Miletić, il presidente dell’Assemblea della Regione Istriana (ed ex sindaco di Pola) Valter Drandić, il presidente del Consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia Franco Iacop, l’incaricato d’affari dell’Ambasciata d’Italia a Zagabria Luca Laudiero, l’on. Gian Luigi Gigli (Scelta Civica) e il consigliere provinciale di Pordenone Stefano Turchet (Lega Nord), oltre che la vicepresidente dell’Associazione delle Comunità Istriane e segretaria della Comunità di Lussinpiccolo Licia Giadrossi, la presidente del Comitato ANVGD di Padova Italia Giacca, l’assessore del Libero Comune di Zara in Esilio - Associazione dei Dalmati Italiani nel Mondo Rachele Denon Poggi, Mariella Zorzet in rappresentanza della Fameia Capodistriana (Unione degli Istriani), la componente del Consiglio direttivo sia dell’Associazione delle Comunità Istriane sia della Comunità di Cittanova Carla Pocecco, la giovane direttrice artistica dei Laboratori musicali “Arena International” di Pola Tatiana Šverko, la nota scrittrice e linguista polese Nelida Milani, nonché lo scultore polese esule Walter Mocenni.
Gradite riconferme sono state quelle del console generale d’Italia a Fiume Renato Cianfarani, del presidente dell’Unione Italiana e deputato della nostra minoranza in Croazia Furio Radin, della vicepresidente della Regione Istriana Viviana Benussi, del presidente della Comunità degli Italiani e vice-sindaco di Pola Fabrizio Radin, del presidente dell’Università Popolare di Trieste Fabrizio Somma, del console onorario d’Italia a Pola Tiziano Sošić, della presidente della sezione polese della Società “Dante Alighieri” Silvana Wruss, del presidente del Circolo di cultura istroveneta “Istria” Livio Dorigo, del segretario della Comunità di Piemonte d’Istria e membro del direttivo dell'Associazione delle Comunità Istriane Franco Biloslavo, del presidente dell’Associazione culturale “Cristian Pertan” Manoel Bibalo, del vicepresidente della Famìa Ruvignìsa (Unione degli Istriani) Gabriele Bosazzi e della connazionale polese Claudia Millotti. Fra gli altri partecipanti vi erano sia esuli che rimasti, rispettivi discendenti, familiari e simpatizzanti. Nutrita come sempre la delegazione del Libero Comune di Pola in Esilio.

 Ricollocata la foto di Geppino Micheletti
 Una novità rilevante è stata la ricollocazione della fotografia (danneggiata oltre un anno fa e asportata la scorsa primavera) del dottor Geppino Micheletti, «cittadino benemerito di Pola», sulla targa che dal 2007 affianca il cippo. La richiesta in tal senso, avanzata su “L’Arena” di luglio dall’assessore Silvio Mazzaroli a nome dell’LCPE dopo vari contatti informali, è stata esaudita dallo stesso Fabrizio Radin tre giorni prima.
La cerimonia ufficiale è iniziata con il Padre nostro e l’Eterno riposo recitati da mons. Desiderio Staver davanti al monumento. E’ seguita la deposizione di quattro corone di fiori: quella del Consolato generale d’Italia a Fiume, quella dell’LCPE, quella della CI di Pola e quella del Circolo “Istria”. I discorsi sono stati ancora più brevi del solito.

 Sì all’integrazione del cippo
 «Questa – ha esordito il sindaco dell’LCPE Tullio Canevari – è una giornata molto importante. A ricordare i morti ci sono le autorità tanto dello Stato italiano quanto dello Stato croato e tutta la città di Pola: sia di noi che dovemmo andare via e non vi abitiamo più, sia di chi è rimasto e vi abita, sia dei croati. E’ qui con noi il sindaco di Pola: si tratta di un segnale di collaborazione che continuerà anche negli anni a venire. Questo monumento onora le vittime in modo incompleto: mancano i nomi. Auspico che, con la collaborazione della Città di Pola, possa essere completato con l’affiancamento di due pietre che li riportino».
«Le istituzioni – ha detto Renato Cianfarani – devono ricordare, perché la storia non si ripeta. E’ bello che vi siano rappresentanti di tutti i Paesi. Mi sento molto onorato di essere qui. Le istituzioni sono al vostro fianco».
Fabrizio Somma ha portato i saluti della vice-presidente della Camera dei Deputati Marina Sereni e degli onorevoli Laura Garavini ed Ettore Rosato (tutti e tre del PD), dopo la commemorazione svoltasi a Roma il 13 giugno scorso. «Desidero – ha affermato – rinnovare i sentimenti di attenzione alle vittime e ai parenti della strage. Si è innescato un processo di condivisione e fratellanza, dopo il concerto del 2011, che deve andare avanti per tutta la nostra gente di qua e di là dal Mare Adriatico. Un mare che non può che unire».
Fabrizio Radin ha ringraziato le autorità e i parenti delle vittime dell’«esplosione» di Vergarolla. «Abbiamo accolto – ha aggiunto – la richiesta dell’arch. Canevari di completare il monumento. Speriamo, con l’aiuto della Soprintendenza alle Belle Arti, di poter esaudire anche tale desiderio».
Il Coro misto della Società artistico-culturale “Lino Mariani” (CI di Pola) ha concluso la cerimonia cantando il Requiem. Subito dopo, Canevari e Miletić hanno dialogato pubblicamente. Canevari ha fatto presente che il progetto da lui abbozzato un anno fa per integrare il monumento non dovrebbe trovare ostacoli da parte della Soprintendenza in quanto non prevede né scavi né fondazioni, ma solo l’appoggio al suolo di due blocchi in pietra d’Istria inclinati (vedi “L’Arena” del settembre 2013). Ottimista sull’atteggiamento della nuova soprintendente in proposito si è detto Miletić. Canevari gli ha proposto di recarsi insieme da lei per discuterne.

La cerimonia a Monte Ghiro
Una delegazione composta soprattutto da esuli e da alcune autorità (Renato Cianfarani, Viviana Benussi e Tiziano Sošić) si è poi recata nel cimitero civico di Monte Ghiro, dove sulla tomba della famiglia Saccon contenente le spoglie di 26 delle 65 vittime finora identificate sono state deposte due corone floreali: una dell’LCPE e una della CI. Fabrizio Radin ha chiesto ai presenti di osservare un minuto di silenzio «in questo luogo di sepoltura reale» per le vittime «dell’esplosione avvenuta in un periodo delicato della storia della città», affinché «riposino in pace».

 La messa in duomo
 Alle 10 nel duomo mons. Staver aveva dato inizio alla messa in italiano, presenti oltre 120 persone più i 27 membri del Coro “Mariani”, che ha ben interpretato diversi brani di musica sacra con l’accompagnamento all’organo del M° Branko Okmaca. Sublime il Panis angelicus eseguito da una soprano. E’ mancata invece una rappresentanza ufficiale della CI.
Al termine della funzione religiosa, la direttrice della “Lino Mariani” Loretta Godigna ha letto la poesia dell’esule Aldo Vallini Ricordo dei “Martiri” di Vergarola (vedi pag. 2), accompagnata alla chitarra da un corista. Quindi il Coro si è posizionato fra il presbiterio e il pubblico per cantare Signore delle cime e Va, pensiero, con il M° Okmaca alla tastiera elettronica. L’applauso del pubblico è stato prolungato e convinto.
Durante il pranzo collettivo in un ristorante il connazionale polese Roberto Hapacher Barissa ha declamato la sua recente poesia su Vergarolla dal titolo Il figlio di Pola (vedi pag. 3). Tutti hanno applaudito convintamente.
In previsione della cerimonia, il presidente Franco Iacop aveva inviato un messaggio definendo la sua «una presenza doverosa per condividere, nel segno della pietà, con gli italiani rimasti e con gli esuli, il lutto e il dolore per quelle morti innocenti e parallelamente l’istanza ad approfondire e studiare ulteriormente le cause e le modalità della strage, che fu uno degli episodi più cupi del secondo dopoguerra, ma anche le vicissitudini della popolazione autoctona italiana, la tragedia dell’esodo e quel complesso momento storico nella sua interezza».
«E’ – aveva aggiunto – un contesto totalmente modificato quello dell’Europa allargata verso Est che, aprendosi, potrà assecondare i cambiamenti e aiutare a camminare in maniera consapevole e trasparente sulla strada mai abbandonata da queste comunità: la strada diretta a mantenere vive le radici della lingua e delle tradizioni e la memoria delle vittime, per una rinascita nella concordia e nel giusto ricordo: in questa direzione mi sento di affermare il pieno sostegno del Friuli Venezia Giulia, espresso dalla presenza del Consiglio regionale».
Numerose persone da noi invitate alle cerimonie, tra cui alcuni parlamentari, avevano risposto cortesemente ringraziandoci, esprimendoci vicinanza, formulandoci i migliori auguri e scusandosi di non poter venire.
 
Tre fondamentali obiettivi restano inattuati
 Malgrado i passi avanti compiuti e la prospettiva di un completamento del cippo a Pola, restano ancora da raggiungere almeno tre fondamentali obiettivi: 1) il riconoscimento ufficiale da parte sia di Roma sia di Zagabria che quella del 18 agosto 1946 fu una strage intenzionale contro la componente filo-italiana di Pola e non una tragica fatalità (come qualcuno ancora si ostina a ripetere); 2) la definizione del numero esatto delle vittime, considerando anche quelle mai identificate su cui occorre far luce; 3) l’individuazione dei mandanti e degli esecutori. A tale riguardo persistono macroscopiche disparità di trattamento da parte istituzionale rispetto ad altre stragi. Per carenza di spazio, faremo un solo esempio.

Su Ustica si comincia a scoprire la verità
 
Circa l’esplosione del DC9 dell’Itavia sui cieli di Ustica che causò la morte di 81 persone, la Corte di Cassazione ha ribadito il 22 ottobre 2013 la tesi del missile lanciato da un aereo «rimasto sconosciuto». La magistratura italiana ha dunque accertato che fu una strage e non un incidente. Niente di simile è mai avvenuto per Vergarolla.
Lo scorso 26 giugno si è inoltre saputo che la Procura della Repubblica di Roma, interrogando mediante rogatoria internazionale 14 ex militari dell’Aeronautica francese, ha appurato che i caccia francesi della base corsa di Solenzara non fecero rientro intorno alle ore 17 del 27 giugno 1980, ovvero 4 ore prima dello scoppio, come finora sempre sostenuto dalle autorità transalpine, bensì rimasero in volo. Ciò avvalorerebbe la tesi di una responsabilità francese.
Nel 2012 il Governo di Parigi, accogliendo la richiesta di rogatoria dei pm romani, aveva ammesso per la prima volta che due portaerei francesi incrociavano allora nel Mediterraneo, benché in giorni diversi dal 27 giugno. Per Vergarolla invece mai l’autorità giudiziaria italiana ha interpellato quella jugoslava o croata.
Due mesi fa il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, nel suo messaggio all’Associazione dei Parenti delle Vittime della Strage di Ustica, in vista del 34° anniversario, ha scritto: «Comprendo e condivido il rammarico per la mancanza di una esauriente ricostruzione della dinamica e delle responsabilità di quel tragico fatto, nonostante i lunghi anni di indagini e i processi celebrati. La tenace sollecitazione a compiere ogni ulteriore sforzo possibile – anche sul piano internazionale – per giungere ad una esaustiva ricostruzione di quello che avvenne nei cieli di Ustica impegna tutte le istituzioni a fare la loro parte perché si giunga all’accertamento della verità». A noi, che rappresentiamo i parenti delle vittime della strage di Vergarolla, non sono invece mai giunti messaggi né di un tale tenore né da una sì alta sede istituzionale.
L’auspicio è che il lento processo di “sdoganamento” e di equiparazione di Vergarolla alle altre stragi dell’Italia repubblicana possa accelerare in modo deciso, affinché la verità finalmente emerga. Dopo 68 anni sarebbe ora!

 Paolo Radivo


264 - Il Piccolo 31/08/14 «Via il nome di Tito da strade e piazze

Il leader del partito croato Hdz annuncia una nuova «offensiva» per cancellare dal Paese la memoria del Maresciallo

 «Via il nome di Tito da strade e piazze»

 di Mauro Manzin

TRIESTE

Non c’è pace per i dittatori. Neppure quando da anni stanno “rinchiusi” in un mausoleo. Uno dei più “tartassati” è sicuramente Josip Broz Tito. Che di riposare in pace non ci pensa minimamente. Ma non per colpa sua stavolta. A richiamare la sua memoria dall’al di là stavolta è il leader dell’Hdz (centrodestra) della Croazia, Tomislav Karamarko, il quale dal palco della manifestazione in onore delle vittime di tutti i totalitarismi, a Dubrovnik, ha nuovamente tuonato contro il defunto dittatore jugoslavo. Il capo del principale partito di opposizione della Croazia pensa già alle prossime elezioni politiche. E lo fa con un certo ottimismo visto che gli ultimi sondaggi danno l’Accadizeta in forte vantaggio sui socialdemocratici attualmente al potere con la coalizione Kukuriku di centrosinistra. Se al primo punto del programma di un prevedibile futuro governo accadizetiano, ha affermato Karamarko, ci sarà la ripresa dell’economia, un capitolo fondamentale sarà dedicato anche alla ferma condanna dei crimini perpetrati dai regimi totalitari nel nome di una vera e propria europeizzazione sociale. Il tutto etichettato con il termine “lustracija”. In quest’ambito una particolare “cura” sarebbe riservata, secondo il leader Hdz, proprio alla figura di Josip Broz Tito. «Rimuoveremo il nome di Tito da tutte le strade e piazze della Croazia», ha tuonato a Dubrovnik per lavorare, ha aggiunto, «al miglioramento della storia ovvero per cercare una riscrittura della storia libera dalla glorificazione del Maresciallo e del considerarlo un uomo “normale”». «Tito era cattivo - ha insistito Karamarko - e glorificarne la figura è una stupidaggine, non era quel “bon vivant” che si vuole far credere, era semplicemente un dittatore». Il leader dell’Accadizeta è stato chiaro: se il suo partito arriverà al governo il nome del Maresciallo sarà cancellato dalle strade, dalle vie e dalle piazze della Croazia. Ma la “lustracija” alla croata è diventata un caso europeo. Sì, perché l’Hdz, ha ben pensato assieme a Fidesz ungherese di Viktor Orban, alla Piattaforma civica polacca e al Partito democratico sloveno (Sds, quello di Janša per capirci) di predisporre una mozione che è diventata parte integrante del partito popolare europeo (Ppe) in base alla quale in tutti i Paesi che furono sotto un regime comunista la “lustracija”, ossia la pulizia della memoria, deve essere attuata. E qui c’è una contraddizione in termini. Perché così facendo si opera come uno Stato totalitario e l’Hdz dimostra di avere la memoria corta in quanto l’epopea del defunto fondatore del partito, ossia il generale Franjo Tudjman, certo non può essere presa a esempio di democrazia liberale. Ma nell’Hdz è tornata la stagione dei “falchi”.

 E LA NIPOTE DELL’EX LEADER IRONIZZA SUL WEB:

Bravo Karamarko, lui è il mio nuovo idolo. In realtà non è un compito facile trovare la “cura” adeguata per questa nostra società malata. Sapevo che prima o poi il mio principe a cavallo sarebbe giunto per avviare lo sviluppo della nazione. Viva e che tu possa vivere altri mille anni». Queste frasi ha scritto sul suo profilo Facebook Saša Broz (foto), la nipote di Tito, dopo essere venuta a conoscenza delle recenti dichiarazioni del leader Hdz, Tomislav Karamarko relative alla cancellazione della memoria storica e topografica del defunto Maresciallo. «Cresce in me la voglia - continua ironicamente - di ritornare bambina, alla mia infanzia per imparare finalmente qualche cosa dalla storia e non leggere tutte le bugie assieme alle quali siamo diventati tutti adulti. E quando finalmente il popolo croato - conclude - si sarà liberato dallo spirito di mio nonno allora spero che tutte le vie che erano a suo nome portino il nome di Karamarko» (m. man.



265 - Corriere della Sera  03/09/14  Lettere a Sergio Romano: La guerra civile nella Jugoslavia del 1945.

STORIE DI GUERRA CIVILE NELLA JUGOSLAVIA DEL 1945

Con molto interesse ho letto Slovenia 1945 di John Corsellis e Marcus Ferrar (Libreria Editrice Goriziana) e appreso il dramma, a me sconosciuto, sofferto dai domobranci: civili e militari quasi tutti cattolici. Circa 18.000 di queste persone erano in fuga, in quanto oppositori del progetto rivoluzionario di Tito, cercando rifugio nell’Austria occupata dall’VIII Corpo d’armata britannico per sfuggire e sottrarsi, se fatti prigionieri dall’Esercito popolare di liberazione jugoslavo, a morte certa. Va ricordato che i domobranci erano stati collaboratori delle forze di occupazione italiane e tedesche nella prima fase del conflitto. Chiedo il suo parere sulla responsabilità dei britannici che fecero rientrare nella costituenda Federazione Jugoslava questi profughi, pur sapendo che Tito li avrebbe eliminati. Infatti solo 6.000 riuscirono a salvarsi, mentre gli altri 12.000 furono rimpatriati e al loro rientro subirono pestaggi, torture e alla fine vennero infoibati. Anche i cosacchi, che si erano insediati in Carnia, subirono la stessa sorte a opera di Stalin, così come tanti ucraini, polacchi, ungheresi e chissà quanti altri. I responsabili di questi rimpatri hanno sempre affermato che eseguivano ordini dettati dagli accordi e trattati internazionali.

Paolo Tempo

Caro Tempo.
I domobranci erano membri di una Guardia territoriale slovena costituita dalle forze tedesche quando subentrarono a quelle italiane dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943. Ma questa Guardia territoriale, a sua volta, era l’erede di una Milizia volontaria anticomunista (Mvac) creata dall’amministrazione italiana nel periodo precedente con il compito di difendere i presidi e perlustrare il territorio. Ricordo ai lettori che dopo la disintegrazione della Jugoslavia nel 1941, anche la Slovenia era stata divisa in tre parti: Lubiana e le regioni meridionali all’Italia, il Nord alla Carinzia (divenuta dopo l’Anschluss un land del Terzo Reich) e una parte più piccola all’Ungheria.
Nel suo libro su L’Italia e il confine orientale, edito dal Mulino nel 2007, Marina Cattaruzza ricorda che la Mvac, nel febbraio del 1943, era integrata nell’XI corpo d’armata italiano e comprendeva 5.153 uomini. I domobranci della Guardia territoriale slovena, invece, furono più del doppio ed ebbero una parte maggiore nelle operazioni militari contro i partigiani di Tito. Entrambe le organizzazioni, comunque, furono espressione di quel cattolicesimo anticomunista che considerava Tito, per le connotazioni ideologiche del suo movimento, molto più minaccioso di Hitler e Mussolini. Occorre ricordare, caro Tempo, che la Jugoslavia, durante la Seconda guerra mondiale, non fu soltanto teatro di una guerra fra l’Armata di Tito e quelle di due potenze occupanti (Germania e Italia). Fu anche teatro di altri conflitti: fra Tito e il generale Mihailovic, comandante delle formazioni monarchiche, fra i serbi e quei popoli (croati e sloveni) che avevano mal tollerato il primato dei serbi sorto dalla sconfitta dell’Impero austroungarico alla fine della Prima guerra mondiale.
La consegna dei domobranci a Tito, come quella dei cosacchi e altri militari all’Armata Rossa, è uno degli episodi più discussi e controversi della Seconda guerra mondiale. Non so se i britannici fossero consapevoli della sorte che sarebbe toccata ai loro prigionieri. Ma posso immaginare che non fosse facile negare a un importante alleato, decisivo per le sorti della guerra, la consegna di coloro che dal suo punto di vista potevano essere considerati traditori. Sarebbe stato necessario pretendere garanzie sull’equità del giudizio a cui i «traditori» sarebbero stati sottoposti. Ma i rapporti con Tito, nel caso dei domobranci, sembrarono evidentemente più importanti di qualsiasi considerazione umanitaria.
Zara si prepara ad aprire una sezione elementare per accogliere i tredici bimbi all’ultimo anno di asilo. Boom anche a Cittanova


266 - Il Piccolo 07/09/14 Record di iscrizioni  nella scuola italiana

Record di iscrizioni  nella scuola italiana

A Pola tre classi prime
 
POLA L'Unione Italiana vuole aggiungere ossigeno alla fiammella dell'italianità a Zara aprendo una scuola italiana dopo l'asilo italiano. Al ritorno dalla visita alla città dalmata il presidente della Giunta esecutiva dell'UI Maurizio Tremul è stato chiaro: all'asilo italiano sono 13 i bambini in età prescolare che il prossimo anno passeranno alla scuola elementare. E sarebbe importante ha aggiunto, aprire per loro una sezione italiana della prima classe. Abbiamo lanciato la proposta che l'iniziativa venga avviata dalla locale Comunità degli Italiani, con il sostegno dell'Unione Italiana, ha spiegato Tremul. È sicuramente una missione ardua ma non impossibile ha aggiunto, in quanto la sezione italiana non comporterebbe finanziamenti aggiuntivi rispetto a quelli esistenti. Va considerato che a Zara opera un Dipartimento di Italianistica della locale università, che annualmente sforna docenti in grado di insegnare nella futura possibile sezione scolastica. Secondo Tremul, questo obiettivo rappresenterebbe un ulteriore passo avanti nell'attuazione dell' Accordo bilaterale italo-croato sulla tutela delle rispettive minoranze firmato nel 1996.
 Intanto la Scuola elementare italiana “Giuseppina Martinuzzi” di Pola sta per vivere un momento storico: avrà ben tre sezioni della prima classe. Mai successo finora, a dimostrazione del crescente interesse dei genitori per la scuola italiana che lo ricordiamo, tra Croazia e Slovenia conta oltre 4.000 alunni. Ebbene domani, all'inizio delle lezioni, saranno 66 i neoscolaretti della “Martinuzzi” che verranno salutati dai vertici del municipio: il sindaco Boris Miletic nonchè i vicesindaci Elena Puh Belci e Fabrizio Radin.
 Il fenomeno della lievitazione delle iscrizioni sta creando problemi di spazio alla Scuola italiana di Cittanova. L'altr'anno gli alunni in prima erano 4, ora saranno 10. Alcune aule sono di 20 metri quadrati spiega il preside Maurizio Zennaro, per cui considerate anche altre necessità didattico-pedagogiche sarebbe opportuno costruire un edificio scolastico nuovo. Gli fa eco Maurizio Tremul dicendo che in termini di finanziamento l'Unione Italiana e l'Università popolare di Trieste sono pronti a far la loro parte. (p.r.)


267 - Il Piccolo 07/09/14 Vogatori di Umago  in trasferta a Venezia  per la regata storica

Vogatori di Umago  in trasferta a Venezia  per la regata storica

BUIE Ci saranno anche rematori umaghesi alla tradizionale Regata storica di Venezia che parte oggi alle 15, seguita sul posto da circa 100.000 spettatori. Non è una novità, in quanto si tratta della loro quinta partecipazione, ed è interessante rilevare che sono l'unico equipaggio straniero. Le due città hanno in comune il Leone di San Marco, simbolo raffigurato sullo stemma e sul gonfalone di Umago. E dietro il Leone ci sono secoli e secoli di percorso storico comune, iniziato nel lontano 828 quando i navigatori veneziani che trasportavano le reliquie di San Marco partiti da Alessandria, trovarono rifugio a Umago dal mare in tempesta. E proprio da quell'anno Umago porta il leone nel suo stemma.
 
Sulla gondola messa a disposizione degli umaghesi ci saranno 14 tra rematori e figuranti: Silvano Pellizzon, Ottavio Visintin, Daniele Turcovich, Maurizio Ossich, Dario Dobrovic, Diego Makovac, Roberto Sirotic, Danilo Latin, Matteo Soldatic, Narcisa Bolsec Ferri, Branka Milosevic, Arden Sirotic e Gianni Golcic. Per l'occasione indosseranno i costumi raffigurati negli affreschi istriani e ritratti su ceramica dei secoli 15esimo, 16esimo e 17esimo. I rematori praticheranno la voga alla veneziana, cioè in piedi e la tecnica è stata spiegata e dimostrata in conferenza stampa dal noto pescatore Danilo Latin. Il momento più importante della regata ha spiegato, è il saluto agli spettatori. Per la precisione, tutti i rematori alzano i remi dall'acqua e li mettono in posizione verticale per calarli poi lentamente in mare.
 
Nella partecipazione dell'equipaggio istriano è coinvolta tutta la municipalità umaghese che assieme all'ente turistico si è fatta carico delle spese del viaggio. Della parte organizzativa si sono prese cura le Comunità degli Italiani di Umago e di Salvore dato che alcuni partecipanti sono di quest'ultima località nonchè il Museo di Umago. Alla volta di Venezia partono anche due pullman pieno di fans e sostenitori. Ricordiamo che la Regata storica l'avvenimento più importante per la città lagunare, si svolge la prima domenica di settembre dall'anno 1.300 quando il doge Giovanni Soranza la organizzò in onore della Vergine Maria. (p.r.)



Si ringraziano per la collaborazione della Rassegna Stampa: L’Università Popolare di Trieste e l’Assoc. Nazion.Venezia Giulia e Dalmazia - ANVGD di Gorizia

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Rassegna stampa n. 919 del 08/09/2014
Mailing List Histria
Rassegna stampa

a cura di Maria Rita Cosliani – Eufemia G.Budicin – Stefano Bombardieri

N. 919 – 08 Settembre 2014
    
Sommario

248 - Il Piccolo 09/07/14 Gorizia:   Sopravvissuti molti dei 665 deportati - (Alex Pessotto)
249 - La Voce del Popolo  11/07/14 Calle Larga fatica ancora a farsi strada
250 - La Stampa  14/07/14 Torino -  Nel "ghetto" dei profughi la fabbrica dei campioni (Paolo Ccccorese)
251 - Il Piccolo 21/07/14 Il Miur abolisce la Venezia Giulia (gaffe ministeriali) (Giovanni Tommasin)
252 - La Voce del Popolo 21/07/14 Beni, avanti con i risarcimenti (Marin Rogić)
253 - L'Arena di Pola 23/07/14 Vergarolla: è jugoslava la pista più verosimile (Paolo Radivo)
254  - La Voce del Popolo 26/07/14 Intervista al Prof. Guido Rumici: Cresciuto tra due dialetti sulle rive di Grado
255 - Il Piccolo 04/08/12 Isola Calva in vendita, scoppia la rivolta (Andrea Marsanich)

Rassegna Stampa della ML Histria anche in internet ai seguenti siti  :
http://www.arenadipola.it/
http://10febbraiodetroit.wordpress.com/
http://www.adriaticounisce.it/


248 - Il Piccolo 09/07/14 Gorizia:   Sopravvissuti molti dei 665 deportati -

Gorizia:   Sopravvissuti molti dei 665 deportati -

Non tutti i 665 “fratelli inermi” come li definisce il monumento del parco della Rimembranza, edificato a 40 anni dalla tragedia, il 3 maggio 1985, trovarono la morte in Jugoslavia, a fine guerra, a seguito delle deportazioni. Alcune decine riuscirono a far ritorno in Italia. Lo rende noto una dettagliata ricerca che costituisce la sezione più importante del nuovo numero della rivista Isonzo-Soca che viene presentato oggi, alle 11.30, nel cortile interno del Kb Center (Corso Verdi, 51).
«Ciò, sia chiaro, non sminuisce in alcun modo la portata della tragedia - afferma il direttore del “giornale di confine” Dario Stasi -. Nessuno mette in discussione l’esistenza di quei gravissimi e tragici fatti dell’immediato dopoguerra durante l’occupazione jugoslava della città, gli arresti e le uccisioni dei cittadini inermi, perfino degli antifascisti Olivi e Sverzutti. Quello che ci interessa, invece, è, come dice lo storico Roberto Spazzali, nel suo libro sulle foibe «la necessità di una verifica sulla base di nuovi criteri di valutazione ed analisi. E ciò per eliminare ogni dubbio statistico in merito a un fatto storico che non può essere comunque negato».
Non è la prima volta che Isonzo-Soca si occupa dell’argomento. Già nei suoi primi numeri, nel 1990, fece chiarezza sulla storia di Ugo Scarpin che erroneamente rientrava nel gruppo dei 665 trucidati; la rivista rintracciò Scarpin e lo fotografò con i suoi nipoti. Il numero sul monumento non venne corretto, ma, per decisione dell’allora sindaco Antonio Scarano, il nome di Scarpin venne cancellato dal lapidario. Ora, appunto, qualora venisse utilizzato lo stesso metro sembrerebbe corretta anche la cancellazione dei nomi delle altre decine che riuscirono a salvarsi. Il motivo di tali errori nel nome e nel numero dei deportati, a detta di Stasi, «è dato dall’utilizzo di elenchi evidentemente inattendibili, come peraltro ha sostenuto e sostiene Roberto Spazzali». Di certo, si tratta di una rivelazione che non mancherà di far riflettere e tornare su uno degli argomenti più spinosi della nostra tragica storia. Non solo di ciò, tuttavia, si occupa il nuovo numero della rivista. Infatti, la copertina si apre con la riproduzione di un lavoro di Franco Dugo che ritrae John Fitzgerald Kennedy, alla Transalpina, accanto al filo spinato della cortina di ferro e nell’atto di indicare la Stella Rossa. Kennedy venne davvero alla Transalpina, nel dicembre ’52 quando non era ancora presidente degli Usa ma “solo” senatore del Massachusetts. Dal giornale di confine la Transalpina viene presa a esempio di un mondo che è cambiato. «Sia quella Stella Rossa che lo stesso Kennedy sono i simboli della guerra fredda: la storia del mondo è la storia di quella piazza che davvero non sembra valorizzata come dovrebbe», afferma Stasi.
«Un errore non intacca l’enormità della tragedia»
Maria Grazia Ziberna (Anvgd): «Spero che la rivista manterrà la serietà della sua ricerca»
«Si è saputo successivamente che alcuni dei 665 deportati sono rientrati in Italia ma non si è neppure continuato a fare un discorso storico preciso per ricercarne altri rimasti ignoti e che magari hanno subito la deportazione: voglio dire che la sostanza della tragedia non cambia».«L’importante - continua - è che non venga intaccata la mostruosità del gesto e non ho dubbi che Isonzo-Soca manterrà il più possibile la serietà della sua ricerca. È un po’ come a Redipuglia o a Oslavia: non sarebbe certo una definizione più precisa nei numeri che cambierebbe l’enorme portata della tragedia».È l’opinione di Maria Grazia Ziberna, presidente della sezione goriziana dell’associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (Anvgd), sulla ricerca del “giornale di frontiera” riguardo il numero dei deportati scomparsi in Jugoslavia e ricordati nel monumento del parco della Rimembranza, edificato a 40 anni dalla tragedia.Certo è come l’argomento, nonostante che siano passati ormai molti anni, non mancherà di (tornare a) far riflettere. Purtroppo, la storia di Gorizia passa anche attraverso quella tragedia che Isonzo-Soca non intende in alcun modo negare.Sul punto Laura Stanta, del Comitato delle famiglie dei congiunti e dei deportati che ha lavorato negli spazi che la Prefettura ha messo a disposizione per fornir loro informazioni («anche se da aprile il servizio è cessato» tiene a precisare) afferma.«Anch’io ho notizie di alcuni che compaiono fra i 665 deportati ma che, fortunatamente, hanno fatto ritorno in Italia. In certi casi, non abbiamo potuto fornire notizie più precise di quante ne abbiamo fornite. Coloro che sono ritornati in Italia non hanno, almeno a quanto io ne so, comunicato di essere rientrati».
Sono 17 i deportati sopravvissuti ( Il Piccolo 10/07/14)
Si tratta di un gruppo di finanzieri che fece rientro in Italia tra il 1945 e il 1946. Stasi: «Ora la parola agli storici»

Qualcuno può interpretarla come una macabra contabilità, qualcuno come una preziosa occasione per rileggere la storia. E ciò in un territorio, il nostro, dove il passato, per un motivo o per un altro, è assai presente. Parliamo della ricerca pubblicata dalla rivista Isonzo-Soca di cui ieri, nel cortile interno del KB Center, è stata annunciata l’uscita del nuovo numero, il 103.mo. Fra i nomi dei 665 deportati sul monumento del parco della Rimembranza troviamo quelli di 28 finanziari. Di questi 28, 17 hanno fatto ritorno in Italia a guerra finita.
La ricerca è contenuta in un libro edito dalla Leg (“Dal primo colpo all’ultima frontiera. La Guardia di Finanza a Gorizia: una storia lunga un secolo”) e avente per autori proprio due finanziari: Michele Di Bartolomeo e Federico Sancimino. Appunto, il risultato di tale ricerca è ripreso da Isonzo-Soca che contiene (tra gli altri suoi approfondimenti) pure un’intervista a Di Bartolomeo. A quella dei 17 finanzieri fortunatamente rientrati in Italia va poi aggiunta la storia di Ugo Scarpin, il cui nome è stato cancellato dal lapidario in quanto pur egli era riuscito a rientrare in Italia.
Non è tutto. Isonzo-Soca cita anche la ricerca del vicepresidente dell’Anpi provinciale di Gorizia Giuseppe Lorenzon, conclusasi con la sua morte nel 2001, che aveva fornito prove su come già 99 di quei 665 “erano estranei alle deportazioni e agli scomparsi nel maggio del 1945 e che altre 5 persone avevano il loro nome inciso due volte”. Lorenzon, tramite più lettere, informò della ricerca l’allora sindaco Tuzzi e il suo successore Valenti chiedendo la cancellazione dei nomi ma ottenendo risposte negative.
«Ora siano gli storici e gli istituti di storia di Trieste e Udine ad approfondire la questione. Sarebbe opportuno arrivare ad esporne i risultati magari in un convegno senza alcuno spirito polemico» ha affermato il direttore della rivista, Dario Stasi. Anche se «i numeri cominciano a essere rilevanti - ha detto, sempre ieri, la storica Anna Di Gianantonio - e possono andar contro le volontà di chi ha fatto costruire quel monumento. Occorre cancellare dal lapidario i nomi di coloro che son rientrati in Italia e avviare una seria azione culturale: e ciò proprio per una pietas nei confronti dei morti».
Pure Dario Ledri è intervenuto: «Non si vuole mettere in discussione ciò che è avvenuto a guerra finita. Non cambia nulla se invece di 665 fossero 520. Ma per la verità storica occorre cancellare i nomi che non c’entrano con coloro che sono stati deportati e infoibati, anche a tutela della memoria di coloro che hanno subito un’atroce sorte». Ancora, sono intervenuti, per l’Anpi, Paolo Padovan, («Desideriamo che la verità venga fuori e ciò può essere fatto con il contributo degli storici») e Mirko Primožic («Ben venga la lettera di Romoli a Renzi sulla riapertura degli archivi a patto che si aprano tutti gli archivi, non solo una loro parte»).
Ed è intervenuto pure Franco Dugo, autore della copertina di Isonzo-Soca che ritrae Kennedy nell’atto di indicare la Stella Rossa sulla Transalpina; Kennedy, nel ’52, alla Transalpina venne per davvero «anche se non si riesce a trovare una foto di quella visita forse perché non c’è un vero interesse a cercarla», ha chiosato Stasi.
Alex Pessotto

249 - La Voce del Popolo  11/07/14 Calle Larga fatica ancora a farsi strada

ZARA | Gli attivisti dell’iniziativa civica Zaratini Tutti per Kalelarga (Calle Larga) non demordono dalle proprie rivendicazioni. Nonostante nella proposta dell’ordine del giorno della seduta del Consiglio municipale in programma oggi non sia previsto il dibattito relativo alla ridenominazione dell’odierna Široka ulica in Kalelarga i promotori dell’iniziativa sperano che il medesimo possa essere integrato all’ultimo momento. In caso contrario i sostenitori del ripristino del vecchio nome della principale passeggiata del centro storico zaratino hanno già annunciato l’intenzione di tornare a chiedere un nuovo incontro al sindaco Božidar Kalmeta. Il primo cittadino di Zara, infatti, aveva promesso che la questione sarebbe stata discussa in sede di Consiglio municipale.

Fiducia in Kalmeta

La petizione a favore del ripristino dello storico toponimo è stata firmata da 10.830 zaratini. Hrvoje Bajlo, uno dei promotori della proposta, è convinto che il progetto sarà discusso dai consiglieri municipali. “Sono convinto che il sindaco non sia capace di mentire né a noi né all’opinione pubblica”, ha dichiarato Bajlo. Un altro sostenitore dell’iniziativa, Boris Marin, ha ammesso di sentirsi tradito. “Ero fiducioso. Si era complimentato per il grande numero di firme raccolte. Ci aveva accolto in modo caloroso. Aveva annunciato pubblicamente che l’argomento sarebbe stato discusso in sede di Consiglio municipale”, ha osservato Marin riferendosi a Kalmeta. “L’atto di ripristinare il vecchio toponimo doveva unificarci, non dare adito a strumentalizzazioni politiche e dividerci”, ha rilevato l’attrice Tamara Šoletić. Al momento il sindaco Kalmeta preferisce mantenere il riserbo sull’intera vicenda.

Già Strada Grande

La Calle Larga, secondo alcuni, sarebbe addirittura più antica della stessa Zara. Nel corso della Seconda guerra mondiale quasi tutti gli edifici che s’affacciavano su Calle Larga andarono distrutti e la strada fu ricostruita in stile modernistico, mantenendo soltanto l’antica direzione est-ovest. Spulciando nella storia di questa fondamentale via di comunicazione longitudinale, risaliamo all’antica Jadera romana (in seguito Diadora). Stando ai principi urbanistici dell’epoca dell’Impero Romano, la rete stradale era formata da strade longitudinali più larghe e da quelle trasversali che dividevano la città in insule (quartieri) rettangolari. Quindi, due importanti strade longitudinali furono – e lo sono ancor oggi – la strada che portava dalla Porta di Terraferma fino al Foro e quella che conduceva dall’attuale Piazza Petar Zoranić alla chiesa della Madonna della Salute, ossia l’attuale Calle Larga. Già Via Magna, Strada Grande, Ruga Magistra (ossia “strada principale”), nel Seicento fu conosciuta come Strada Santa Caterina, prendendo il nome del monastero che si trovava nello spazio occupato oggigiorno dal caffè “Central“.

Zaratini affezionati

Fu durante il Regno italiano che cambiò nome in Calle Larga, oppure Strada Larga, denominazione che in seguito fu croatizzata, tant’è che oggi si scrive e pronuncia in una parola sola: Kalelarga. Nel periodo del socialismo, dopo la II Guerra mondiale, Calle Larga venne ribattezzata Omladinska ulica (Via della gioventù) e Via Ivo Lola Ribar. Gli zaratini, affezionati al nome italiano Calle Larga, continuarono e continuano tutt’oggi a far riferimento alla via con questo nome, per cui succede molto spesso che se si menziona il nome Široka ulica non si capisce subito di quale parte di Zara si stia parlando. Questa via, la più importante e la più trafficata del centro di Zara, collega parti essenziali della città, partendo da Piazza Santa Anastasia attraverso lo spiazzo che si estende fino al Foro, per giungere in Piazza del Popolo (già Platea Magna e Piazza dei Signori), proseguendo in via Elizabeta Kotromanić (già Calle Cariera) fino al Palazzo ducale e quello del provveditore. La strada congiunge monumenti sacrali come la Chiesa di San Simeone, la Cattedrale di Sant’Anastasia e la
Chiesa della Madonna della Salute.

250 - La Stampa  14/07/14 Torino -  Nel "ghetto" dei profughi la fabbrica dei campioni

La Storia

Nel “ghetto” dei profughi la fabbrica dei campioni


Il «Villaggio» vive da mezzo secolo diviso da via Parenzo

Spina dorsale dei tre isolati di periferia sormontati dalle «case rosse»
L’impianto di Santa Caterina, fra Lucento e le Vallette, dove hanno cominciato molti calciatori arrivati poi in serie A

A Torino il “villaggio” dei calciatori

PAOLO COCCORESE

TORINO

Il primo fu Tony Giammarinaro, il capitano della Primavera del Torino che conquistò il cosiddetto «scudetto delle lacrime» dopo Superga. Poi, spiccano i fratelli Sattolo e, in particolare, quel Franco nato a Fiume, figlio della lattaia del quartiere, portiere di Sampdoria e Toro negli anni Settanta. Fino agli ultimi, i «giovani» (anche se ora hanno superato la sessantina) che chiudono la storia dei calciatori nati nei cortili del Villaggio dei Profughi di Santa Caterina. Livio Manzin, centrocampista di Bari e Lecce, e Giorgio Mastropasqua, libero di Juve, Atalanta, Lazio. 
 Torino 1956 
Il «Villaggio» vive da mezzo secolo diviso da via Parenzo. Spina dorsale dei tre isolati di periferia sormontati dalle «case rosse». Mattoni, cemento e famiglie arrivate da paesi lontani. In gran parte, esuli fiumani, istriani e dalmati. Nel Dopoguerra, accantonati gli anni trascorsi nelle baracche, si trasferirono al confine tra Lucento e Vallette. A Torino ’56 collezione di prati rosicchiati dalla città in espansione. Santa Caterina, è una favela nostrana senza samba e narcotraffico, ma con una passione smisurata per il pallone. Un «Villaggio di calciatori», nessun altro quartiere può vantare una concentrazione così alta.
 
Tre generazioni 

Fulvio Aquilante, classe 1943, presidente del comitato degli esuli Anvgd divide la storia pallonara del Villaggio in tre generazioni: quella dei ragazzi cresciuti nei campi profughi guidata da Claudio Rimbaldo, che nel 1961 vinse la Coppa delle Coppe con la Fiorentina, e Luigi Bodi, 113 presenze in Serie A con Toro, Bologna e Atalanta. «Poi, c’è la mia, quella di Sergio Vatta, lo storico allenatore dei giovani del Torino, dei Sattolo. Avevamo la grinta, ma agli allenamenti preferivamo la birreria. Eravamo poveri, molti scelsero la fabbrica. Il più forte? Luciano Palin, promessa granata cancellata da un infortunio». D’Alessandro fu l’esterno della Reggina, Bruno Luciano giocò in nazionale semi-pro, alla Turris, all’Empoli. E Guccione, bandiera del Nardò in C. 
L’ultima infornata di campioni nasce dopo il 1950. Il simbolo è Giorgio Mastropasqua. Divenne professionista alternando gli allenamenti nelle giovanili bianconere e il lavoro. «Venni scoperto da Concas, il Moggi della San Giusto, la quadra del quartiere, mentre palleggiavo sotto casa – dice il figlio di rimpatriati greci -. Allora non avevamo nulla e il calcio era tutto. Avevamo fame: quella vera e quella di affermarci». Il difensore si è trasferito a Bergamo, ma il padre vive ancora in via Parenzo. «Allo stadio facevo sempre entrare gratis tanti amici. Una volta, siccome c’era uno sciopero, per non farli tornare a casa a piedi, li feci salire sul pullman della Juve, seduti vicino a Zoff».

Nuovi residenti 

Le partite si giocavano in strada o nei cortili. Poi, per tanti anni, sono rimasti deserti, privi di bambini. L’assegnazione e il riscatto degli alloggi, ha rallentato il ricambio tra i residenti. Oggi gli eredi dei «campioni» del passato hanno cognomi di Paesi lontani come Marocco e Romania. In via Sansovino, c’è ancora il mitico campetto della chiesa di Santa Caterina. «Ogni domenica, c’erano centinaia di tifosi», dice Marino Marussi, giocatore all’Aquila nel 1960. Il calcio fu divertimento, ma non solo. Fu il collante di una comunità nata da zero. 


251 - Il Piccolo 21/07/14 IL MIUR ABOLISCE LA VENEZIA GIULIA (GAFFE MINISTERIALI)

Il Miur ignora i confini, Caporetto in Italia

La regione diventa unicamente “Friuli” nella lettera ufficiale con cui il ministero sottolinea il ritorno dell’ora di geografia

di Giovanni Tomasin

Bambini alle prese con un mappamondo: torna l'ora di geografia, ma il primo a sbagliare è il ministero...
Alle volte il pulpito scricchiola sotto la predica. In questo caso a scricchiolare è una cattedra, e non una qualunque: quella del ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca. In una lettera inviata ai direttori degli uffici scolastici regionali, infatti, il ministero sottolinea la reintroduzione dell’ora di geografia e al contempo dimostra di non conoscere poi molto la materia in questione: nell’indicare la nostra regione scrive soltanto «Friuli» dimenticandosi la Venezia Giulia. Non è la prima volta che il ministero incaricato di curare la didattica per le nuove generazioni incappa in un simile passo falso.
Il documento La lettera in questione contiene delle indicazioni sugli organici, ricordando ai direttori degli uffici scolastici che i numeri del corpo docenti devono restare ancorati a quanto stabilito dalle ultime norme: segue poi un paio di tabelle in cui si riporta l’organico di fatto, regione per regione. E qui casca l’asino (è il caso di dirlo): il Fvg è indicato semplicemente come Friuli. Non c’è neanche un’abbreviazione a lasciar supporre che il metodico compilatore romano del documento abbia la più pallida idea dell’esistenza delle due province di Gorizia e Trieste (o del loro avere una storia differente da quella del Friuli). Sublime ironia, in calce al documento un “nota bene” ricorda che ai dati appena presentati vanno aggiunte le cattedre derivanti dall’istituzione dell’ora di geografia. Per carità, l’uso del termine Venezia Giulia a molti risulta indigesto: troppo legato a momenti di virulento nazionalismo che il suo inventore, il linguista goriziano Graziadio Isaia Ascoli, non poteva prevedere. Temiamo però che non siano stati scrupoli di questo genere a spingere la burocrazia ministeriale a cassare le due paroline dal nome della Regione: par molto più probabile che si sia trattato della solita, distratta faciloneria, frammista a perplesso disinteresse, con cui succede che ci guardino dalla capitale.
L’irredentismo involontario Va detto che il ministero dell’Istruzione è recidivo nel prendere cantonate di questo genere: un paio d’anni fa il sito “Scuola in chiaro”, servizio del ministero per le iscrizioni online, contemplava la possibilità di cercare scuole in Comuni come Caporetto, Grotte di Postumia, Sesana. Tutte località situate nell’odierna Slovenia, oppure in Comuni non più esistenti come Lucinico. Anche in quel caso pare che la svista non fosse tanto dovuta a una testarda presa di posizione del ministero contro gli esiti del Secondo conflitto mondiale, quanto a pura e semplice ignoranza. Capita che gli studenti renitenti allo studio vengano bocciati. In quel caso deve essere stato bocciato proprio il ministero, visto che nel 2013 ha riproposto la stessa mappa anacronistica. Quest’anno abbiamo appreso del fatto che “Scuola in chiaro” riporta correttamente i confini italiani allo stato post-bellico. Ecco però che con guizzo geniale la missiva del dipartimento dell’Istruzione viene a risollevarci il morale: Friuli e basta. Probabile peraltro che vada letto «Frìuli», nella legnosa dizione prediletta da molti connazionali. Visti i precedenti, siamo giunti alla conclusione che forse si è trattato dell’ennesimo capitolo di un’unica vicenda: se non può avere la Venezia Giulia così com’era dopo la Grande guerra, pare che il ministero dell’Istruzione preferisca non averla affatto.
Le sfortune di confine Non c’è niente da fare, a stare ai margini si finisce per essere marginalizzati anche nell’immaginario. Mentre tutti gli italiani sanno che fra emiliani e romagnoli non è il caso di far confusione, così come sanno che è meglio tenersi alla larga dalle diatribe millenarie delle città toscane, nessuno si è ancora abituato a ricordarsi che Friuli e Venezia Giulia, pur sotto un unico cappello amministrativo, non son proprio lo stesso. La cosa buffa, però, è che a farsi portabandiera di questa sciatteria sia proprio il Miur.


252 - La Voce del Popolo 21/07/14 : Beni, avanti con i risarcimenti

ZAGABRIA Il Fondo per il risarcimento dei beni nazionalizzati o confiscati all’epoca del potere comunista jugoslavo verserà quest’anno agli ex proprietari un importo totale pari a 148,7 milioni di kune. Questa somma, come spiegato dai rappresentanti del Fondo, comprende gli indennizzi in denaro previsti per il 2014. Il processo di denazionalizzazione in Croazia, seppure lentamente, dunque prosegue. Agli ex proprietari ai quali, per svariati motivi, non è stato possibile o non si è voluto restituire i beni sottratti all’epoca del comunismo, vengono comunque concessi risarcimenti in denaro, seppure scaglionati nel tempo, per non pesare troppo sulle asfittiche casse dello Stato. Al fine di saldare anche quest’anno il debito nei confronti degli ex proprietari, il governo ha approvato, nella sua ultima sessione, l’emissione di un’Obbligazione globale, dal valore di poco più di 50 milioni di euro.


Fino ad oggi 22.516 persone risarcite

Le sentenze sulla restituzione o il risarcimento dei beni nazionalizzati o confiscati, lo ricordiamo, vengono emanate dagli uffici dell’amministrazione di Stato, mentre il Fondo per l’indennizzo dei beni è il responsabile dell’attuazione di tali delibere. Dalla sua nascita ad oggi (1996-2014, ndr.), il Fondo ha ricevuto 10.138 sentenze definitive con le quali è stato disposto il risarcimento di 22.516 persone per un totale di 1,777 miliardi di kune. Una piccola parte di questo importo, 316 milioni di kune per l’esattezza, è stata considerata dal Fondo come “rimborso in denaro” e, fino al 17 luglio di quest’anno, sono stati corrisposti 302 milioni di kune.
L’Obbligazione globale fissa un indennizzo totale pari a 1.416 miliardi di kune, per cui le quote di partecipazione alla stessa hanno un valore complessivo di 186 milioni di euro. Nel controvalore in kune fino sono stati pagati 139,5 milioni di euro. Ciò vuole dire che gli ex proprietari hanno ricevuto in tutto 1,4 miliardi di kune. La altre annualità mancanti verranno corrisposte entro il 2019.
Per quanto riguarda le sentenze definitive ricevute, ma che devono essere ancora attuate, dal Fondo hanno fatto sapere che fino al 17 luglio ne sono arrivatee 1.671, per un totale di 3.129 persone da rimborsare. I dirigenti del Fondo mettono comunque le mani avanti e affermano di non sapere quante siano ancora le richieste per la restituzione o l’indennizzo dei beni confiscati che sono in fase di soluzione o che non sono ancora state prese in esame. Assicurano in ogni caso che tutte le delibere verranno attuate attraverso il risarcimento in denaro e la consegna di obbligazioni.
Gli interessati possono ricevere informazioni, presso gli uffici regionali dell’amministrazione statale, incaricati di evadere le pratiche relative della denazionalizzazione.

Quanti i cittadini stranieri?

Su quanti siano i cittadini stranieri beneficiari di una sentenza definitiva di rimborso i responsabili del Fondo non si sbilanciano. Fanno soltanto sapere che bisogna distinguere gli stranieri che hanno chiesto direttamente il risarcimento, da quelli che sono eredi di cittadini croati che hanno presentato la richiesta di indennizzo del patrimonio nazionalizzato o confiscato. Detto questo, sottolineano comunque che la maggior parte di coloro che tengono in mano una sentenza definitiva, sono persone che sono eredi degli ex proprietari.
15.8 milioni di kune alla Chiesa

Il Fondo per la restituzione dei beni sequestrati, è anche competente per il risarcimento in denaro riguardante le proprietà della Chiesa cattolica che sono state confiscate dalle autorità comuniste jugoslave nel secondo dopoguerra. Così, dei previsti 148,8 milioni di kune che andranno quest’anno ai beneficiari del risarcimento dei beni espropriati, circa un decimo dell’importo verrà versato alla Chiesa cattolica. A conti fatti si prevede che la Curia riceverà una cifra intorno a 15,8 milioni di kune.

Marin Rogić


253 - L'Arena di Pola 23/07/14 Vergarolla: è jugoslava la pista più verosimile

Vergarolla: è jugoslava la pista più verosimile

Recenti studi confermano quanto i polesani sapevano da sempre, ovvero che quella di Vergarolla fu una strage premeditata, non una fatalità. Come sostennero la Polizia Civile e una corte militare d'inchiesta istituita dal Governo Militare Alleato, i 28 ordigni lasciati dalle autorità anglo-americane sulla spiaggia senza recinzioni né segnali di avvertimento furono reinnescati e fatti esplodere. Grazie all'incrocio delle fonti, il numero delle vittime identificate è inoltre salito da 64 a 65.
Restano però degli interrogativi irrisolti. Quanti furono i morti non identificati? E chi erano? Venivano soprattutto dalla Zona B della Venezia Giulia? Rimasero uccisi anche militari inglesi? E a quanti ammontarono i feriti? Ma soprattutto: chi furono i mandanti e gli autori? E quale movente
li spinse? Per capirlo, in assenza di prove certe che speriamo emergano da nuove ricerche, possiamo al momento seguire tre strade: la logica; la disamina degli indizi storici; la valutazione delle testimonianze attendibili. Tutte e tre le strade ci conducono alla medesima pista: i servizi segreti militari jugoslavi.

Il ragionamento logico

Partiamo da un semplice ragionamento. Chi furono le vittime? T utte italiane (di Pola ma forse anche della Zona B), che non volevano la Jugoslavia e che il 18 agosto 1946 erano a Vergarolla per assistere a gare sportive di palese orientamento filo-italiano, nel 60° anniversario di fondazione della iper-patriottica Società nautica “Pietas Julia”. Fu dunque senza dubbio un attentato anti-italiano. Se poi vi perse la vita o comunque vi rimase ferito anche qualche militare inglese di stanza in città, si trattò di un effetto collaterale non voluto.

Quali conseguenze provocò la strage? Indurre i polesi filoitaliani, turbati e spaventati, ad arrendersi, a smettere di mobilitarsi contro l'annessione proprio nel momento in cui a Parigi la Conferenza della pace stava per deciderne il destino. Sabato 17 agosto infatti si era conclusa la fase plenaria. Il 28 agosto alcune delegazioni presentarono alla Commissione politico-territoriale per l'Italia 14 emendamenti sul nuovo confine italo-jugoslavo e/o su quello del Territorio Libero di Trieste, esaminati poi a partire dal 3 settembre. Gli emendamenti brasiliano e sudafricano volevano estendere il TLT a tutta l'Istria occidentale, comprese Parenzo, Rovigno e Pola. Ma furono bocciati entrambi, il secondo il 20 settembre.

Fino a quel giorno dunque i polesi filo-italiani avrebbero avuto ancora motivi di speranza. Ormai però il 18 agosto avevano gettato la spugna e non si scomposero nemmeno quando l'11 settembre il Governo De Gasperi presentò a Parigi una (debole) richiesta di plebiscito. “L'Arena di Pola” pubblicò l'ultimo titolone a tutta pagina il 20 agosto per dare notizia dell'eccidio:
la sua volontà di battersi era fiaccata. Anche quanti, in contrasto col CLN, avrebbero voluto usare le armi desistettero.

La data della strage non fu dunque scelta a caso: in vista delle imminenti e non ancora scontate decisioni definitive di Parigi bisognava togliere ogni volontà di resistenza ai filo-italiani, che il 15 agosto 1946 avevano assiepato in 20.000 l'Arena dando vita alla più grande, festosa e ottimistica manifestazione di italianità di sempre. Una città che così platealmente insisteva a grande maggioranza nell'invocare l'Italia non poteva essere ceduta alla Jugoslavia senza qualche imbarazzo internazionale.

Bisognava zittirla. E così fu.

Pertanto l'esplosione di Vergarolla giovò alla Jugoslavia, che d'un tratto vide affievolirsi l'opposizione dei polesi filo-italiani quando a Parigi i 21 ne avrebbero dovuto stabilire la sorte. Anche i più titubanti si rassegnarono all'esodo, già preannunciato in luglio da 28.053 concittadini
nel caso di annessione e poi effettuato soprattutto nel febbraio-marzo 1947.
Gli jugoslavi si trovarono così padroni di una Pola semideserta senza più persone politicamente infide, con gli italiani ridotti a una minoranza innocua e facilmente controllabile. L'esodo si rivelò perfino superiore a quello auspicato, visto che partirono anche tanti bravi operai dei cantieri
e delle fabbriche, difficilmente sostituibili in tempi brevi.

Basterebbe questo elementare ragionamento logico per dedurre che mandanti e autori furono jugoslavi o comunque filo-jugoslavi: verosimilmente i servizi segreti militari, dato che l'OZNA era stata ufficialmente sciolta nel gennaio 1946.

Qualcuno ha sostenuto che avrebbero potuto invece essere elementi anti-comunisti italiani (fascisti, monarchici, ex partigiani “bianchi”, alti dirigenti militari e civili golpisti) o jugoslavi (ustascia, cetnici, belogardisti) miranti a far deflagrare la Terza guerra mondiale fra l'Est comunista e l'Ovest democratico-capitalista, per scalzare le forze al potere rispettivamente in Italia e Jugoslavia. Eppure né gli anticomunisti italiani (con la parzialissima eccezione del “Messaggero Veneto”) né quelli jugoslavi fondarono su Vergarolla una campagna di propaganda contro i titoisti, addossando loro la responsabilità e invocando vendetta. Sia le autorità alleate, sia il Governo italiano, sia il regime di Belgrado misero la sordina all'evento, senza additare alcun colpevole. Addirittura la stampa
jugoslava non ne parlò affatto, pur essendo attentissima alla questione giuliana: probabile sintomo che aveva qualcosa da nascondere... Solo “Il nostro Giornale” e “La Voce del Popolo”, a diffusione però assai modesta, ne scrissero, limitandosi ad accusare di incuria il GMA (“Il nostro Giornale”
chiamò in causa anche l'amministrazione comunale guidata dal CLN).
Di certo comunque Vergarolla non restituì Pola all'Italia...

Che a ordire un attentato così tecnicamente complesso fosse stata qualche scheggia impazzita locale o qualche doppiogiochista suona inverosimile. Solo un servizio segreto efficiente, aggressivo e ben radicato in città avrebbe potuto farlo. E qual era a Pola durante il GMA il servizio segreto più
efficiente, aggressivo e ben radicato? Quello jugoslavo, che - guarda caso - beneficiò degli effetti politici della carneficina. Tito non voleva con Vergarolla innescare la Terza guerra mondiale contro gli anglo-americani, bensì tramortire i polesi filo-italiani. Lo si desume dall'identità delle vittime: solo italiane, appunto. Eppure in quegli stessi giorni stava facendo pericolosamente crescere la tensione con gli alleati.
 
Se avesse voluto colpirli anche a Pola, non avrebbe scelto Vergarolla.

Ormai solo qualche epigono titoista si ostina a sostenere che mandanti ed esecutori vadano ricercati nel GMA o nel Governo De Gasperi: gli stessi che dovettero poi sobbarcarsi l'onere degli indennizzi ai parenti delle vittime..
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Gli indizi storici

Oltre che da questi ragionamenti logici, possiamo desumere la matrice jugoslava dell'attentato anche da una gran mole di indizi storici. A guerra finita i titini avevano infatti già compiuto stragi di massa contro italiani e jugoslavi anticomunisti, oltre che atti violenti contro militari anglo-americani. Ricordiamone quelli più assimilabili all'esplosione di Vergarolla.
Nel maggio 1945 dei militari con la stella rossa fecero prigionieri alle Isole Brioni una quarantina di soldati della Milizia Difesa Territoriale istriana e della X MAS, li condussero a Val de Rio, presso Lisignano, li posizionarono intorno a una mina subacquea arenata sulla spiaggia e li trucidarono facendola esplodere. I brandelli straziati dei loro corpi rimasero per giorni appesi sui rami degli alberi e sulle siepi circostanti.

Il 21 maggio 1945 militari jugoslavi portarono (dolosamente?) la vecchia motocistema “Lina Campanella”, carica di circa 350 prigionieri italiani prelevati dalle carceri di Pola e poi imbarcati a Fasana, in un campo minato marino fra l'Istria orientale e Cherso. Lo scoppio e il conseguente
inabissamento della nave causarono la morte o il ferimento di molti prigionieri. Quanti finirono in mare furono maciullati dalle eliche o spietatamente mitragliati dai titini. Coloro che invece nuotarono fino a riva vennero trasferiti in campi di concentramento o ai lavori forzati. Solo
pochi trovarono scampo.

Il 5 dicembre 1945 a Pola esplose un deposito di munizioni presso il Molo Carbone causando un morto, 15 feriti e tantissimi danni. Poco tempo dopo, due individui sospetti provenienti dalla Zona B furono sorpresi nel recinto del deposito di esplosivi del Forte San Giorgio con carte di identità non perfettamente in regola e privi di idonea giustificazione.

Il 12 gennaio 1946 uno scoppio di munizionamento alla polveriera di Vallelunga provocò un morto, 40 feriti e gravi danni. Secondo un'informativa dei Carabinieri, le autorità britanniche riconobbero come responsabili e licenziarono alcuni operai della Zona B che vi lavoravano. Il tenente colonnello Orpwood, responsabile del GMA per gli Affari civili a Pola, scrisse nel gennaio 1947 che, se per Vergarolla vi erano «forti basi di sospetto» circa un sabotaggio, vi erano «delle possibilità» di un atto doloso anche per Vallelunga.

Il 20 maggio 1946 il Dipartimento di Stato USA trasmise al Governo jugoslavo una nota di protesta che denunciava fra l'altro l'«attività criminale e terrorista» in Zona A di alcuni membri dell'esercito jugoslavo e di altre organizzazioni paramilitari controllate da Belgrado.
Il 30 giugno 1946 a Pieris (Gorizia) militanti filo-jugoslavi interruppero la tappa del Giro d'Italia a colpi di pistola, ferendo un agente della Polizia Civile. Il giorno successivo a Trieste una bomba ferì 9 militari anglo-americani, mentre elementi filo-jugoslavi spararono contro manifestanti filo-italiani, che si scagliarono contro alcune sedi filo-titoiste.

A fine luglio soldati jugoslavi sconfinarono nella Zona A presso Gorizia uccidendo un soldato americano. Alcuni giorni dopo militari jugoslavi spararono contro soldati inglesi presso il posto di blocco di Prebenico (fra Trieste e Capodistria).


Il 31 luglio 1946 l'agenzia ANSA informò di un rastrellamento anglo-americano in corso nella zona di Monfalcone per sventare un atteso colpo di mano jugoslavo.

Il 9 agosto 1946 soldati jugoslavi assaltarono con bombe a mano una manifestazione filo-italiana a Gorizia.
L'11 agosto una bomba fu rinvenuta a Trieste sotto la tribuna della giuria di una gara internazionale di canottaggio, dopo che i filo-jugoslavi avevano espresso la volontà di boicottare qualsiasi manifestazione, anche sportiva, italiana.

Il 19 agosto 1946, in concomitanza con la crisi dovuta al sequestro di un aereo anglo-americano e all'abbattimento di un altro da parte jugoslava, i britannici accusarono la Jugoslavia di fomentare disordini e proteste in Zona A anche «sostenendo attività criminali e terroristiche».
All'inizio di settembre furono segnalate sei squadre di agenti sabotatori jugoslavi a Trieste, Monfalcone, Grado, Cervignano, Latisana e Pordenone volte a una presunta attività terroristica. Ad Auzza, in Zona B, una loro squadra avrebbe fatto saltare le dighe di Sottosella e Canale d'Isonzo in
caso di assegnazione all'Italia (poi non avvenuta). Altri specialisti di demolizioni avrebbero operato a Trieste, Monfalcone e Gorizia. In Istria unità d'assalto dei servizi segreti militari con base a Dignano, Gallesano, Fasana, Pola, Capodistria, Rovigno, Parenzo e Pisino avrebbero avuto
l'incarico di compiere anche attività terroristiche e atti di sabotaggio.
Il 14 settembre una bomba esplose di notte a Trieste in un ricreatorio comunale distruggendone due piani e la facciata.

Ai primi di ottobre sempre del 1946 furono segnalati a Trieste una trentina di ex prigionieri tedeschi equipaggiati dagli jugoslavi con fucili ed esplosivi per compiere sabotaggi e attentati in Zona A contro gli anglo-americani. Il 3 novembre 1946, inoltre, elementi filo-jugoslavi assassinarono l'autista del sindaco filo-italiano di Monfalcone.

La strage di Vergarolla è dunque perfettamente compatibile con la politica aggressiva e terroristica attuata da Tito in quel periodo contro i filo-italiani e gli anglo-americani nella Venezia Giulia. E Non vanno dimenticate le contemporanee ardite attività jugoslave in Grecia, Albania e Spagna.

Le testimonianze

Ci sono infine i testimoni della strage. All'epoca qualcuno parlò di uno sconosciuto visto arrivare su una barchetta di idrovolante alla banchina del cantiere navale “Lonzar”, vicino alla spiaggia di Vergarolla; avrebbe detto di venire da Brioni, che era Zona B. Il galleggiante di uno degli
idrovolanti già utilizzati dalla X MAS sull'isola potrebbe essere stato riciclato dagli jugoslavi per raggiungere il luogo del crimine.

Dopo l'esplosione il prof. Giuseppe Nider e un maggiore britannico trovarono in una cava vicina alla spiaggia tracce di apparati per l'innesco remoto di esplosivi uguali a quelli usati nelle miniere dell'Arsa, allora Zona B.

Come ignorare poi la testimonianza del defunto giornalista croato David Fistrovic, il quale sul “Glas Istre” di Pola raccontò di un polese che nella lettera d'addio scritta nel 1979 prima di suicidarsi avrebbe ammesso di aver agito «su ordine di Al-bona»? Fistrovic rivelò al consigliere del Libero Comune di Pola in Esilio Lino Vivoda il nome di questo attentatore: Ivan Nini Brljafa, nel 1946 agente dei servizi jugoslavi con sede tra Fasana e Peroi (ossia proprio davanti alle Isole Brioni).
Un signore residente a Pola ha inoltre rivelato al nostro socio Claudio Bronzin di conoscere i nomi di due polesani che il giorno dopo l'attentato avrebbero festeggiato insieme ai due attentatori in una trattoria di Monte Castagner.
In questo numero ripubblichiamo la confidenza fatta a un altro esule polese, il defunto Sergio Rusich, da un connazionale residente, secondo cui quattordici polesi brindarono in un'osteria di Monte Grande dieci giorni dopo la strage. Pubblichiamo altresì la testimonianza resa alla “Voce del
Popolo” da una polesana “rimasta”, secondo la quale molti degli attentatori erano comunisti italiani di Pola i cui nomi sono noti in città. Un anziano rovignese assai attendibile ci ha inoltre riferito che a Rovigno alcuni ferventi titoisti esultarono appena seppero della “lezione” data alla “reazione” italiana.
Purtroppo tuttora a Pola chi conosce l'identità degli esecutori ha paura di parlare. Un timore comprensibile, che però non fa cessare le illazioni sui responsabili di quel massacro.

Paolo Radivo


254 - La Voce del Popolo 26/07/14 Intervista al Prof. Guido Rumici: Cresciuto tra due dialetti sulle rive di Grado

Intervista al Prof. Guido Rumici: Cresciuto tra due dialetti sulle rive di Grado


TESTIMONIANZE Autore di una quindicina di libri, il prof. Guido Rumici, è un testimone della vicenda del nostro popolo sparso
 
Cresciuto tra due dialetti sulle rive di Grado

 “Istria putela, suta e zentilina, oci de acqua marina che te fa duta bela…”, così scriveva Biagio, così scriveva Biagio Marin guardando dalla sua Grado la linea di terra che appariva all’orizzonte nei giorni di cielo terso. Ma era anche credenza che da quella apparizione lontana, arrivassero nelle notti fredde le “variuole”, le streghe che remando avvolte nei loro mantelli, raggiungevano la laguna per portare via i bambini. Poesie, leggende che testimoniano contatti tra due sponde che la storia recente aveva cancellato, da recuperare. In quel di Grado, è nato ed abita anche Guido Rumici, insegnante, storico che ha dedicato molti libri ai tragici destini di queste terre sconvolte dalla seconda guerra mondiale. Grado, Fossalon, Gorizia, alle spalle di Trieste, sono una realtà segnata dall’esodo delle popolazione dell’Adriatico orientale. Rumici come ha scoperto questo mondo? Lo racconta in questa intervista. “Grado è l’estremo lembo occidentale della Venezia Giulia ed io sono stato fin da bambino incuriosito dal fatto che la gente parlasse due dialetti diversi, ma simili, quello di mio padre e...l’altro. Per scoprire col tempo che gli “altri” erano gli istriani, chiamati “i esuli”, quasi la metà delle persone che i miei genitori conoscevano. Nelle lunghe cene a casa mia, con loro si parlava di Pola, Rovigno, Parenzo, Fiume, Albona, Ragusa, città che venivano descritte come luoghi bellissimi ed incantati, paradisi perduti. All’età di quattro anni, cominciarono le mie vacanze in queste località della costa, sempre in compagnia degli amici esuli e dei loro figli.
Un incanto senza fine, l’infanzia e l’adolescenza. Il mare profondo e trasparente, gli scogli, i pesci ed i fondali, i profumi della vegetazione, fu amore che ancora permane perché l’esplorazione non si è mai conclusa”.

Che cosa ti ha spinto ad esplorare i percorsi che hanno portato sin qui gli esuli giuliano-dalmati?
“Fu verso i 20 anni, quando cominciai a cercare di capire i sentimenti ed i vissuti di chi era partito esule e di chi era rimasto a vivere a casa propria. Due cose mi spinsero ad approfondire queste tematiche: in primo luogo mi aveva sempre colpito l’attaccamento ai luoghi che avevano abbandonato ma anche e soprattutto l’impossibilità del ritorno. Una immensa tristezza che però ritrovavo anche in Istria dove chi era rimasto sopportava, spesso con malcelato silenzio, situazioni e pressioni che stentavo a mettere a fuoco. Volevo capire. Nel 1984 entrai, quasi timoroso, nel Centro di Ricerche Storiche di Rovigno, dove il prof. Giovanni Radossi, direttore dell’Ente, mi accolse con simpatia, coinvolgendomi con spiegazioni illuminanti e riempiendomi di pubblicazioni che mi invitò a leggere. Lo feci, avido. Poi visitai i vari archivi e infine iniziai a raccogliere testimonianze orali, sia tra gli esuli che tra rimasti. Ne ho svariate centinaia, su ambo i versanti del confine, molte già pubblicate nei mei libri, altre inedite”.

Il primo incontro con Fossalon, con la sua gente?
“Mia mamma ha fatto la maestra elementare a Fossalon e mi fece fare la prima elementare nella sua scuola. Fossalon era ed è la frazione agricola di Grado, in terraferma, abitata da coloni veneti e da esuli istriani, giunti dopo il Memorandum di Londra del 1954. Ero l’unico gradese in mezzo a tutti figli di istriani. Lì imparai anche il loro dialetto. Ricordo che erano quasi tutti originari della Zona B del TLT, figli di contadini del Buiese, dell’Umaghese e del Cittanovese. Il mio compagno di banco era il nipote dello scrittore Fulvio Tomizza che, non a caso ha dedicato un libro, “Il bosco di acacie”, all’insediamento degli esuli a Fossalon”.

Storie emblematiche che hai raccolto?
“Quando gli esuli giunsero a Fossalon, dopo la metà degli anni Cinquanta, questa località sembrava un deserto, solo da pochi anni si era conclusa la bonifica di una terra strappata al mare. Soprattutto gli anziani, all’inizio, provarono disperazione profonda davanti a questa pianura vuota, senza alberi, paragondola alla loro terra rossa che vedevano continuamente volgendo lo sguardo verso sud, a sole poche miglia, oltre quel mare che in passato aveva unito le genti e ora invece le divideva in maniera violenta. Poi, da buoni istriani, si rimboccarono le maniche e con anni di lavoro si rifecero una vita, grazie anche, è giusto sottolinearlo, alle provvidenze ed agli aiuti del Governo Italiano, di cui spesso ci si dimentica. Uno di loro mi disse, parlando del proprio vissuto, che l’Italia aveva perduto l’Istria ma aveva salvato almeno gli Istriani. I pescatori istriani invece si sono inseriti ed amalgamati in modo graduale nel tessuto lavorativo e sociale gradese, portando con sé le proprie imbarcazioni d’alto mare e le proprie tecniche di pesca, diverse da quelle dei gradesi, cui hanno insegnato molto in materia di pesca d’altura. In porto a Grado, sino a pochi anni fa, si sentiva parlare sia in gradese, sia rovignese, sia fasanese. Mi ha colpito soprattutto la tenacia dei pescatori rovignesi, circa 200 persone con i loro familiari, che sono riusciti a mantenere contatti clandestini, in mare aperto, con i loro parenti e amici rimasti in Istria, per tutti i lunghi anni in cui varcare il confine terrestre italo-jugoslavo era difficile se non proibitivo”.

Quante sono le famiglie giuliano-dalmate tra Grado e Fossalon?
“Tra la città di Grado e la frazione di Fossalon giunsero in tutto, tra il 1943 ed il 1958, circa 3.500 profughi (2.500 nei dodici anni compresi tra la fine della guerra ed il 1956 e circa un migliaio sommando il biennio bellico 19431945 ed il 1957/1958). Un po’ più della metà di loro lasciò poi, negli anni seguenti, il Comune di Grado per trasferirsi in altre località (soprattutto i polesi), per cui si può calcolare che la cifra degli esuli effettivamente rimasti ad abitare a Grado città ed a Fossalon in pianta stabile si sia attestato attorno alle 1.600/1.700 unità. Alcuni decenni dopo, nel marzo 1993, erano ancora residenti nel Comune di Grado circa 850 persone nate nei territori ceduti ora appartenenti alle nuove Repubbliche di Slovenia e di Croazia. In tale cifra non sono contemplati i loro discendenti che si sentono ormai gradesi a tutti gli effetti”.
Si parla spesso di eccellenza nel mondo dell’esodo, qualche nome importante anche in queste zone?
“Voglio rammentare l’onorevole Giuseppe Bugatto, zaratino, deputato a Vienna sotto l’Austria e poi rappresentante del Comune di Grado presso il Governo Militare Alleato (G.M.A.) dopo il 1945, l’industriale rovignese Pedol, che diede vita alla Safica, fabbrica del tonno, dove lavoravano decine di operai; il dottor Smareglia, che fece aprire l’ospedale civile di Grado, il dottor Anteo Lenzoni, magistrato di Pola, membro del C.L.N., organizzatore del trasferimento ed accoglienza degli esuli di Pola a Grado, il rovignese Tullio Svettini, attore, regista ed anima delle compagnie teatrali di Grado. Vi furono poi una trentina di maestri e professori istriani, fiumani e dalmati. Tra di loro voglio ricordare il maestro Giuliano Mattiassi, vero faro degli esuli istriani a Grado e per moltissimi anni delegato dell’ANVGD locale”.

In che modo le seconde e terze generazioni potranno continuare a mantenere viva una memoria storica?
“Soltanto quelle persone che hanno una particolare sensibilità umana, di ricerca delle proprie radici, possono continuare a guardare al recupero della memoria dei propri avi. Talvolta si tratta di casi isolati, che è difficile coagulare in un gruppo. Solo gli strumenti informatici possono avvicinare oggi persone che, pur vivendo anche molto distanti geograficamente, hanno la voglia e l’interesse di mantenere questa memoria storica”.
Dialogo esuli-rimasti, una tua riflessione sulla possibilità di costruire una rete di contatti ed iniziative.
“Il dialogo c’è da oltre vent’anni e solo alcuni ambienti ancora troppo legati a logiche di chiusura non vuole riconoscerlo. La rete di contatti che all’inizio era sviluppata solo a livello individuale e di singoli studiosi ed interessati, è oggi molto più fitta di qualche anno fa. Credo che i tempi siano maturi per una maggior collaborazione tra gli enti e i sodalizi delle due diverse realtà, e quindi anche ad iniziative comuni in campo culturale (vedi la MLHistria), religioso, sportivo ed associativo, anche perché il tempo passa e gli iscritti alle varie sigle sono inesorabilmente sempre di meno”.

 Scrivere i tuoi libri sulle vicende del confine orientale, che cosa ha rappresentato per te?
“E’ stata una sfida condensata in una quindicina di pubblicazioni sulle vicende giuliano-dalmate, perché sapevo di dover sempre sfiorare l’ombra della politica e delle ideologie, mentre invece volevo cercare di raccontare queste vicende soprattutto dal punto di vista umano, delle gente comune. Ho cercato di descrivere le varie e diverse posizioni di chi è partito e di chi è rimasto e sapevo anche che la scelta di far parlare uomini e donne degli opposti schieramenti mi avrebbe procurato antipatie ed accuse. Però, in questo modo ho anche conosciuto moltissime persone di una umanità straordinaria, con grandi valori e con storie incredibili, che mi hanno comunicato grandi emozioni.
 In molti casi gli anziani mi hanno raccontato vicende che nemmeno ai loro congiunti avevano raccontato, spesso per non addolorarli troppo, facendomi sentire da un lato onorato delle loro confidenze ma anche gravato dal peso che volevano lasciarmi, di testimone dopo la loro scomparsa. Altre volte mi hanno chiesto di non pubblicare nulla data l’assoluta drammaticità dei loro vissuti. Si è trattato quindi, da parte mia, di un viaggio attraverso i sentimenti di generazioni diverse, che purtroppo stanno scomparendo, e che non so se riuscirò mai a descrivere compiutamente”.


255 - Il Piccolo 04/08/12 Isola Calva in vendita, scoppia la rivolta

L’associazione di Goli Otok: «Non può diventare un parco di divertimenti». Radin: «Il governo si fermi e rispetti la memoria»  

di Andrea Marsanich
 
FIUME Non poteva andare diversamente. La decisione del governo croato di centrosinistra di inserire l’Isola Calva (Goli Otok) nella lista dei 100 grandi immobili nazionali da privatizzare ha scatenato polemiche e proteste in Croazia. Probabilmente l’idea non è piaciuta neanche nelle altre ex repubbliche della Jugoslavia, considerato che nell’ex lager di Tito finirono oppositori che vivevano (o vivono) in Slovenia, Serbia, Bosnia ed Erzegovina, Montenegro e Macedonia. A reagire con un duro comunicato all’iniziativa dell’esecutivo croato è stata l’associazione Isola Calva “Ante Zemljar”, da sempre in prima fila nel voler fare di questa caratteristica isola nordadriatica un’area della rimembranza, dove mantenere vivo il ricordo delle 400 vittime del campo e delle sofferenze di tutte le 13 mila persone che dovettero trascorrere anni durissimi, dal 1949 al 1956, in quest’angolo d’inferno. Il presidente dell’associazione, Darko Bavoljak, ha rilevato nel comunicato che l’Isola Calva non puo venire commercializzata, trasformata in luogo da dare in pasto ai privati: «Siamo convinti che la privatizzazione dell’isola, destinata così a diventare un parco divertimenti, arrecherebbe un’offesa incancellabile alle migliaia di internati e alle loro famiglie. Vogliamo avere un adeguato centro memoriale e non svendere i nostri ricordi e il nostro passato, relativizzando le tragedie che si consumarono all’Isola Calva». Secondo Bavoljak, l’isola, o parte di essa, dovrebbe essere proclamata area della rimembranza, dove si potrebbe dare vita ad una particolare forma di turismo, che si baserebbe sullo studio della democrazia e dei diritti umani, sulla tutela dei ricordi legati alle vittime di questo famigerato campo di internamento, con l’Isola Calva che dovrebbe diventare uno spazio anche per artisti e ricercatori. «Chiediamo al presidente della Repubblica, al governo e al Parlamento di promulgare una legge in materia, coinvolgendo nel progetto tutte le ex repubbliche jugoslave. In tal modo si potrebbe concorrere ai mezzi dell’Unione europea tramite il programma intitolato “L’Europa per i cittadini”». Infine Bavoljak ha detto di voler credere che l’esecutivo del premier Zoran Milanovic„ (Partito socialdemocratico) agirà in tempi rapidi, nominando un interlocutore che ascolti quelle che saranno le proposte della “Ante Zemljar”. A manifestare dissenso nei riguardi del progetto di commercializzazione dell’Isola Calva è stato anche il connazionale Furio Radin, presidente della Commissione parlamentare per i diritti umani, che da anni si batte per trasformare questa manciata di pietre adriatiche in un’area del ricordo e della pietà. «Sono contrario a progetti che parlano di investitori, imprenditori, denaro e quant’altro all’Isola Calva. Parliamo di una zona del dolore e delle tragedie, che non va monetizzata. Tuteliamola affinché costituisca un messaggio alle future generazioni».


Si ringraziano per la collaborazione della Rassegna Stampa: L’Università Popolare di Trieste e l’Assoc. Nazion.Venezia Giulia e Dalmazia - ANVGD di Gorizia

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La Gazeta istriana maggio - giugno 2014
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Maggio - Giugno 2014 – Num. 45


30 -  La Voce in più Storia & Ricerca 07/06/14 Vergarolla: Fonti Jugoslave (Daria Deghenghi)
31 - Panorama Edit 30/05/14 Foibe ed Esodo: dalla rimozione alla conoscenza, il nuovo saggio di Carla Isabella Elena Cace (Fulvio Salimbeni)
32 - Il Piccolo 04/06/14  L'affascinante reportage del giornalista francese Yriarte raccontava già nel 1874 la difficile convivenza in Istria (Alessandro Mezzena Lona - Carlo Yriarte)
33 - Leggere Tutti - Aprile 2014 Paolo Scandaletti: La storia dell'Istria e della Dalmazia (Albero De Grassi)
34 - La Voce del Popolo 08/05/14 Cultura - Conoscere la guerra per amare la pace (Kristjan Knez)
35 - Panorama Edit 30/05/14 Ricordando Tomizza (Marino Vocci)
36 - La Voce in più Storia  07/06/14 Torre civica emblema di Fiume (Igor Kramarsich)
37 - Il Piccolo 08/05/14  Caracciolo: «Gli indipendentisti fermi al 1914»

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30 -  La Voce in più Storia & Ricerca 07/06/14 Vergarolla: Fonti Jugoslave

Recensioni di Daria Deghenghi

Vergarolla: Fonti Jugoslave

La strage di Vergarolla: fonti jugoslave” è l’ultima in ordine di tempo tra le ricerche storiografiche sulla sciagura - tutta polese e tutta italiana - del 18 agosto 1946.

Porta la firma di William Klinger e la sua pubblicazione, in forma di opuscolo (allegato) all’”Arena di Pola”, si deve all’associazione Libero Comune di Pola in Esilio. Al direttore dell’”Arena”, Paolo Radivo, il merito per aver sollecitato la ricerca e curato l’edizione presentata al 58.esimo Raduno degli esuli da Pola (1519 maggio). Vero è che l’ultima fatica di Klinger sulla carneficina in spiaggia del 1946 non ha portato a scoperte clamorose, ma è vero altrettanto che il ricercatore di origini fiumane ha per primo ispezionato gli archivi di Stato di Belgrado, riesumandovi documenti seppelliti che a parere di Tullio Canevari costituiscono “un altro tassello di quel mosaico che un giorno ci permetterà di vedere, forse tutta intera, la verità”.

Che però la “verità” sia altamente malleabile anche a distanza di decenni è lampante. E che i fatti, complice una pluridecennale omertà sul caso, siano talora spinti ad interpretazioni forzate, non è meno evidente. Ad ogni modo, il merito di Klinger è quello di aver decostruito e ricomposto tesi in aperto conflitto, ipotesi azzardate e costruzioni fantastiche dell’uno e dell’altro filone agiografico; di aver separato la farina dalla crusca, e cioè distinto nettamente tra fatti ed interpretazioni; di aver smascherato l’ideologia dietro la parvenza del giudizio oggettivo e soprattutto di aver fornito una “cornice al quadro”, e cioè descritto accuratamente il contesto storico, politico, demografico e ideologico che fu teatro di una delle maggiori carneficine dell’Italia del Dopoguerra. La prima assoluta e la più sottaciuta, e questo è certo.

Una strage inimmaginabile

Il fatto è presto detto, visto che alla strage in spiaggia non seguì alcuna imputazione di responsabilità né pene di sorta, ma solo un cupo silenzio. La mattina di domenica 18 agosto 1946 si tennero a Vergarolla le tradizionali gare natatorie della Coppa Scarioni e in serata fu programmata una festa per il sessantesimo della fondazione della società nautica Pietas Iulia, che ebbe sempre un orientamento patriottico italiano. Alle 14.10 il boato. Il numero delle vittime non fu mai accertato, anche se i corpi identificati furono 64. Ma resta il fatto che alcune persone “furono letteralmente polverizzate”. Circa 200 i feriti. Fu la peggior strage italiana del Dopoguerra, paragonabile solo all’esplosione alla Stazione di Bologna dell’agosto 1980. La città era divisa nell’anima.

“Documenti inglesi riferiscono che prima di Vergarolla da parte filojugoslava era stata espressa la volontà di boicottare qualsiasi manifestazione filo-italiana”. E infatti un mese e mezzo prima c’era stata la tappa Rovigno-Trieste del Giro d’Italia, osteggiata da una folla di dimostranti e sfociata in aperto conflitto a colpi di pistola. Il primo luglio a Trieste, durante gli scioperi indetti dal CLN e dall’Unione antifascista italo-slava, la folla lanciava una bomba che feriva soldati inglesi e americani; filoitaliani ricambiarono con bombe contro sedi filo-titoiste.

Ma la strage di Vergarolla era ancora inimmaginabile. Le munizioni erano incustodite e i civili non protetti, eppure quando la stampa americana affermò la responsabilità delle forze alleate, il Comando del GMA reagì furiosamente proclamando la propria estraneità all’accaduto. Anche l’indennizzo alle famiglie era stato trattato alla stregua di risarcimento per danni da calamità e non già come obbligo degli alleati per responsabilità diretta o indiretta dell’accaduto. Passati i funerali, le pubbliche manifestazioni di lutto (chiusura di negozi, messe di suffragio
eccetera) e distribuiti gli indennizzi, Vergarolla sparì immediatamente dalle cronache e dai resoconti di storia ufficiali di entrambi i Paesi per piombare nel mistero assoluto fino alla fine degli anni Novanta.

La controversia storiografica

Materiale documentario sulla strage agli archivi di Londra fu rinvenuto dall’argentino Mario J. Cereghino che con Fabio Amodeo pubblicò una gran mole di documentazione sul dopoguerra giuliano che però non incise minimamente sulla storiografia italiana, forse per la vendita in abbinamento a quotidiani a diffusione locale. A questo punto Klinger scrive le pagine più interessanti del suo lavoro. Riprende il contenuto dell’informativa “Sabotage in Pula” del 19 dicembre 1946, che punta il dito contro tale Giuseppe Kovacich, agente dell’OZNA, facendo leva su fonti italiane. Anni fa l’informativa in questione è stata un boccone ghiotto per la pubblicistica, che infatti aveva afferrato l’osso e se n’era nutrita ripetutamente, a puntate, ma senza alcuna ripercussione sulla storiografia.
Pochi, infatti, se ne occuparono con cognizione di causa e taluni lo fecero con ricami fantasiosi tali da stupire anche il pubblico meno colto, figurarsi quello più serio. Da parte croata c’è stata la tendenza a relativizzare la scoperta, considerata inattendibile “per parzialità di vedute” della fonte: i carabinieri italiani.

Darko Dukovski, ordinario di storia all’Università di Fiume, ha visitato gli archivi di Londra e ne ha tratto due pubblicazioni. L’articolo comparso sulla polese di storia “Histria” è di evidente stampo negazionista, propone innanzitutto una dettagliata analisi balistica dell’esplosione per poi cacciarsi in esplorazioni e considerazioni anche contrastanti, al punto che ora nega l’esistenza dell’attentatore ed ora ne postula cambi di identità, confutando il presunto interesse delle autorità politiche jugoslave a perseguitare gli italiani perché “tanto la carta politica della nuova Europa era già stata disegnata” e perché comunque il “problema italiano” si sarebbe risolto più avanti.

Attentatori italiani contro civili italiani?!

Nel 2013 Claudia Cernigoi riprende i dubbi di Dukovski e scrive che “a livello politico, era interesse strategico del CLN polese provocare un moto di popolo per impedire la cessione della città agli jugoslavi”, ribadisce che nel CNL c’era gente disposta a tutto, come ben dimostra il caso di Maria Pasquinelli e l’assassinio del generale britannico de Winton, e adduce che per puro caso proprio nel giorno dell’esplosione la Pasquinelli non si recò a Vergarolla, né ci andò il padre di Marina Rangan, “forse per un provvidenziale sesto senso”. Per Cernigoi, d’altronde, un nome dello stampo di Giuseppe Kovacich (Josip Kovacic) equivarrebbe in Italia a un Mario Rossi, che poi sarebbe “uno, nessuno e centomila”, neanche a fare apposta, o a volerselo inventare. Ergo gli italiani avrebbero causato essi stessi una carneficina di italiani a scopi propagandistici e rivoluzionari. Bisognerà pur dirlo: quella del filone Dukovski-Cernigoi è solo l’ultima delle pugnalate inferte da chi non ha davvero nulla da perdere nella ferita ancora sanguinante del popolo giuliano. Ma Klinger tira fuori dalla manica il vero Kovacic, di cui ha rintracciato la tomba al cimitero di Cosala. E dice: sarà poi anche vero che “il nome di Giuseppe Kovacich è comune quasi quanto quello di Mario Rossi”, ma il soggetto da noi rintracciato (partigiano, trentenne nel 1946 e fiumano) risulta essere l’unico, anche se resta vero che “un’informativa di per sé non costituisce una prova certa”. Lo riconosce del resto anche l’esule polese Sergio Cionci, agente del Servizio militare italiano dal 1947 al 1954. Intervistato da Andrea Romoli ebbe a dire in merito al presunto attentatore: “L'unica cosa che posso confermare è che il Kovacich era ben conosciuto dai nostri servizi, non fosse altro che per i suoi periodici contatti con la società di importazioni ed esportazioni jugoslave di via Cicerone a Trieste, strutture che all’epoca erano notoriamente sedi di copertura per l’OZNA in città. Ricordo che il suo nome emerse diverse volte in informative interne che ricevemmo dal controspionaggio ma mai - e sottolineo mai - venne in alcun modo associato alla strage di Pola”.

Brljafa suicida per rimorso?

In contrapposizione a Dukovski e Cernigoi, e ben prima di loro, il direttore del periodico “Istria Europa”, Lino Vivoda, Il luogo della strage come si presenta oggi aveva seguito le orme del giornalista David Fistrovic, che aveva aperto una pista d’indagine diversa - promettente e tuttavia abbandonata - secondo la quale il responsabile o uno dei responsabili dell’esplosione sarebbe stato Ivan Brljafa, un maggiorente comunista di Pola, che negli anni Sessanta fu anche sindaco, e prima ancora un agente dei servizi segreti jugoslavi.
Ebbene Brljafa morì suicida nel cortile di casa, a quanto sembra per rimorso, e avrebbe lasciato anche una confessione del suo operato terroristico su comando dell’OZNA in una lettera in possesso di una parente.
Fistrovic raccontò di aver visto con i suoi occhi il biglietto, ma non è più tra noi per testimoniarlo.

Quanto alla Cernigoi, che insiste a rimarcare la contrapposizione tra fascisti e antifascisti, questi ultimi tutti fedeli a Tito, Klinger risponde che “tali categorie appaiono già nel 1946 pienamente superate”, poiché gli “jugoslavi si muovevano ormai in aperta ostilità nei confronti degli ex alleati angloamericani”. In città il clima era pesante da mesi. Scoppi di arma da fuoco ed esplosioni di munizionamento e di residui bellici erano all’ordine del giorno, quasi quanto spiegazioni sulla loro casualità, di cui Klinger fornisce resoconti esaustivi. È vero, conclude l’autore, “a Pola era in atto una vera strategia della tensione, come del resto affermato da Claudia Cernigoi, ma che difficilmente può essere attribuita all’operato di spezzoni dei servizi fascisti’ italiani”. Del resto “... gli jugoslavi si presentavano come la punta di lancia dell’avanzamento sovietico in Europa”, afferma Klinger e adduce numerose prove in tal seno (occupazione dell’Albania e della Venezia Giulia prima della fine della guerra, eccetera eccetera).

La fuga, unica soluzione

Quanto a Vergarolla, l’attentato fu solo l’ultimo di una serie di esplosioni a catena, ma ebbe “conseguenze devastanti sul morale della popolazione, già duramente provata dalla guerra”. Quello della vigilia della strage era un momento topico, ribadisce Klinger. La prima fase della Conferenza di Pace (che vide confrontarsi una Jugoslavia trionfante e in pieno fervore espansionistico, contro un’Italia a capo chino con un de Gasperi in prima linea a rivendicare l’Istria “solo per ragioni di prestigio”) si concluse il
17 agosto.

l’attentato “rafforzò anche nei più titubanti la convinzione che l’esodo fosse ormai l’ultima garanzia di sopravvivenza”. Chi teme per la propria vita e vive nel panico non è in grado di fomentare moti di popolo per opporsi ad un oltraggio dovuto alla perdita di sovranità territoriale.

Fugge e basta. E infatti da Pola fuggirono in 28.000. Non certo perché gli italiani lanciarono bombe contro sé stessi.


31 - Panorama Edit 30/05/14 Foibe ed Esodo: dalla rimozione alla conoscenza, il nuovo saggio di Carla Isabella Elena Cace
La Storia Oggi

A dieci anni della Legge del Ricordo il nuovo saggio di Carla Isabella Elena Cace

Foibe ed Esodo: dalla rimozione alla conoscenza

di Fulvio Salimbeni

Il 30 marzo 2004 il Parlamento italiano quasi all’unanimità approvava la legge, n. 92, del “Giorno del Ricordo in memoria delle vittime delle foibe, delleso-do giuliano-dalmata, delle vicende del confine orientale e concessione di un riconoscimento ai congiunti degli infoibati”, poi pubblicata nella “Gazzetta Ufficiale” n. 86 del 13 aprile successivo, grazie alla quale s’apriva una nuova stagione nel dibattito storiografico in materia e nell’opera di divulgazione di tali vicende nelle scuole e nell’opinione pubblica che, fuori dal Friuli Venezia Giulia, a parte rari casi, poco o nulla ne sapeva. Ora, ricorrendo il decennale di tale iniziativa legislativa, Carla Isabella Elena Cace, esule di terza generazione, appartenente a una famiglia originaria di Sebenico, alcuni componenti della quale hanno avuto un ruolo di rilievo nell’associazionismo dell’esodo adriatico, ha dato alle stampe, come n. 61 della collana “I libri del Borghese” (Pagine editore, pp.
188, con 31 fotografie, euro 16), Foibe ed esodo: l’Italia negata. La tragedia giuliano-dalmata a dieci anni dall’istituzione del“Giorno del Ricordo”, ripresa, sviluppo e ideale coronamento di due suoi precedenti lavori in materia, rispettivamente Foibe: martiri dimenticati, e Foibe:
dalla tragedia all’esodo, cataloghi della mostra al Vittoriano, curati insieme con Matteo Signori ed entrambi editi nel 2009 dall’editore Palladino d’intesa con l’Associazione Nazionale Dalmata.

Il presente saggio, scritto con linguaggio non specialistico e di taglio volutamente divulgativo, per raggiungere un pubblico quanto più vasto possibile, s’apre con le prefazioni di Roberto Menia, il deputato primo firmatario della legge in questione, Renzo de’ Vidovich, Lucio Toth, Marino Micich, Lorenzo Salim-beni, Paolo Sardos Albertini, Antonio Ballarin, tutti a vario titolo legati al mondo della diaspora, e Gian Marco Chiocci, direttore del quotidiano romano “Il Tempo”, che illustrano la lunga battaglia sostenuta per imporre all’attenzione della Nazione questa dolorosa pagina rimossa della storia italiana, denunciando pure quelle che, almeno secondo alcuni di loro, sono state le ragioni opportunistiche d’un cinquantennale silenzio in merito e indicando ciò che si deve compiere, in particolare sul cruciale piano didattico, per far conoscere tali vicende. Ad esse seguono cinque capitoli, riguardanti rispettivamente il Giorno del Ricordo, in cui è riportato il testo integrale della legge; il decennale dessa (2004-2014); quel che in tale periodo s’è fatto per rimuovere la cortina d’oblio; le foibe, con relativa cronologia dei fatti, testimonianze, documenti; lesodo, con, infine, l’elenco della cinquantina di Comunità Italiane attualmente attive in Slovenia e Croazia, sintetiche biografie di esuli illustri (Abdon Pamich, Alida Valli, Andrea Millevoj, Antonio Gandusio, Antonio Varisco, la famiglia Luxardo, il beato Francesco Bonifacio, Laura Antonelli, Mila Schoen Nutrizio, Nino Benvenuti, Ottavio Missoni, Sergio Endrigo), le conclusioni, la bibliografia, peraltro molto succinta, integrata da un elenco di siti Internet - a p. 94, però, v’è un paragrafo relativo alle pubblicazioni nel circuito nazionale dopo il 2004 -, e l’apparato fotografico.

La trattazione vera e propria ricostruisce per sommi capi e per punti essenziali la storia della sponda orientale adriatica negli ultimi due secoli, dal 1797 - anno della fine della Repubblica di Venezia - al secondo dopoguerra, fino al trattato di Osimo, che pose definitivamente termine alla vertenza diplomatica sul confine orientale, fornendo un primo, utile orientamento al lettore ignaro in materia. Più originali e interessanti sono le pagine del terzo capitolo, dedicate a quanto intrapreso dal 2004 in poi per diffonderne la conoscenza tra il più vasto pubblico nazionale, dalla costituzione del “Comitato 10 Febbraio” alle visite scolastiche alla foiba di Basovizza, sul Carso triestino, dotata d’un centro didattico e di guide specializzate, complementare, in un certo senso, alla Risiera di S. Sabba, nel capoluogo giuliano, essa pure dichiarata monumento nazionale, che ricorda l’altro tragico aspetto del periodo 1943-47, l’occupazione tedesca dopo l’8 settembre, con la conseguente spietata repressione del movimento partigiano e la persecuzione degli ebrei, oltre alla mostra del Vittoriano, di cui s’è già detto, che ottenne il patrocinio delle principali istituzioni nazionali e romane e una visibilità, data la collocazione, fino allora inimmaginabile. Sul versante mediatico, inoltre, si ricordano lo sceneggiato televisivo, diffuso anche nel circuito cinematografico, Il cuore nel pozzo, che, come s’è già avuto modo di notare in un precedente intervento, sarebbe stato meglio non venisse realizzato, data la discutibilissima ricostruzione storica in esso fornita, e il recente, invece riuscito, spettacolo teatrale Magazzino 18 di Simone Cristicchi, in cui il dramma giuliano-dalmata, inquadrato in un più ampio arco cronologico, grazie alla bravura dell’autore e interprete è stato rappresentato con rara sensibilità ed equilibrio storico.

Del pari positiva, e indice del nuovo clima che si va finalmente instaurando a livello di rapporti tra esuli e cosiddetti “rimasti”, è l’attenzione riservata a “quelli che decisero di restare” e alla loro tutt’altro che facile condizione nella Jugoslavia comunista, venuta migliorando molto lentamente una volta superate le maggiori tensioni tra Roma e Belgrado e cambiata decisamente in meglio soltanto dopo la sua disintegrazione nei sanguinosi conflitti degli anni Novanta, entrando a far parte dei nuovi stati di Slovenia e Croazia, finché il famoso concerto dell’amicizia del maestro Riccardo Muti, svoltosi a Trieste il 13 luglio 2010 alla presenza di presidenti delle repubbliche italiana, slovena e croata, ha suggellato l’aprirsi d’una nuova, positiva stagione nei rapporti transfrontalieri, facilitati, tra l’altro dall’ingresso nell’Unione europea di Lubiana prima e di Zagabria ora, e nel percorso verso una “memoria condivisa”, di cui, a un elevato livello politico e istituzionale, le premesse erano state posto nel civile confronto tra Gianfranco Fini e Luciano Violante svoltosi a Trieste nel marzo 1998, tappa per certi versi conclusiva d’un processo di revisione e ripensamento facilitato dalla fine della Guerra Fredda, dalla scomparsa dell’URSS e dalla trasformazione del PCI prima in PDS e poi in PD.

Altro pregio della pubblicazione è quello d’aver avviato la ricostruzione - sia pure sommariamente e privilegiando la dimensione politica - dal momento epocale della scomparsa della Serenissima, collocando il fatale quadriennio
1943-47 in una più ampia cornice cronologica, che gli dà maggior senso e storicità, cogliendo le radici della tragedia adriatica negli immani sommovimenti e drastici cambiamenti indotti dalla Grande Guerra, che, provocando la scomparsa di tre imperi multinazionali (austro-ungarico, russo, ottomano), diede origine a una serie di piccoli stati altrettanto plurietnici, ma dominati dal mito della purezza nazionale, donde la persecuzione delle numerose minoranze in essi esistenti e le rivendicazione delle proprie, incorporate in altri stati, come è stato, del resto,ricordato nell’intervento di Robert Gerwarth Uno stato, un popolo: l’eredità avvelenata del 1914-18, comparso nel fascicolo monografico, fresco di stampa (n. 5, 2014), di “Limes”, 2014-1914: l’eredità dei grandi imperi.

Positivo, infine, è stato aver riportato integralmente il testo della legge istitutiva del Giorno del Ricordo, che tanti citano senza nemmeno averla letta, perché, qualora lo avessero fatto, avrebbero appreso che nell’art. 1, comma 2, in cui sono previste iniziative didattiche e scientifiche miranti a diffondere la conoscenza di tali fatti e a preservarne la memoria, si dichiara che esse “sono, inoltre, volte a valorizzare il patrimonio culturale, storico, letterario e artistico degli italiani dell’Istria, di Fiume e delle coste dalmate, in particolare ponendo in rilievo il contributo degli stessi, negli anni trascorsi e negli anni presenti, allo sviluppo sociale e culturale del territorio della costa nord-orientale adriatica e altresì a preservare le tradizioni delle comunità istrianodalmate residenti nel territorio nazionale e all’estero” (pp. 55-56). Tale raccomandazione è la miglior giustificazione tanto della meritoria attività dell’IRCI (Istituto regionale per la cultura istriano-fiumano-dalmata) - al principiare degli anni Novanta fondato da Arturo Vigini, indimenticabile figura di politico, nell’accezione migliore del termine, istriano -, sin dall’inizio impegnato, con la rivista “Tempi & Cultura” e con corsi d’aggiornamento, convegni, seminari, spesso confluiti in pubblicazioni degli atti, presentazioni librarie, a far conoscere l’intera e complessa storia della civiltà adriatica nelle sue diverse componenti e articolazioni, senza ridurla soltanto agli eventi del secondo conflitto mondiale e a quelli immediatamente successivi, quanto del Centro di ricerche storiche di Rovigno, senza scordare che numerosi comitati provinciali dell’ANVGD, come quelli di Gorizia e di Udine, da tempo sono impegnati, e con ottimi risultati, nella medesima direzione.

Il saggio della Cace, dunque, si propone sia come sintetico profilo delle travagliate vicende del confine orientale sia quale bilancio di quanto fatto nell’ultimo decennio, tenendo desta la memoria d’esse, per comprenderle e contestualizzarle sempre meglio sul versante storiografico.


32 - Il Piccolo 04/06/14  L'affascinante reportage del giornalista francese Yriarte raccontava già nel 1874 la difficile convivenza in Istria
Biblioteca dell’Immagine pubblica l’affascinante reportage del giornalista francese Yriarte raccontava già nel 1874 la difficile convivenza in Istria

di Alessandro Mezzena Lona

Di professione faceva l’ispettore degli asili. Nel tempo libero amava scrivere, ma soprattutto viaggiare. Quando lasciò Trieste, a cui dedicherà un memorabile reportage, per addentrarsi nei territori dell’Istria, scendendo fino al Quarnero, alle isole, Carlo Yriarte si accorse subito che quella terra era una polveriera. Pronta a esplodere. Dove la gente conviveva sì, ma senza amarsi.

Affascinato dall’Italia, partito per un viaggio d’esplorazione lungo le coste dell’Adriatico, Yriarte pubblicò a puntate il racconto del suo girovagare. Nel 1875 lo lessero, per primi, i francesi che acquistavano la rivista “Tour du Monde”. Qualche tempo dopo, nel 1883, anche i Fratelli Treves di Milano dedicarono ai racconti “on the road” del giramondo parigino, nato nel 1833 da una famiglia di origine spagnola, una collana diventata leggendaria.

Adesso, quel viaggio ridiventa una storia di carta in più volumi. Dopo l’antipasto di “Trieste”, proposto l’anno scorso, la Biblioteca dell’Immagine comincia la sua lunga navigazione sulle tracce di Yriarte proponendo “Istria. Il golfo del Quarnero e le sue isole”, che arriva nelle librerie oggi.

«Abbiamo raccolto, nelle maggiori librerie antiquarie italiane ed estere - racconta l’editore Giovanni Santarossa -, i volumi contenenti i famosi resoconti di viaggio compiuti in Italia dalla metà a fine Ottocento. Abbiamo selezionato le opere e lavorato intensamente per due anni per rendere disponibili questi gioielli che raccontano l’Italia da Trieste a Palermo, da Cagliari a Trento. Complessivamente saranno realizzati circa 50 volumi». E ogni libro sarà accompagnato dai disegni, davvero splendidi, che Yriarte abbozzava durante il viaggio, e perfezionava al suo ritorno a casa.

Charles Yriarte, italianizzato in Carlo, non ha visto da vicino le follie del secolo breve. Morto nel 1898, a 66 anni, si è risparmiato il crollo dell’Impero austroungarico, la discesa delle truppe fasciste e naziste lungo i Balcani, le due guerre mondiali, l’orrore dei lager, la vergogna del campo di Arbe, e poi il terribile esodo della gente italiana dall’Istria e dalla Dalmazia, il massacro delle foibe, la caccia all’uomo. Ma lungo il percorso del suo viaggio nelle terre istriane, già nel 1874 si era accorto che sotto la cenere di una convivenza apparentemente quieta covava la scintilla di future rese dei conti.

Scriveva Yriarte: «Tutta la costa dell’Istria è veneta per tradizione e per origine; tutta la campagna è slava, e questo ultimo elemento costituisce oltre due terzi della popolazione totale. L’elemento tedesco si compone soprattutto di impiegati e militari, rappresentanti del potere centrale, che, venuti dall’interno dell’Austria, si considerano spesso come esiliati in questo paese perduto, raffrontandolo con rammarico alle ridenti valli della Stiria e alle belle provincie dell’arciducato d’Austria. La lingua in uso nelle città è l’italiana. Nelle città del litorale e in quelle dell’interno, i piccoli commercianti parlano slavo per la necessità d’intendersi coi contadini, senza entrare in questioni d’ordine politico, è impossibile al viaggiatore di non riconoscere l’antagonismo flagrante fra l’elemento italiano e l’elemento slavo. Tra queste due razze, l’elemento tedesco, che rappresenta il potere e l’autorità, barcheggia con prudenza, e studia di conservar l’equilibrio». Ma Yriarte era bravo anche a raccontare l’anima dei luoghi. Gli usi e i commerci, le credenze e i modi di abbigliarsi. Ci sono pagine che si fanno leggere come quelle di un romanzo. Senza mai perdere di vista l’obiettivo principale: svelare una terra poco conosciuta a chi, allora, sognava il mondo dalla poltrona di casa.

C’è poco cibo però non manca l’ospitalità degli abitanti

Da “Istria. Il golfo del Quarnero e le sue isole” di Carlo Yriarte pubblichiamo un brano del primo capitolo, per gentile concessione della Biblioteca dell’Immagine.

di CARLO YRIARTE

Le strade esistono fra i grandi centri, ma lì soltanto. I mezzo di locomozione mancano affatto; c’è bene un servizio di posta, che attraversa il paese, ma, oltre al non partire tutti i giorni, la vettura non ha che due posti, ed è un mezzo lento, a causa delle località da servire. Abboccandovi cogli abitanti, trovate quasi dappertutto dei vetturini, che vi portano da un luogo a un altro, ovvero potete viaggiare sui muli. Rispetto all’alloggio e al vitto, i grandi centri hanno degli alberghi, e si può mangiar convenientemente. Se vi dirigete verso il nord, non trovate altro modo d’alloggiare fuori dell’ospitalità degli abitanti, né potete sperare altro cibo, oltre quello portato con voi. Se visitate la campagna, bisogna assolutamente che vi provvediate d’ una guida, presa alla costa, e che parlando lo slavo e l’italiano, vi può render più facile la vita.
Non mai, nella sua capanna, uno Slavo accetterà la ricompensa del servigio prestato; egli è taciturno, un po’ diffidente e timoroso, ma ospitalissimo. Le strade sono più che sicure; il maresciallo Marmont, al tempo della dominazione francese, atterrì i malfattori, che trasformavano il nord dell’Istria in una spelonca. Da allora, l’amministrazione austriaca, proba, saggia, energica rispetto alla polizia, provvede alla sicurezza dei viaggiatori con un servizio di gendarmeria, fatto con gran coscienza. Se alcuno fosse tentato di intraprendere l’escursione che sto per raccontare, dovrebbe munirsi d’un bagaglio ridotto così, da poterlo attaccare sotto la paletta della sella, o come portamantello, perché, in certi luoghi, le strade mancano; vi bisogna attraversare un torrente dalle rive scoscese, e dove non possono discendere le vetture: come per esempio, nel tragitto da Pola ad Albona. Nelle isole potete andar bravamente a picchiare alla casa del curato del luogo che deve esser povero, ma che accoglierà con lieta cera  il viaggiatore. La pietanza sarà magra, senza dubbio, poiché la vita è assolutamente negativa; ma troverete dell’uva secca, delle olive, del pane, del vino, ben di rado un po’ di porco salato.


33 - Leggere Tutti - Aprile 2014 Paolo Scandaletti: La storia dell'Istria e della Dalmazia

TERRE DELL'ADRIATICO

La storia dell'Istria e della Dalmazia

L'impronta di Roma e di Venezia, Le foibe di Tito e l'esodo degli italiani nel nuovo libro di Paolo Scandaletti, edito dalla Biblioteca dell'Immagine.

DI ALBERTO DE GRASSI

L'ingresso della Croazia in Europa, e la Serbia che incalza, sollecitano la memoria dell’o-pinione pubblica sulla tragedia adriatica: quella dei 350 mila italiani che hanno dovuto abbandonare l’Istria e la Dalmazia - vissuto, averi, attività Hsotto l’incalzare terroristico dei partigiani di Tito. Coi nostri libri di scuola ancora zitti, a sessant’anni passati.

Terre affacciate sull’Adriatico, legate da sempre alla sponda italiana. I Romani, risaliti da Rimini e piazzate le roccaforti a Padova e Aitino, si dirigono verso Nordest a fondare Aquileia, 181 anni prima di Cristo: da quel porto fluviale, protetto dalla laguna di Grado, orienteranno 1 traffici su Costantinopoli e Alessandria d’Egitto, facendolo diventare in breve la terza città dell’Impero. Di là irradiano le loro strade verso le Alpi e 1 Balcani; partono alla conquista dell'lstria e della Dalmazia, per fondarvi città dall'impronta inconfondibile come Pola, con l’Arena che ancora vediamo, Zara e poi Spalato, la patria di Diocleziano.

Otto secoli e arriverà Bisanzio, poi i Franchi e il sistema feudale. Da prima del Mille e per ottocento anni ancora, la storia di queste terre meravigliose sarà strettamente legata a quella della Serenissima Repubblica di san Marco. Venezia tutela i suoi traffici procurando sicuri approdi alle navi in rotta verso i ricchi mercati del Mediterraneo orientale. In cambio offre protezione dai pirati e occasioni di sviluppo economico e culturale.

Dopo il crollo della Repubblica del 1797 e il fulmineo intermezzo di Napoleone, subentrano gli Austriaci con la loro corretta amministrazione, fino all’epilogo della Grande Guerra. Allorché l’Istria verrà assegnata all’Italia e la Dalmazia alla neonata corona jugoslava, con l’eccezione di Zara, il regime fascista impone con la forza la predominante italiana.

A guerra ormai perduta, nel '43 si ha la ritirata rabbiosa dei nazisti; alla cui violenza fa seguito quella delle brigate del maresciallo Tito, che continuano a identificare tutti gli istriani e i dalmati col regime di Mussolini. Deportazioni, annegamenti e foibe costringono i cittadini di lingua e cultura italiana ad abbandonare precipitosamente tutto. Due i nuovi documenti che impressionano: il rapporto dell’ufficiale degli Alpini Mano Maffi sulle sei foibe da lui esplorate in incognito nel ’57, finora coperto dal segreto militare; e il manuale per la pulizia etnica ad uso dei miliziani di Tito, redatto dal nobile bosniaco Vasa Cubrilovic, in seguito ministro a Belgrado.

Fra il '43 e il ’54 gli italiani lasciano dunque la terra in cui sono nati, e dove quasi tutti hanno bene operato, nelle mani di sloveni e croati; insieme ai beni e alle proprietà, a grandi realizzazioni e ricordi spesso felici. Con le lacrime e il dolore per un’ amputazione così drastica, su mezzi di fortuna e tra mille peripezie approdano a Trieste, Udine e Venezia; poi in 140 campi di raccolta non certo confortevoli, spesso ospitati di malavoglia.

I 350 mila giunti in Italia, così come gli emigrati in America e in Australia, si sono integrati nella vita nazionale, facendosi onore con iniziative di significato e conseguendo meritata notorietà. Le associazioni che li rappresentano, non sempre in sintonia, hanno avanzato più volte le loro rivendicazioni verso Lubiana e Zagabria. Con scarso esito, in verità.
Fino alla via della riconciliazione che i tre presidenti Napolitano, Turk e Josipovic hanno aperta nel luglio del 2010, celebrata con il grande concerto di Muti in piazza dell’Unità a Trieste.

La comune patria europea offre ora ulteriori ragioni per la comprensione fra popoli confinanti. Ma sulle famiglie degli esuli grava sempre la quasi nulla memoria che i concittadini italiani hanno di tante tragiche vicende. Lucio Toth, leader storico degli esuli, di questo libro (La stona dell'lstna e della Dalmazia, Edizioni Biblioteca dell'Immagine IX, pp. 234 con 90 illustrazioni, euro 14) ha scritto: "è uno stupendo excursus storico dell’lstna e della Dalmazia, dall’antichità alle tragedie del ’900, ad oggi".


34 - La Voce del Popolo 08/05/14 Cultura - Conoscere la guerra per amare la pace
Conoscere la guerra per amare la pace

Kristjan Knez

I colpi di rivoltella sparati a Sarajevo, la crisi di luglio, la febbrile attività diplomatica nelle cancellerie europee, la mobilitazione generale degli eserciti, quindi la conflagrazione, che fece precipitare il continente in un conflitto senza precedenti, un incendio che in breve tempo si sarebbe esteso sul globo intero. E sull’Europa si spensero le luci, per usare le parole di Sir Edward Grey, ministro degli Esteri britannico.

Per approfondire le dinamiche di quel bagno di sangue, di cui quest’anno ricorre il centenario dallo scoppio delle ostilità, il Centro Italiano “Carlo Combi” di Capodistria sta promuovendo delle lezioni e delle escursioni didattiche riservate agli studenti delle scuole medie superiori della Comunità nazionale italiana, per ragionare sulla portata della Grande Guerra, che per quatto anni e mezzo fagocitò uomini, mezzi e risorse di tutte le parti scese in campo.

Evento che schiuse la nuova era

Nei prossimi quattro anni, il progetto stesso coinvolgerà i giovani in un percorso teso ad avvicinare tale evento dirompente, che concluse l’Ottocento e schiuse il nuovo secolo, contraddistinto dalla modernità, dalla velocità, ma anche dalla violenza e dall’abbruttimento del genere umano. Se al tramonto del Diciannovesimo secolo le locomotive erano arrivate sugli schermi delle sale cinematografiche, neanche un ventennio più tardi, su quei treni sarebbero salite intere generazioni di giovani in divisa, convinti di partire per una guerra breve.
Fu un’illusione. E nella stragrande maggioranza dei casi quegli uomini non sarebbero rientrati a casa. Era solo l’inizio di un’ecatombe, che avrebbe sconvolto i popoli, gli imperi e le leadership su scala mondiale.

Presente nella memoria delle famiglie

La Prima guerra mondiale è sì un evento lontano, ma al tempo stesso parzialmente ancora presente, grazie alla memoria tramandata nelle famiglie. È un capitolo che appartiene al passato, parimenti rappresenta un momento per commemorare la tragedia dell’Europa, quella stessa che, sebbene detenesse il primato indiscusso e avesse raggiunto uno spessore civile ragguardevole, era capitombolata in una mattanza, conclusasi solo con l’esaurimento in senso lato degli schieramenti in lotta.

Ma a differenza del Secondo conflitto mondiale, con le memorie ancora divise, giacché attraversate da posizioni ideologiche diametralmente opposte, nonché da anacronistiche polemiche alimentate in varie parti del continente – forse perché la politica odierna è ormai a corto di soluzioni per la crisi che stiamo attraversando e allora è più facile scadere nella demagogia, individuando “pericoli” e riesumando vecchie questioni –, le cruenti pagine di storia di cent’anni or sono possono costituire un punto di partenza per comprendere.

Ottima occasione per riflettere

La carneficina del 1914-1918 può diventare un’occasione per riflettere coralmente su quella “inutile strage”, che aveva tracciato un solco profondo nel vecchio continente, la cui fine, seguita dai punitivi Trattati di pace, avrebbe rappresentato un fomite di discordia per uno scontro armato futuro.

In un momento storico in cui grazie all’Unione europea sono venuti meno i confini – per i quali fu versato tanto sangue anche a queste latitudini – e altri scompariranno del tutto entro breve, la conoscenza dell’orrore della guerra di un secolo fa, con i suoi strascichi di sofferenza e miseria, per i più giovani può rappresentare un’occasione in più per cogliere il vero valore della pace e della concordia tra i popoli.


35 - Panorama Edit 30/05/14 Ricordando Tomizza
Ricordando Tomizza

Scrittore e uomo di pensiero ma soprattutto persona da ascoltare e da amare

Seppur da un decennio e mezzo non più fra noi, la sua presenza resta più che mai viva in questa terra che ha tanto amato in tutte le sue componenti diversificate e molto spesso contrapposte

Marino Vocci

Scrivo queste riflessioni la mattina di mercoledì 21 maggio seduto all'ombra di uno splendido rovere ultracentenario, a Coviglie. Una breve sosta nel corso di una solitaria caminada, dopo aver lasciato la mia Caldania per raggiungere Momichia. È una splendida giornata di sole in un'atmosfera quasi estiva che contrasta fortemente con quella di quindici anni fa quando, dopo aver saputo della morte di Fulvio Tomizza, mi ero incamminato tra l'erba e lungo i trosi accanto alla Sua casa di Momichia e, insieme alle robinie, avevo pianto anch'io. Un pianto disperato. Oggi però non mi sento così solo.
Tra le braide di terra rossa immerso in un'esplosione di diverse tonalità di verde, tra il profumo intenso del gelsomino e del bosso, quello delicato della rosa canina e dolciastro del grano, ad accompagnarmi ci sono il canto melodioso di usignoli e merli, quello primordiale delle cucuiza e il verso stridulo dello sparvier, e a ogni passo sento accanto la presenza della grande anima istriana. Sono proprio contento perché oggi in questo nostro piccolo grande mondo abbiamo capito che Fulvio è stato un grande scrittore e uomo di pensiero, ma prima di tutto è stato una persona da ascoltare e da amare.
Accanto al laco e alla spina di Giurizzani ho sentito le calde parole di questo... figlio dell'Istria. Istria una terra non risolta, e difficilmente risolvibile, che mi costringe a vivere una condizione di uomo di confine permanente... Un mondo in cui bisogna sostituire l'autoritario e consuetudinario aut aut col dimesso, quasi disperato e insieme fiducioso e associativo, et et. Un mondo di asprezze da accettare nella sua integrità e in cui rendere attuabile l'impossibile conciliazione, prima di tutto dentro me stesso, per non dover scegliere tra le diverse e magari opposte componenti di sangue, cultura, mentalità (di paesaggi n.d.r.), ma tentando piuttosto di accordarle riconoscendole proprie di uomo di frontiera (che crede e vive con responsabilità l'etica di frontiera n.d.r.) sentendole come reale opportunità e concreta ricchezza n.d.r.). Camminando entro lo straordinario e ancora integro pezzo di mondo rurale istriano, vero mosaico ambientale favorito in passato anche dalla frammentazione della proprietà, ho ripensato al forte legame di Fulvio con questa terra. Dentro di lui c'era indubbiamente la città di Miriam (Trieste) ma soprattutto Ma-terada e cioè la Sua, la nostra, Istria: un mondo e un paesaggio rurale (e plurale) che, naturalmente non solo per l'amore nei confronti della "grande anima", dobbiamo assolutamente amare e difendere. Istria come luogo antropologico, come ha sottolineato con forza Martina Vocci nella tavola rotonda "Il paesaggio e la memoria nei romanzi di Fulvio Tomizza" organizzata in attesa del Forum Tomizza 2014 nella prestigiosa sala di Palazzo Economo a Trieste
- sede del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, Direzione Regionale per i beni culturali e paesaggistici e Soprintendenza per i beni storici, artistici ed etnoantro-pologici del Friuli Venezia Giulia.

Nei romanzi di Tomizza vengono documentati e descritti con amore e precisione quasi fotografica, i luoghi antropologici, ossia i luoghi di piccole/grandi storie, identità multiple, luoghi di relazione in cui la Comunità ha ancora un ruolo preponderante. Martina, laureata alla Sapienza di Roma, per sottolineare l'importanza del paesaggio e dei luoghi nella narrazione tomizziana ha richiamato la definizione dei non luoghi di Marc Augè, luoghi di passaggio, ad esempio strade, stazioni, centri commerciali che si definiscano contrastivamente ai luoghi antropologici, con forte presenza di identità, storia e relazioni.

Credere e difendere i luoghi antropologici

I non luoghi sono il tipico esempio della surmodernità, del nostro tempo, e rappresentano i suoi eccessi: di luogo (possiamo essere ovunque ma non viaggiamo veramente), di tempo (abbiamo talmente tante cose/ eventi che in realtà tutto è azzerato e viviamo nella perenne condizione di mancanza di
tempo) e di ego (esiste solo l'individuo, il proprio ombelico, senza niente intorno).

Per questo nostro mondo "In bilico sulla sbarra" - questo il tema del Forum Tomizza 2014 - dove dopo l'abbandono rischiamo anche la distruzione/cancellazione del paesaggio culturale e colturale, dobbiamo credere e difendere i luoghi antropologici. Non solo per un problema affettivo ma anche e soprattutto perché solo difendendo la loro specifica identità, e quindi la memoria che rappresentano, possiamo costruire il nostro futuro.

Il paesaggio culturale e colturale istriano ha già pagato costi non da poco.
Come per esempio, e lo ha ricordato nel corso dell'incontro il geografo Franco Juri, nel secondo dopoguerra con l'Esodo soprattutto della componente italiana e poi negli anni Cinquanta con l'abbandono quasi totale dell'Istria interna e con le colate di cemento per la costruzione di "cubi" turistici spuntati in abbondanza nella parte costiera. Mentre a partire dagli anni Novanta abbiamo assistito ad altri scempi con un'ondata di "villettizzazione" e di "condominizzazione" del mondo rurale. Così come un altro piccolo/ grande esempio, che ha interessato il paesaggio colturale, è stato il declino dell'olivicoltura provocato dall'enorme espansione della vite e l'abbandono quasi totale dell'ulivo. Questo non solo per la catastrofe provocata dal gelo del 1929, ma anche al "gelo" provocato dall'Esodo della popolazione e da quello regalatoci dal regime comunista che ha messo in crisi - e non solo con questo - la piccola proprietà privata contadina.

Per questa nostra cara Istria, che ora più che mai dobbiamo nuovamente amare, Ulderico Bernardi ha riportato le impressioni, dopo un viaggio compiuto negli anni Sessanta in Istria, di uno dei più grandi intellettuali del Novecento, il friulano Pier Paolo Pasolini: "Dopo Trieste comincia in effetti qualcosa di diverso. Io, almeno, in Italia non ho mai visto niente di simile... sono un uomo complicato e trovo stupenda questa Italia non
italiana: costa azzurra e tenera lungo un entroterra diverso... La storia non coincide con quella di una nazione. La storia è una storia di culture.
Nazione e cultura sono due nozioni che devono disgiungersi, anche se una secolare abitudine le mescola dentro di noi'.


36 - La Voce in più Storia  07/06/14 Torre civica emblema di Fiume
TORRE CIVICA EMBLEMA DI FIUME

di Igor Kramarsich

La torre Eiffel per Parigi, la tower bridge per Londra, la statua della libertà per New York. Sono tutti simboli di questi metropoli, però simboli che sono visitabili da milioni di visitatori ogni anno e che portano tanti soldi alle locali comunità. Fiume ha pure il suo simbolo, la Torre civica. Uno dei simboli di Fiume che abbiamo visto da tutti gli angoli. Arrivando dal mare, passeggiando per il Corso o magari da quello che era la Civitavecchia.

Però al contrario dei vari altri simboli nel mondo la torre civica di Fiume, rimane ancora oggi non visitabile. Pochissime persone sono mai entrare dentro. Ma perché è così e cosa nascondono queste "quattro mura".

L'entrata nella torre è molto ben mimetizzata. Quante volte siamo passati sotto la torre e non abbiamo visto che nella parte occidentale del passaggio esiste una piccola porta. Ora dipinta come tutto il passaggio è quasi nascosta. Abbiamo le chiavi ed entriamo dentro. Subito ci troviamo davanti ad una serie di scalini a chiocciola. Alla fine ci aspetta la prima scala. Piccola ma ci porterà al primo tratto è del tutto angusto dove appena una persona può passare.

Dopo pochi passi arriviamo al primo livello. Qua sono stati portati tutti i congegni elettrici e la luce come tale. Subito dopo ci serve una seconda chiave. Infatti arriviamo davanti ad una porta di metallo, fatta di recente, che protegge il resto della torre. Dietro la porta abbiamo una grande ripida scala e dietro i tre pesi delle campane. Subito dopo la prima ci aspetta una seconda ripida scala, quella che ci porta al secondo piano delle torre.

Questo secondo piano, è il piano che riconosciamo dall'esterno come il piano sotto l'aquila bicipite. Qui troviamo l'armadio. Un vecchio armadio a tre ante, in buona parte in vetro. Dentro, il complesso meccanismo che regola l'orologio. E' un meccanismo molto vecchio, leggiamo tra il resto troviamo la scritta: Joh(ann) Mannhardt'sche Thurmuhren-Fabrik in Muenchen 1873. Numero dell'orologio 1029.

Con questo armadio con una serie di ingranaggi è collegato l'orologio "rotatorio", quello con numeri romani e numeri a scadenza di cinque minuti. Un grande cilindro vuoto che occupa tanto spazio. Anche se il tutto sembra ancora in funzione, in realtà il meccanismo da qualche anno è stato cambiato con uno elettrico e più preciso.

Riprendiamo a salire con una doppia scalinata, la più comoda in tutta la torre, ma di sicuro la più vecchia e un po' traballante. Arriviamo così al terzo piano. Un piano quasi "inutile" che però dall'esterno lo individuiamo come il piano dove si trova il classico orologio, o meglio dei quattro orologi uno ad ogni lato della torre. Orologio regolato con una serie di ingranaggi da quell'armadio che abbiamo trovato di sotto. Inoltre vediamo tutti i cavi di acciaio che passano dai pesi che abbiamo visto di sotto fino le campane. Inoltre si trova qui la "sede" dell'internet wifi che compre il centro cittadino.

Torniamo a salire. Un altra scala di legno. Arriviamo così al piano forse più interessante e storico. Il piano dove sono poste le campane. Quante sono? Be sono solo due. Una grande sotto e una piccola di sopra. Segnano rispettivamente le ore piene, quella di sotto, e i quindici minuti quella di sopra. Non si trovano alla cima del piano, ma bensì in una costruzione d'acciaio. Però al contrario di tanta campane queste rimangono sempre del tutto immobili. Infatti a "battere" le ore ci pensa un BAT. Non deve sorprendere che qui, come pure nella torre pendente le campane siamo ferme. Infatti nel vale della staticità delle costruzioni.

Dappertutto tanta polvere, ma pure del verde. Questa è inoltre il piano più soleggiato, ma pure il più freddo. Infatti ritornando a guardare dall'esterno ci troviamo subito sotto la cupola e per cui nella parte dove troviamo le finestre di vetro. E' un vetro non trasparente, però entra tanta luce.

Ritorniamo a salire. Questa volta con una ripida scala di metallo. Arriviamo al piano decisamente più caldo. Arriviamo al piano quasi del tutto vuoto. Siamo dentro la cupola delle torre. Un piano del tutto scuro, ma per fortuna illuminato dalla luce interna. In questo piano esistono due "finestre". Sono "finestre" fortuite fatte negli anni nella torre. Infatti la prima la troviamo "chiusa" da un pezzo di legno. Aprendola ci troviamo davanti ad un panorama del tutto unico.

Infatti davanti a noi la Riva Boduli, ma pure mettendo la testa un po' fuori possiamo vedere tutto il Corso, per tutta la sua lunghezza. Un panorama unico e bello da vedere. Tanto unico che guardando dal di fuori dal Corso questa " finestra" non si vede. Però non finisce qui la panoramica della torre e neppure le scale.

Infatti esiste ancora qualche scalino. Dei scalini fatti pure da Guglielmo Barbieri e Alberto Tappari quel lontano 4 novembre 1919 quando privarono l'aquila fiumana di una delle due teste. Infatti questi scalini portano quasi in cima alla cupola nella parte che guarda verso nord. Dopo i primi scalini ci tocca fare un po' di ginnastica e contorsioni per, prima aprire la cupola, ossia la finestra, verso l'alto e poi quasi del tutto uscire e metterci in piedi.

Però quello che si presenta per noi è un altro unico e fenomenale panorama a gran parte della città. Davanti a noi si presenta subito la piazza Kobler e tutto quello che rimane della Civitavecchia, ma pure la vista va molto lontano verso gli altri quartiere a nord, però si riesce a vedere pure gran parte del Corso e del Quarnero. A portata di mano pure la bandiera. Arrivare fin qui in una splendida giornata di sole è l'ideale.

Non ci rimane che tornare indietro. Una cosa è sicura. Visitare la Torre civica è difficile e molto probabilmente rimarrà a lungo inaccessibile a quasi tutti. Pensare a una sua trasformazione turistica è improbabile. Però magari è meglio così, e continuerà ad avere tutto il suo fascino e mistero.

Nella torre ci sono due campane, una sopra l'altra.

Quella superiore e la più piccola è del 1775. Ha diversi stemmi. Ma quella più interessante dal punto di vista storico è quella inferiore. E si può notare come è stata cambiata negli anni. Infatti su di essa sono stati messi quattro stemmi. Così troviamo il primo con la scritta S • V • M • C • F • M • CIVITATIS • FLUMINENSIS. Mentre sotto lo stemma con due angeli che tengono lo stemma di Leopoldo I un testo: OBUS JOHANNES REID LABACI 1777.

Il secondo stemma è quello della famiglia Steinberg. Lo riconosciamo grazie alla scritta Antonio de Steinberg (pittore, innovatore, geodeta e con tanti altri interessi) attorno allo stemma. Questi due stemmi sono stati messi quando la campana è stata fatta.

Interessante che alla creazione della campana ha partecipato in prima persona Elisabetta Reidin, la zia di Johannes Reid. Inoltre il suo nome lo troviamo in fondo alla campana a firma del suo lavoro. E poi ci sono due stemmi minori. Uno che da l'idea di essere degli Asburgo, ma non quello classico. E infine c'è uno che sembra rappresentare la chiesa. Infine nella parte superiore c'è una lunga striscia sulla quale si può leggere: Antonio de Monaldiset Tra Gverlitz Ivdicibus Ac Rectoribus

Breve cronistoria

La Torre è stata costruita in diverse fasi. All’inizio era solo una delle due entrate nel centro cittadino che era cinto da mura.
1639: dopo un incendio la porta cittadina viene ingrandita però la costruzione rimane della stessa altezza
17° secolo: la Torre/entrata è stata alzata ed è stato introdotto l’orologio, quello inferiore
1695: viene posta l’aquila bicipite degli Asburgo
1728: Sotto l’aquila troviamo due rilievi che rappresentano i busti degli imperatori austriaci Leopoldo I e Carlo VI. Il primo ha firmato che l’aquila bicipite sia il simbolo della città e il secondo ha visitato la città nel 1719. Inoltre viene tolto il meccanismo di apertura della porta verso il mare
1750: Fiume viene colpita da un forte terremoto. La città riceve grandi finanziamenti da Vienna e comincia ad espandersi verso il mare
1775: viene tolta la porta d’entrata nella Civitavecchia
1784: a Lubiana viene acquistato il meccanismo dell’orologio da Johann G. Wildman, quello classico “superiore” e su tutti e quattro i lati. Rimase in funzione fino al 1873
1801: la Torre riceve la sua prima cupola su progetto dell’architetto Antun Gnamb
1873: nella Torre viene installato il nuovo meccanismo per l’orologio, quello attuale.
1890: su progetto dell’architetto Filibert Bazarig, Fiume riceve la sua attuale cupola sulla Torre


37 - Il Piccolo 08/05/14  Caracciolo: «Gli indipendentisti fermi al 1914»
Oggi il direttore di LiMes all’apertura del festival “vicino/lontano” di
Udine: «L’Europa? Facciamo solo finta che esista»

Caracciolo: «Gli indipendentisti fermi al 1914»

UDINE L’Europa e il mondo un secolo dopo la fine della prima Guerra mondiale, ma anche i diari più intimi di Tiziano Terzani, quelli che «svelano l’altra metà della luna, arricchendo e arrotondando il personaggio con un’immersione nella sua vita dietro le quinte, nei sentimenti e nei rapporti familiari», spiega Angela Terzani, moglie del reporter e scrittore scomparso nel 2004. Sono questi alcuni dei temi forti dell’edizione 2014 della rassegna “vicino/lontano” (n. 10), sulla quale oggi si accendono i riflettori a Udine (cerimonia inaugurale alle 19). Tra i momenti clou, la consegna il 17 maggio del premio letterario internazionale Tiziano Terzani ex aequo allo scrittore pakistano Mohsin Hamid per il romanzo “Come diventare ricchi sfondati nell’Asia emergente” (Einaudi 2013) e al poeta friulano Pierluigi Cappello per “Questa libertà” (Rcs Libri, 2013).
Un’occasione anche per presentare i diari inediti di Tiziano, “Un'idea di destino”, pubblicati in questi giorni da Longanesi, a cura di Angela S.
Terzani e Àlen Loreti. Tra gli ospiti più attesi, Lucio Caracciolo, esperto di geopolitica, direttore delle riviste “LiMes” e “Heartland”, editorialista di Repubblica, docente di Studi strategici all’Università Luiss di Roma, nonché membro del comitato scientifico di vicino/lontano. Caracciolo terrà oggi a Udine (alle 21, ex chiesa di San Francesco) una lectio su “1914/2014:
cent'anni dopo”. «Nel 1914 - anticipa Caracciolo - è caduto in modo definitivo un ordine europeo costruito al Congresso di Vienna e durato cento anni. Da allora a oggi abbiamo avuto due Guerre mondiali, vari conflitti regionali e locali, nella sfera europea, mediterranea e asiatica continuano a manifestarsi gli effetti della prima Guerra mondiale». Del resto, quando scompaiono quattro grandi imperi in una volta sola, «non è poi così facile che le cose si rimettano a posto». «Tutto quello che vediamo oggi - continua l’esperto -, tra cui il separatismo veneto e l’indipendentismo triestino, sono in qualche modo riferibili a questo». Occorre, perciò, conoscere la storia per cercare di non ripeterla. «Quasi inconsciamente - aggiunge Caracciolo - cerchiamo analogie quando leggiamo i fatti in cui siamo immersi. E ci diciamo: ecco sta accadendo ciò che è successo in quel determinato periodo. È un modo sbagliato di leggere la storia - prosegue - come se ci fosse una contemporaneità permanente degli eventi. Non ha senso trasferire all’oggi cose che sono accadute in tempi e con presupposti completamente diversi». In Ucraina, secondo Caracciolo, «ci sono tutte le premesse per lo scoppio di una guerra civile». Nel paese a cui è dedicato l’ultimo numero (già in edicola) della rivista LiMes, «è cominciato un processo che nessuno è in grado di controllare: né i russi, né gli Usa, tanto meno gli europei». E così «la partita è affidata agli ucraini, che però sono molto divisi. Lo Stato - aggiunge l’esperto - non esiste più, almeno nei termini in cui è esistito fino a un paio di mesi fa»: la Crimea se n’è andata, un terzo del Paese è completamente destabilizzato: gli ucraini non si fidano di Kiev e i filorussi li confermano in questa direzione». Come uscirne? «Per evitare una guerra civile - suggerisce Caracciolo - occorrerebbe un accordo tra le varie fazioni ucraine e un compromesso tra Russia e Stati Uniti basato sulla neutralità dell’Ucraina e anche sulla federalizzazione del Paese». «Inoltre - continua - ci dovrebbe essere l’accettazione, da parte della Russia e di altri Paesi, del fatto che lo Stato ucraino sia indivisibile». Il resto è affidato «alla buona volontà degli ucraini e anche ai soldi che ci metteremo tutti, a cominciare dagli oligarchi ucraini che hanno saccheggiato il Paese». Le elezioni europee alle porte? «Siamo alla vigilia di 28 elezioni nazionali parallele in cui l’Europa è usata solo in chiave politica interna - commenta il direttore di LiMes -; ne uscirà un parlamento che non interesserà a nessuno fino alle prossime elezioni». Sul perché l’Europa si sia ridotta così, Caracciolo non ha dubbi: «Abbiamo voluto continuare a fingere che l’Europa esistesse - afferma - e invece non c’è. Smantellare questo teatrino semi-automatico non è possibile, se non con devastazioni. E così - conclude - ne restiamo prigionieri».

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Rassegna stampa n. 918 del 09/07/2014
Mailing List Histria
Rassegna stampa

a cura di Maria Rita Cosliani – Eufemia G.Budicin – Stefano Bombardieri

N. 918 – 09 Luglio 2014
    
Sommario

238 -  La Voce del Popolo 07/07/14 Monfalcone: Memoria collettiva: un patrimonio (Christiana Babić)
239 – Corriere della Sera 06/07/14  La memoria della Grande Guerra nelle terre di confine (Giorgio Pressburger)
240 - La Stampa 07/07/14 Redipuglia, il sacrario di ogni caduto (Enzo Bettiza)
241 - Il Piccolo 06/07/14 Transalpina, simbolo della guerra fredda (Dario Stasi)
242 - Il Piccolo 06/07/14 Zagabria mette a rischio le scuole italiane (p.r.)
243 - Il Piccolo 08/07/14 Zagabria ci ripensa e salva le scuole italiane (p.r.)
244 - La Voce del Popolo  30/06/14 Alla fine la spuntano Radin e Tremul ((af-sp-gk-jb)
245 - Il Piccolo 05/07/14 Francesca Neri al Magazzino 18: «Con papà Pisino era casa nostra» (Elisa Grando)
246 - La Voce di Romagna 02/07/14 Monsignor Margotti e i deportati (Aldo Viroli)
247 - Il Piccolo 09/07/14 Viaggio in Dalmazia - Pagaiando controvento fino a trovare i fantasmi del lager di Goli Otok (1) (Emilio Rigatti)



Rassegna Stampa della ML Histria anche in internet ai seguenti siti  :
http://www.arenadipola.it/
http://10febbraiodetroit.wordpress.com/


238 -  La Voce del Popolo 07/07/14 Monfalcone: Memoria collettiva: un patrimonio

Memoria collettiva: un patrimonio

È iniziata da Monfalcone la visita di due giorni del Presidente della Repubblica Italiana, Giorgio Napolitano, in Friuli Venezia Giulia e in Slovenia per celebrare il centenario della Prima guerra mondiale. Al suo arrivo, il Capo dello Stato, dopo aver visitato la mostra “Alisto – Dalle trincee della Grande guerra ai nuovi sentieri della pace e della convivenza” è intervenuto nella Sala della Galleria di arte contemporanea dopo i discorsi del sindaco Silvia Altran e del prof. Claudio Magris.

Una terra di pace

A ricevere il Presidente Napolitano c’era anche la presidente della Regione Friuli Venezia Giulia, Debora Serracchiani, che ha dichiarato: “Questa è una terra che è stata di sofferenza e tragedia. Oggi è diventata una terra che rappresenta la pace. Il presidente ha una visione europea ed è anche per questo che viene volentieri qui”. “L’avvio delle celebrazioni della Grande guerra è un momento importante, di rivalutazione di tutta l’umanità coinvolta in guerra. Un’umanità che fece il suo dovere nelle varie parti e che oggi segna il patrimonio della memoria collettiva. È un grande monito e un patrimonio da conservare anche in uno spirito europeo”. Ha detto il presidente del Consiglio regionale FVG, Franco Iacop, al termine della visita del Capo dello Stato.

Sradicare i nazionalismi

“Dall’esempio della Prima guerra mondiale deve derivare la convinzione dell’assoluta necessità di sradicare i nazionalismi aggressivi e bellicisti, dando vita a un progetto e a un concreto processo d’integrazione e unità dell’Europa”, ha detto il Capo dello Stato inaugurando la mostra dedicata agli aviatori italiani del conflitto.. “Sappiamo – ha aggiunto Giorgio Napolitano –, che allora grandi masse di figli dell’Italia umile e provinciale scoprirono di essere cittadini. L’Italia uscì perciò da quella Guerra trasformata socialmente e moralmente”.
In conclusione del suo intervento nella sede del Comune il Capo dello Stato italiano ha espresso il suo ringraziamento per la partecipazione alla cerimonia alle autorità rappresentative di Croazia, Slovenia e Austria. Nel pomeriggio, infatti, Giorgio Napolitano, si è intrattenuto a pranzo con i presidenti di Croazia, Ivo Josipović e Slovenia, Borut Pahor, nonché con il il presidente del Consiglio Federale austriaco, Georg Keuschnigg, per rinsaldare i rapporti tra alcuni degli Stati che furono protagonisti del conflitto. È stata questa anche un’occasione per approfondire, in sede di colloqui informali, i rapporti quadrilaterali nonché quelli in sede europea.

«Messa da Requiem» al Sacrario

In serata, come noto, i presidenti con le rispettive delegazioni hanno assistito al concerto “Messa da Requiem” di Giuseppe Verdi diretto dal maestro Riccardo Muti, al Sacrario militare di Redipuglia in onore dei Caduti di tutte le guerre. Per l’occasione musicisti delle nazioni coinvolte nella Grande guerra si sono esibiti insieme all’Orchestra Giovanile Luigi Cherubini, all’European Spirit of Youth Orchestra e ai Cori provenienti dal Friuli Venezia Giulia, Lubiana, Zagabria e Budapest. Il concerto è stato trasmesso in diretta su Rai3 e sarà replicato il primo agosto su RaiUno. Questa sera la “Messa da Requiem” sarà riproposta a Lubiana.

Con Pahor a Nova Gorica

La visita del Presidente Napolitano nei luoghi della Grande guerra continuerà oggi a Gorizia. A riceverlo sul piazzale della Transalpina, che divide il capoluogo isontino da Nova Gorica sarà il presidente sloveno Borut Pahor. Semplice, ma di forte impatto il cerimoniale previsto: ad eseguire gli inni sloveno, italiano ed europeo sarà l’Orchestra militare, poi una stretta di mano con i rappresentanti della minoranza slovena in Italia e di quella italiana in Slovenia e Croazia, nonché con le autorità di Gorizia e di Nova Gorica.
Poi sul vicino santuario del Monte Santo i due Presidenti scopriranno una lapide bilingue dedicata ai caduti della Grande guerra, un invito alla riflessione e al ricordo, affinché gli orrori della guerra non abbiano mai più a ripetersi. Al termine della cerimonia Giorgio Napolitano si recherà ad Aquileia per una visita privata alla basilica e alla sud halle. “In passato, infatti, aveva espresso il desiderio di vedere il tempio, con il tappeto musivo più ampio d’Europa”, ha ricordato il sindaco di Aquileia, Gabriele Spanghero.
Christiana Babić

239 – Corriere della Sera 06/07/14  La memoria della Grande Guerra nelle terre di confine
LA VISITA DI NAPOLITANO
La memoria della Grande guerra nelle terre di confine cuore d`Europa

di GIORGIO PRESSBURGER

Quel giorno, il giorno dell`ira, dissolverà il mondo in scintille. Le note della Messa da Requiem composte da Giuseppe Verdi nel 1874 risuoneranno stasera nel sacrario di Redipuglia dedicato ai militari italiani caduti nella Prima guerra mondiale, e specialmente a quelli della Terza Armata. Trentamila tombe. In alto in quel cimitero a gradinate ci sono le salme degli ufficiali, i soldati semplici sono più in basso. Oggi quattro repubbliche europee saranno rappresentate dai rispettivi capi di Stato (per l`Italia Giorgio Napolitano), i quali verranno soprattutto in nome dei popoli che hanno orrendamente sofferto in quel conflitto proprio sulle terre vicine a quel sacrario. Tra gli orchestrali, i cantanti, il direttore Riccardo Muti e tutti coloro che parteciperanno a questa commemorazione molti avranno parenti che erano coinvolti in quel massacro feroce se non vi sono addirittura morti. Ma le generazioni più giovani forse non li avranno nemmeno conosciuti.
Probabilmente non esiste più nessun essere umano vivente che abbiacombattuto con le armi in quella guerra. Anche i testimoni oculari, che allora saranno stati bambini, ora, in tutto il mondo saranno pochissimi. Perché queste commemorazioni, oggi ? Che cosa si commemora? Che cosa è nato da quella guerra, la prima guerra di quelle dimensioni in tutta la storia dell`umanità? È difficile dirlo. Per chi non lo sapesse, in quei combattimenti c`erano ancora dei «corpo a corpo» tra soldati delle varienazioni. Gli austriaci, i tedeschi, gli ungheresi, gli sloveni, i croati dovevano con la baionetta squartare il ventre dei loro nemici, italiani, francesi, inglesi, americani, se non volevano essere uccisi loro. Trafiggere con la baionetta degli sconosciuti.
Nemici sconosciuti, di cui non si sapeva nemmeno che cosa ci avessero fatto. Ma non potevano averci fatto nulla, anche loro forse non sapevano perché dovevano ammazzarci.
Anche in questo, quella guerra era unica nella nostra storia di esseri umani. Un`altra novità era l`uso di armi nuove, la tecnica aveva dato il suo contributo alla facilità di uccidere: aerei con mitragliatrici, addirittura con bombe sorvolavano trincee e città: era cominciata una nuova era. Selvagge forze tribali e raffinate tecnologie contribuivano a qualcosa che in effetti aveva ancora echi tribali: la rivalità di case regnanti, tra re e principi di varie nazioni che custodivano ancora le regole feudali.

Tra queste nazioni c`eravamo anche noi. Coloro contro i quali i nostri nonni e bisnonni combattevano ín trincee, camminamenti scavati nelle montagne, cime, ghiacciai, avevano effettivamente usurpato le nostre terre, i monumenti, la forza delle braccia, l`intelligenza dei nostri avi, ma non quei disgraziati strappati alle loro famiglie che erano stati mandati contro di noi. Una guerra tra famiglie reali.
I militari italiani le cui ossa sono custodite a Redipuglia sono morti così. Hanno difeso la loro Patria sulle montagne, nel Carso, nel bellissimo Carso, formazione geografica tra le più belle del mondo. Credevano nell`Italia allora nata da poco, credevano anche nella solidarietà umana. Un contadino calabrese allora non capiva una sola parola del discorso che un piemontese poteva rivolgergli, eppure si sentiva solidale con lui, senza per questo odiare o disprezzare un croato, un polacco o un montenegrino. Come mai, ora un inglese o un francese, o un italiano vogliono stare ciascuno per conto suo (per fortuna solo una parte)? E questo dopo che per la prima
volta su questo Continente di nome Europa dopo migliaia di anni nessuno tende a occupare le terre abitate da altri popoli, a appropriarsi con la forza dei suoi beni?
La commemorazione dei caduti i cui corpi sono custoditi a Redipuglia serve anche a questo. A ricordare che l`inimicizia tra popoli deve essere lasciata alle spalle. Anzi, che l`inimicizia tra i popoli e le etnie non esiste: viene fomentata tra la gente semplice che spesso non sa nemmeno di
che cosa si tratta. Dai verbali dei processi a soldati della Prima guerra mondiale che avevano figli, moglie genitori da mantenere e invece venivano mandati nelle trincee risulta che spesso non capivano nemmeno che cosa gli si stava dicendo in italiano: conoscevano solo il loro dialetto. Eppure facevano anche atti eroici, si sacrificavano per quella Patria che era così lontana, astratta. Partivano all`attacco correndo e nei primi metri di corsa erano già falciati dalla fucileria. Quelle cime, quei sentieri montani che oggi verdeggiano in Friuli e conservano quei ricordi, quei fiumi come il Piave che «mormorava» al loro passaggio, il giorno 24 maggio del 1915, pieno di cadaveri, sono custodia di orrore e di ciò che si chiama eroismo. Morire per gli altri, amare e morire per qualcosa che non si conosce, come dirà vent`anni più tardi una delle più grandi europeiste, la francese d`origine tedesca, Simone Weil, ecco, c`era anche questo in quelle trincee, tra quelle gole montane. Su quelle rive e coste. Ma c`è anche la considerazione del grande scrittore tedesco Bertolt Brecht quando dice che «è misera quell`epoca che ha bisogno di eroi».
E stato scritto tanto, si sono fatte tante commemorazioni sulla Prima guerra mondiale, però mai come quest`anno, nel centenario dello scoppio di quella tragico massacro. Che alla fine ha dato inizio a quello che chiamiamo modernità. Nuovi mezzi, nuove invenzioni, nuova scienza, nuova tecnologia, nuovi eroi e, appena vent`anni dopo, nuovi orrori. Si deve sperare e operare con tutte le forze che l`esempio di quelle due guerre, per molte generazioni, insegni a rispettarsi a vicenda, a capire come nascono gli errori e come le cose buone, e alla fine perseguire le seconde, e per quanto è possibile evitare le prime. Le cose buone? per esempio in quella guerra hanno acquisito una vera dignità di nazione popoli oppressi e mai riconosciuti come autonomi. Croati, bosniaci, polacchi, e quegli sloveni che sono nostri vicini e amici, dei quali tutt`oggi non ci siamo sforzati di sapere più di tanto. Eppure hanno la loro letteratura, cultura e costumi altamente civili. Non sappiamo nemmeno salutarli, dire «zdravo», eppure gli sloveni stanno, in parte anche in Italia, non soltanto nella repubblica di Slovenia che da Trieste si raggiunge in dieci minuti.
L`auspicio di qualche pensatore e uomo politico è che la memoria non serva a ricordare eventi luttuosi e sinistri, che i monumenti non ricordino martirii e sacrifici, ma qualche cosa di bello e davvero utile al cammino delfumanità sulla sua strada e all`armonioso svolgersi della vita civile. I Requiem, come quello di stasera, alla fine hanno questa funzione, e Giuseppe Verdi lo sapeva bene. Non voleva spaventarci, ma incoraggiarci. Questo è il senso, secondo me, della serata a Redipuglia.

240 - La Stampa 07/07/14 Redipuglia, il sacrario di ogni caduto
Bettiza - Redipuglia, il sacrario di ogni caduto

LA GRANDE GUERRA REDIPUGLIA, IL SACRARIO DI OGNI CADUTO ENZO BETTIZA N on mi è facile trovare le parole giuste per interpretare ciò che il sacrario di Redipuglia, o il concetto stesso di Redipuglia, suggerisce alla mia personale memoria. Difatti non è facile definire qualcosa che della non definizione, dell'ambiguità esistenziale, aveva fatto la sua ragion d'essere. Sul piano autobiografico, una guerra che vide tutti i miei parenti, paterni e materni, schierati o allineati sulle frontiere del declinante impero austriaco, con più esattezza austroungarico, di cui erano stati cittadini ambigui. L'ambiguità, più che la lealtà o la slealtà, caratterizzava la condizione in cui tante famiglie di confine erano nate e cresciute. Dopo il crollo dell'impero austroungarico molti gruppi famigliari si divisero su fronti contrapposti: fratelli che diventavano nemici, padri e figli con cittadinanze diverse. L'unità delle famiglie ne risultava spesso sconvolta. Altrettanto sconvolta doveva risultare durante e, soprattutto, dopo la Grande Guerra la condizione dei nuovi Stati che via via emergevano dalle macerie del conflitto. Per esempio la Jugoslavia, nascendo dalle rovine dell'impero absburgico, assunse all'inizio il nome di regno degli sloveni, croati e serbi a rispecchiare sotto il pugno dei Karadjordjevic quel mosaico di etnie fraterne e fratricide insieme. Oppure l'ex Boemia, che diventando Stato autonomo vedeva profilarsi la rivalità, se non l'ostilità, fra cechi e slovacchi. Redipuglia ha rappresentato in tal senso un sacrario importante non solo per i caduti italiani, ma per tutti i militi, noti e ignoti, inghiottiti dalle trincee di una guerra di posizione che non risparmiava nessuno. E' per la gloria di ognuno di loro, senza distinzione di nazionalità e di gerarchia, che il maestro Muti ieri sera, a cento anni dal divampare del conflitto, ha diretto la Messa da Requiem, dedicandola a «tutti i caduti di tutte le guerre». Il Requiem di Verdi, ha sottolineato, «è una preghiera per i defunti che chiedono pace eterna e di essere liberati dalla morte e dal fuoco». E' perché l'oblio non cali sui centomila morti ammazzati, ma soprattutto perché il fratricidio tra europei non si ripeta mai più, che tre capi di Stato, Giorgio Napolitano, il presidente croato Ivo Josipovic e il presidente sloveno Borut Pahor, si sono incontrati lungo la linea del fronte tra Friuli, Slovenia e Croazia per ribadire, sulle note di Verdi, la grande pacificazione tra etnie multiformi nel cuore del continente. E per consolidare nei giorni dello storico centenario una memoria comune. Il pensiero ci riporta alle Vie del l'Amicizia di Sarajevo che hanno visto ogni anno, dalla fine dell'assedio in poi, ripetersi concerti rituali e solenni. Ma quello di ieri diretto da Muti, che ha avuto come palcoscenico la suggestiva e luttuosa gradinata del sacrario più grande d'Europa, riveste un'importanza storica e simbolica più perentoria. Un concerto che, parole di Muti, « travalica l'evento contingente per riferirsi a un messaggio universale». Colpisce quanto Redipuglia, non soltanto fra i giovani, sia un luogo quasi sconosciuto. Auguriamoci che la diretta televisiva l'abbia sottratto all'oblio, restituendolo a tutti non solo come imponente cimitero militare, ma come parco della rimembranza di una pagina di storia ammonitrice che è vietato dimenticare. 
Enzo Bettiza


241 - Il Piccolo 06/07/14 Transalpina, simbolo della guerra fredda
Domani l’incontro tra Borut e Napolitano sulla piazza “monumento” del Novecento

Transalpina, simbolo della guerra fredda

Domani alle 10.15 (salvo variaizoni dell’ultimo momento) sul versante sloveno della piazza Transalpina si terrà l’incontro tra i Presidenti della Repubbica di Slovenia Borut Pahor e d’Italia Giorgio Napolitano. All’incontro è stato invitato, tra gli altri, anche il sindaco di Gorizia Ettore Romoli. Nell’articolo che segue ripercorriamo la storia e il significato di questa piazza.

DI DARIO STASI*

Nel Novecento goriziano la stazione della ferrovia Transalpina occupa un posto di primo piano. Quell’imponente edificio asburgico, e poi quella piazza divisa fra Italia e Jugoslavia con il filo spinato, la stella rossa campeggiante sul tetto, fino all’attuale mosaico simbolo di una ritrovata convivenza, sono tutti elementi della “grande storia” che ha segnato Gorizia nel secolo scorso e che quel luogo testimonia in modo unico. Vi sono diversi aspetti delle vicende di questo monumento che meritano un approfondimento ma la storia di quella stella rossa riesce ancora a suscitare ricordi, emozioni, opinioni contrastanti. Oggi è diventata un reperto storico ed è giustamente conservata nel piccolo museo della stazione.

Ma ripercorriamone in sintesi le vicende. Per prima cosa dobbiamo ritornare indietro nel tempo, al 15 settembre del 1947. In quel giorno entra in vigore il Trattato di pace di Parigi che assegna Gorizia all'Italia e il nord est della città alla Jugoslavia. Così recita il Trattato: "Dal monte Sabotino la linea di confine si prolunga verso sud, taglia il fiume Isonzo all'altezza della città di Salcano, che rimane in Jugoslavia, e corre immediatamente ad ovest della linea ferroviaria".

In città, per circa tre chilometri da Salcano a San Pietro, il confine viene tracciato in base al percorso della ferrovia Transalpina che, secondo la "linea francese" (quella infine adottata) doveva rimanere interamente in territorio jugoslavo. Compresa, ovviamente, la stazione. Una stazione grande, monumentale, per una città che ancora non c'è, ma che già esiste nei progetti delle autorità jugoslave (le decisioni prese a Parigi erano state ufficializzate già dal 10 febbraio di quello stesso anno).

Questa era la situazione paradossale oltreconfine. Essendo poi la facciata della stazione rivolta verso la “vecchia” Gorizia e non verso la costruenda nuova città, sembra che qualche zelante uomo politico abbia proposto di demolire la stazione asburgica e costruirne un'altra ex novo. Per fortuna ha prevalso il buon senso. Si può dire quindi che la presenza della stazione ha comunque contribuito a convincere i progettisti a scegliere di costruire Nova Gorica a ridosso della nuova linea di demarcazione, anche perché - tra l’altro – era stato deciso che si voleva costruire “qualcosa di grande, di bello, di altero, qualcosa che brillasse oltre il confine”.

Ad ogni modo quella stazione così importante, in quegli anni di forte contrapposizione, viene scelta dalle autorità jugoslave come punto di riferimento significativo attraverso cui comunicare, sfidare o anche solo affermare la propria netta diversità politica rispetto al mondo "capitalista". Ecco allora che appare dopo quel 15 settembre 1947 una grande stella rossa sul tetto della stazione, entro cui si staglia in rilievo la falce e il martello e, sotto, la scritta "Utrjujmo bratstvo in edinstvo narodov" (Rafforziamo la fratellanza e l'unità dei popoli), una direttiva del partito comunista jugoslavo del tempo, quando evidentemente il nuovo stato deve superare le non poche difficoltà di creare l'unione federativa di sei repubbliche con culture, tradizioni, religioni, lingue e persino alfabeti diversi. E ciò in un quadro di tensioni internazionali nei mesi che precedono e seguono la drammatica rottura della Jugoslavia con l’URSS (giugno 1948).

Successivamente la Jugoslavia si stacca dal blocco comunista del Patto di Varsavia e diventa un paese leader degli stati del “Terzo mondo”, mette al bando la pianificazione di tipo sovietico e inizia l’esperimento di autogestione socialista. Compare allora (primi anni Cinquanta) un’altra stella rossa con una nuova scritta: “Mi gradimo socializem” (Noi costruiamo il socialismo). Negli anni Settanta anche questa frase viene tolta e rimane solo la stella. Nei primi anni Novanta con la caduta del muro di Berlino essa viene agghindata come una stella cometa e, nel 1991, è definitivamente tolta.

*direttore Isonzo Soca


242 - Il Piccolo 06/07/14 Zagabria mette a rischio le scuole italiane
Numero minimo di 7 alunni per classe esteso anche alle minoranze. Radin: «Via il decreto, altrimenti usciamo dal governo»

Zagabria mette a rischio le scuole italiane

Il borgo di pescatori di Fasa, che sorge davanti alle Isole Brioni, ospita nella giornata di oggi il dodicesimo Festival della minestra istriana. La kermesse enogastronomica si svolgerà luogo le rive a partire dalle 20. Sarà una vera e propria festa della cucina casereccia che coinvolgerà sul posto dieci squadre di cuochi di altrettanti ristoranti e trattorie della zona. Tutti saranno chiamati a preparare vari tipi di minestra: al finocchietto selvatico, ceci, farro, verdure varie, carne essicata, osso di prosciutto... Inoltre le massaie di Fasana faranno vedere la loro arte culinaria con la dimostrazione nella preparazione dei vari tipi di pasta casereccia, dai fusi agli gnocchi, dalle tagliatelle ai maccheroni. Tra le altre curiosità odierne sarà allestito un caminetto antico per la gara nella preparazione delle crepes. Nella corsa delle dieci squadre verrano dati vari tipi di punteggi: dal sapore alla decorazione fino alla rotazione in aria delle crepes. (p.r.)POLA Nonostante l’ingresso nell’Unione europea, la Croazia è ancora distante dai parametri di trattamento della Comunità italiana e anche delle altre minoranze nazionali. Rimane ancorata ai Balcani, non ottemperando alle direttive di Bruxelles sulla tutela e il rilancio culturale e linguistico presente nei 28 Stati membri. È il caso dell’istruzione dove Zagabria torna a colpire la scuola italiana, considerata la garanzia per la sopravvivenza della Comunità. Cos’è successo? Il ministero della Pubblica istruzione intende applicare, anche nelle scuole medie superiori minoritarie, il decreto sul numero minimo di 7 alunni per aprire una classe. Questo significherebbe la chiusura di numerose classi e l’indebolimento delle quattro scuole di questo tipo presenti sul territorio istroquarnerino (Pola, Rovigno, Buie e Fiume).

Il deputato degli italiani al Sabor, Furio Radin, ha reagito immediatamente al decreto convocando a Zagabria una conferenza stampa straordinaria: «Se il ministero non fa marcia indietro - tuona - revocherò il mio appoggio al governo di centrosinistra del premier Zoran Milanovic». Dalla parte di Radin si sono subito schierati i deputati delle minoranze serba, ungherese, bosgnacca, ceca e rom che temono l’«assimilazione». I tagli per legge, ad esempio, farebbero chiudere l’unica scuola ungherese. «Zagabria sta violando la legge costituzionale sui diritti delle minoranze nazionali - sostiene il deputato italiano - e in particolare la delibera della Corte costituzionale del 1999, secondo cui un tale criterio limiterebbe il diritto delle minoranze alla scuola nella madre lingua e i diritti acquisiti che la Croazia si è impegnata a rispettare». L’ormai ex ministro all’Istruzione Zeljko Jovanovic, in occasione della sua recente visita alla scuola media superiore italiana Dante Alighieri di Pola, «aveva promesso che il decreto sarebbe stato ritirato - ricorda Radin - ma subito dopo il premier Milanovic, invece di ritirarlo ha scaricato il ministro, nominando al suo posto Vedran Mornar, che ha subito mostrato i muscoli alle minoranze». Norma Zani, a capo del settore scuola dell’Unione italiana, afferma che «la popolazione scolastica italiana verrebbe decimata», esprimendo poi il timore che il modello possa venir introdotto anche nell’istruzione elementare. In tal caso verrebbero chiuse le sezioni periferiche di Momiano, Sissano, Valle, Verteneglio e Bassania. Ma non solo, rischierebbe la sparizione anche la scuola di Cittanova che attende il nuovo edificio. Secondo gli intellettuali della Comunità italiana questo sarebbe il «grazie» di Zagabria all’Italia per i notevoli investimenti nella costruzione o ricostruzione delle scuole italiane in Istria e a Fiume, facendo cosi risparmiare un sacco di soldi al governo croato che dovrebbe invece provvedere da solo. (p.r.)


243 - Il Piccolo 08/07/14 Zagabria ci ripensa e salva le scuole italiane
Il governo fa retromarcia e annuncia il ritiro del decreto che stabiliva il numero minimo di sette alunni per classe

Zagabria ci ripensa e salva le scuole italiane

POLA A questo punto si spera che il pericolo sia rientrato in maniera
definitiva: il “focus” riguarda il numero minimo di sette alunni che sarebbe necessario per poter aprire o mantenere in vita una classe nelle scuole medie superiori italiane (il discorso si allarga comunque anche alle altre comunità nazionali). Misura che era contemplata dal famigerato decreto emesso dal ministero croato della Pubblica Istruzione, Scienza e Sport. La situazione pare abbia avuto una positiva evoluzione: all'incontro di ieri, tenutosi a Zagabria con i sei deputati delle comunità nazionali, il ministro Vedran Mornar ha infatti innestato la marcia indietro. Come ha spiegato subito dopo la riunione il deputato italiano Furio Radin, a pesare in maniera determinante sulla decisione dell’esecutivo è stata la sentenza della Corte costituzionale croata del 1999 che in un contenzioso analogo aveva bocciato la soglia minima di alunni, nel rispetto della Legge costituzionale sui diritti delle minoranze. Se alcune voci di corridoio rispondono a verità, avrebbe fatto sentire la sua voce anche il Quirinale, dopo aver conosciuto la notizia del pericolo incombente sulle scuole italiane in Croazia, scuole nelle quali Roma investe coaspicue risorse finanziarie. Come spiegato dallo stesso Radin, nell'attesa dell'abrogazione formale del decreto, atto per il quale occorreranno una decina di giorni, l’efficacia del provvedimento viene congelata. Agli effetti pratici, nelle iscrizioni in corso che si chiuderanno il 14 luglio, alunni, genitori e docenti possono stare tranquilli poichè l'incubo è finito: si potranno aprire classi anche con un solo alunno. Se il ministro non avesse fatto dietro front, ci sarebbe stata un'ecatombe di classi o sezioni visto che numerose sono sotto il numero minimo. Qualcuno addirittura aveva tracciato un parallelo storico-politico con il secondo dopoguerra, quando il regime comunista aveva chiuso tante scuole italiane. Radin non ha nascosto la sua grande soddisfazione per il felice esito della battaglia che lo ha visto, come logico, da subito impegnato. «Evidentemente - ha spiegato l’esponente della comunità italiana - non è stata indifferente la minaccia di noi deputati minoritari di revocare l'appoggio al governo qualora fosse rimasto in vigore il decreto». «Però - ha aggiunto Radin - non va sottovalutato il buon risultato ottenuto attraverso il rapporto instaurato con il nuovo ministro Mornar, a differenza di quanto era accaduto con il suo predecessore Zeljko Jovanovic (recentemente rimosso dal premier Zoran Milanovic, ndr), che era stato l’autore del decreto e che non voleva sentir parlare di leggi e diritti acquisiti dalle minoranze». (p.r.)


244 - La Voce del Popolo  30/06/14 Alla fine la spuntano Radin e Tremul
Alla fine la spuntano Radin e Tremul

FIUME È stata una serata, quella di domenica, trascorsa con il cuore in gola dai candidati alle massime cariche dell’Unione Italiana. È apparso subito chiaro che in alcune località si erano imposti i candidati di “Orgoglio Italiano”, Furio Radin e Maurizio Tremul alla carica di presidente dell’UI e di presidente della giunta esecutiva, in altre i candidati de “La Svolta” agli stessi incarichi, Gianclaudio Pellizzer e Astrid Del Ben. Si è trattato di una corsa sul filo di lana che i connazionali interessati hanno potuto seguire on line sul nostro portale potremmo dire minuto per minuto.

Per quanto concerne le elezioni per il rinnovo dell’Assemblea dell’Unione Italiana fin dall’inizio erano già noti i nominativi di 40 consiglieri: in numerose CI infatti il numero di candidati è stato pari a quello dei posti a disposizione. In altre Comunità la “battaglia” è stata combattuta fino all’ultimo.

La CNI viva e partecipe
L’interesse per queste elezioni è stato elevato. Ad iniziare da Pola dove ha votato in mattinata anche Furio Radin, presidente uscente dell’Unione Italiana, nonché candidato di “Orgoglio Italiano” per riacquistare la medesima carica. Si sono alternati, costantemente in fila davanti alle urne almeno una quarantina-cinquantina di soci elettori ieri, in mattinata alla Comunità degli Italiani della città dell’Arena. Si è unito a questi, alle 10, Radin. Cosa pensa dell’adesione già dimostrata per le operazioni di voto? “Vedo tanta gente, e questo mi gratifica perché è segnale di quanto sia ‘viva’ e partecipe la Comunità nazionale italiana”, ha commentato su nostra richiesta Furio Radin senza però voler scendere in previsioni anticipate sull’esito della consultazione. “Inutile parlare di possibili risultati elettorali, le mie aspettative si limitano per ora all’augurio che ci siano ancora molti soci elettori qui presenti e volenterosi di votare, perché è proprio questo che contribuisce a renderci forti”.

Fatta sentire una voce nuova

Al seggio della Comunità degli italiani “Pino Budicin” di Rovigno già nelle prime ore del mattino c’è stata un’adesione di massa per il voto con code che arrivavano fino ai 10 -15 minuti di attesa. Poco dopo le ore 10, il candidato della lista “La Svolta” alla carica di presidente dell’Unione Italiana, Gianclaudio Pellizzer si è recato al seggio allestito a Palazzo Milossa per esprimere la sua preferenza. Subito dopo il voto, abbiamo scambiato due battute con l’ingegner Pellizzer. “Mi riempie di gioia vedere così tanti connazionali presso le nostre Comunità che sono pronti a dimostrare con questo voto quanto siamo forti e presenti sul territorio”, ha dichiarato il candidato de “La Svolta”. Per quanto riguarda l’esito del voto, Pellizzer ha evidenziato che è ancora presto per esprimere un giudizio, ma ha colto l’occasione per ringraziare tutti i connazionali, e tutti coloro che hanno contributo alla campagna elettorale e a far sentire una voce nuova.


Violato il silenzio elettorale

Poco dopo le dieci di ieri a Capodistria, nel sodalizio di Palazzo Gravisi, ha votato il candidato alla guida della Giunta esecutiva, Maurizio Tremul. Dopo aver depositato le schede elettorali e aver salutato la Commissione di seggio, ci ha rilasciato una breve dichiarazione a caldo. “Le elezioni sono sempre importanti, sono un fatto di democrazia. Se paragonate alle altre consultazioni che riguardano la CNI o i seggi specifici in Parlamento, visto il numero di candidati che si presentano, le elezioni dell’Unione Italiana sono di una certa rilevanza per il confronto che si è svolto in campagna elettorale e per i canali usati per comunicare con gli elettori. Voglio rilevare che già sabato vi sono state violazioni del silenzio elettorale da parte dell’altra lista su alcune pagine facebook. Domenica, invece, sono state registrate altre pesanti violazioni, con messaggi inviati via SMS ai connazionali, indicando chi votare. Vi è una scorrettezza di fondo da parte di chi sostiene di voler rispettare le regole. Se le elezioni avranno l’esito da loro sperato avremo un’Unione Italiana scorretta. Al contrario spero che le elezioni vadano come devono andare. So benissimo che questa dichiarazione verrà pubblicata post festum, com’è giusto, ma è altrettanto giusto che la gente sappia che nel giorno del silenzio elettorale sono state violate sistematicamente le regole della democrazia, alle quali tutti ci dovremmo attenere. Io sulla mia pagina facebook ho bloccato ogni post o commento venerdì sera alle 23,05 proprio per evitare che vi sia qualsiasi tipo di reazione”, ha precisato Maurizio Tremul.


Un’esperienza emozionante
È stata una domenica particolare per Astrid Del Ben, che in qualità di socio della Comunità degli Italiani “Pasquale Besenghi degli Ughi” di Isola, si è recata al seggio allestito a Palazzo Manzioli. Sull’esperienza del voto e della candidatura a presidente della Giunta esecutiva UI ha dichiarato che “è effettivamente emozionante essere tra i candidati ai massimi vertici dell’Unione Italiana”. Per quanto riguarda le aspettative ha aggiunto: “Sono comunque serena, perché ho fatto quello che ho creduto giusto. È stata una candidatura, voluta anche per avere democrazia nell’UI. Non ho scheletri nell’armadio e non ho nulla da nascondere, sono una persona sincera e onesta. Proprio onestà, collaborazione ed apertura sono gli elementi che intendo portare avanti in caso di vittoria”. Astrid Del Ben non si è pronunciata sulle probabilità di elezione, ma ha commentato: “Sicuramente, vincendo daremmo una svolta radicale per quanto riguarda l’UI e tutto quello che comprende regolamenti e Statuto. Sono dell’opinione che, chi per vent’anni avendo la possibilità di cambiare radicalmente la democraticità di tutto l’insieme, non l’ha fatto, non lo potrà fare neanche nei prossimi anni. Il cambiamento lo possiamo portare soltanto noi. Perciò una svolta, ‘cambiare per crescere’ che è sicuramente la formula per queste elezioni e per il futuro di UI”. In chiusura le chiediamo come attenderà l’esito delle elezioni: “La giornata la passerò rilassata, con i miei familiari, a casa, e sempre fiduciosa”, ha risposto. (af-sp-gk-jb)


245 - Il Piccolo 05/07/14 Francesca Neri al Magazzino 18: «Con papà Pisino era casa nostra»

L’attrice tra le masserizie: «Le sedie sembrano mani che chiedono aiuto»

Francesca Neri al Magazzino 18
«Con papà Pisino era casa nostra»

di Elisa Grando

TRIESTE «L’idea di famiglia, patriottismo e appartenenza ad un Paese, l’ho sentita molto più forte con la comunità di esuli che non da italiana».
Francesca Neri è sinceramente emozionata uscendo dalla visita al Magazzino 18, in Porto Vecchio, dove sono raccolte le masserizie degli esuli. Perchè l’attrice, ospite dell’International ShorTS Film Festival, che le ha dedicato una retrospettiva, ha potuto toccare con mano una parte del suo
passato: è figlia di un esule istriano, partito negli anni ’40 da Pisino.
Per suo padre la ferita è rimasta così profonda che non ha più voluto tornarci. Ma l’identità istriana è rimasta sempre forte. «Da quando ero bambina, fino alla maggiore età, ogni anno ho partecipato con la mia famiglia ai raduni degli esuli istriani qui a Trieste, e anche a quelli dei pisinoti in giro per l’Italia. Quegli esuli erano la mia famiglia istriana», racconta l’attrice. Francesca entra nella prima sala dove campeggia la foto degli abitanti di Pola che s’imbarcano sulla nave “Toscana” dal molo imbiancato, e si accende: «Anche mio padre mi ha raccontato di essere partito da Pisino proprio così, in mezzo alla neve». L’attrice sfiora gli oggetti con delicatezza, sfoglia i quaderni di scuola, resta colpita dal groviglio di sedie mute e ammassate, ognuna testimone di un passato intimo:
«Sembrano tante mani che chiedono aiuto. È incredibile l’emozione che suscita guardare questi oggetti quando si conosce la storia che hanno dietro», commenta. Francesca, cosa significa per lei essere qui dentro il Magazzino 18? «Per me ha un significato fortissimo. Questi oggetti sono in qualche modo parte del mio modo di crescere. Ai raduni degli esuli incontravamo quello che in Istria era magari il vicino di casa, il collega, il medico del paese, e proprio in quelle occasioni anche mio padre e mia nonna si lasciavano andare di più ai ricordi, forse perché si sentivano più protetti». In famiglia, invece, suo padre parlava dell’esodo? «Non molto.
Forse per un fatto di dignità: c’era questo odio nei confronti di un paese che li aveva usurpati, che gli aveva tolto tutto, dall’identità alla casa.
Perciò sono cresciuta in questa interpretazione della storia che però poi, da figlia, vivendo in Italia, non ho visto riconosciuta a dovere. La loro sofferenza e il loro passato sono stati spesso strumentalizzati politicamente». Dov’è andato suo padre, una volta partito da Pisino? «Nel campo profughi di Savona, poi a Sanremo. La notte faceva il croupier al casinò di Sanremo, di giorno studiava all’Università di Milano. Tutta la famiglia poi si è trasferita a Trento e lì ha conosciuto mia madre». In famiglia si parlava della scelta dolorosa del partire o del restare? «Per loro non è mai stata una scelta, restare non era concepibile. Però il legame è rimasto fortissimo: mio padre riceveva a casa due notiziari, il pisinoto e l’istriano, dove si raccontava se qualcuno aveva avuto un figlio, chi era mancato… come se la comunità proseguisse a distanza. Anche io e mio fratello sentiamo forti queste radici». Ha visto lo spettacolo di Simone Cristicchi sul Magazzino 18? «Sì, ma purtroppo solo in televisione. Mi è piaciuto soprattutto perché è riuscito a dare il senso di questa perdita pur non essendo coinvolto direttamente». In questi giorni sta girando il nuovo film di Aldo Giovanni e Giacomo “Il ricco, il povero e il maggiordomo”. Come vanno le riprese? «Mi sto divertendo molto, mi ricorda i set con Massimo Troisi o Carlo Verdone, dove c’era un clima da commedia anche nella lavorazione. Interpreto una funzionaria di banca che ha per cliente Giacomo, “il ricco”, ma poi entra in contatto con tutti e tre. Ho scoperto che sono persone molto vere e semplici. E si sorprendono ancora, cosa rara per chi ha avuto successo ». E lei, si sorprende ancora? «Eh sì, più che altro vivo per essere sorpresa. Tant’è vero che a ottobre girerò un’opera prima, di Mirko Pincelli, la storia di persone che vanno a vivere a Londra per trovare successo, scappando dalla provincia. Che poi è Trento: così, per la prima volta, girerò nella mia città».


246 - La Voce di Romagna 02/07/14 Monsignor Margotti e i deportati
IL DRAMMA DELL’ARCIVESCOVO DI GORIZIA, CHE VERRÀ “ESPULSO” DALLA SUA CITTÀ

Monsignor Margotti e i deportati

LA TESTIMONIANZA

di Clara Morassi, figlia di Gino, presidente della Provincia isontina, dell’incontro con il prelato romagnolo mentre si trovava
esiliato a Udine

Risultano numerosi gli emiliano romagnoli arrestati dai partigiani del maresciallo Tito che non hanno fatto ritorno a casa

Ad appoggiare la richiesta di desecretazione avanzata dal sindaco Romoli, il vicepresidente nazionale dell’Associazione Venezia Giulia e Dalmazia, Rodolfo Ziberna. “Siamo consapevoli – scrive Ziberna  - che sarà assai improbabile poter trovare documenti ufficiali dell’ex Repubblica Federativa di Jugoslavia, ma certamente ci saranno relazioni da parte dei servizi segreti (nostri e di altre nazioni), corrispondenze con i nostri uffici diplomatici e con le diplomazie straniere, che l’Italia ritenne di celare alla conoscenza pubblica in virtù di una realpolitik derivata del ruolo svolto da Tito tra i paesi non allineati e degli equilibri tra Patto Atlantico e Patto di Varsavia. Inoltre riteniamo che acquisire nuovi elementi di conoscenza presso gli archivi italiani possa agevolarci nell’acquisire ulteriori elementi presso archivi stranieri, in primis quelli di Belgrado, ma anche di Berlino, Parigi, Londra e Washington”. Tornando alla vicenda di monsignor Margotti e del suo arresto, ecco in breve i fatti: la resistenza partigiana aveva preso di mira l’Arcivescovo, guidando contro di lui, fin dall’autunno 1942, una propaganda avversa con l’obiettivo del discredito personale.
 Visto l’imminente arrivo delle truppe jugoslave a Gorizia, da più parti gli era giunto l’invito  a lasciare la città, ma lui aveva scelto di rimanere al suo posto. Verrà arrestato il 2 maggio e l’8 maggio cacciato a Udine. Nelle vie di Gorizia erano stati affissi manifesti che lo bollavano di essere “avversario del movimento per la liberazione nazionale e che il suo comportamento politico avrebbe potuto accendere una guerra civile”. Ancora oggi una certa storiografia ignora che monsignor Margotti aveva condannato fermamente la segregazione degli internati sloveni, definendo i campi di internamento come quello di Gonars, da lui visitato, una vergogna per un paese civile come l’Italia. Nella primavera del 1943 aveva incontrato il Duce per denunciare quella che riteneva una situazione assurda. L’Arcivescovo aveva anche aiutato a mettersi in salvo diversi perseguitati di varie etnie e perorato, a nome di altri confratelli, la loro causa direttamente presso i tedeschi. Monsignor Margotti, racconta il sacerdote goriziano Corrado Mengoli, era molto vicino agli indigenti, per questo era solito inviare per primo gli auguri a persone che sapeva avrebbero risposto con un’offerta per i suoi poveri. L’Arcivescovo nel dopoguerra aveva preso posizione a favore dei braccianti agricoli del Fossalon, che avevano scioperato per 36 giorni, devolvendo loro una cospicua somma di denaro, e dando disposizioni alla Commissione Pontificia di distribuire ai bambini delle maestranze generi alimentari. Era intervenuto anche a favore delle maestranze dell’Oleificio di Monfalcone.
Questa la testimonianza rilasciata a Storie e personaggi dalla signora Clara Morassi sull’incontro con monsignor Margotti, avvenuto a Udine dove l’Arcivescovo si trovava dopo l’allontanamento forzato da Gorizia. “Qualcuno racconta che sua eccellenza il principe Arcivescovo Margotti come pure monsignor Monti, parroco della chiesa del Sacro Cuore, arrestati immediatamente dai titini nelle prime ore della loro occupazione, siano stati rilasciati e si trovano a Udine, ospiti dell’Arcivescovado. Io mi reco subito là, conosco bene monsignor Margotti, che con affetto mi riceve e cerca di rincuorarmi. Lo trovo provato nell’aspetto e disorientato, ma la sua serenità, la sua calma sono solo apparenti. Naturalmente gli chiedo se ha visto mio padre o qualche altro goriziano durante la sua pur breve prigionia. Ma la sua risposta è negativa. Alla mia domanda se pensa ad un prossimo rilascio mi risponde che con dolore e profonda amarezza, non ha nessun indice di speranza in questo senso, ma mi raccomanda di non disperare in un poco probabile cambiamento prossimo della tragica situazione, perché tutto può accadere”.
 Il racconto della signora Morassi, che da quel lontano 1945 continua la sua instancabile opera alla ricerca della verità sulla sorte dei deportati, testimonia la sentita partecipazione dell’Arcivescovo al profondo dolore dei suoi figli spirituali. Monsignor Margotti ha concluso la sua esistenza terrena a Gorizia il 31 luglio 1951 dopo una lunga e dolorosa malattia; per sua volontà è stato tumulato nella chiesa del Sacro Cuore, alla quale era particolarmente legato. A pochi passi dal tempio, una via porta il suo nome. Tra i nominativi dei deportati presenti nel Lapidario di Gorizia, progettato dall'architetto Paolo Caccia Dominioni e inaugurato nel 1985, figura quello di Ermanno Vites senior; il figlio Ermanno junior, noto artista, si è stabilito in Romagna. Sul Lapidario sono impressi i nomi allora accertati di 665 deportati senza ritorno. Alla cerimonia inaugurale avevano preso parte l'allora sindaco Antonio Scarano, nato a Rimini dove ha anche vissuto alcuni anni, il padre era infatti sottufficiale dell'Esercito, e l'Arcivescovo monsignor Antonio Vitale Bommarco, esule da Cherso, i cui fratelli Matteo e Giuseppe dopo essersi visti respingere dalle autorità jugoslave l'opzione per l'Italia, nel 1957 erano fuggiti dalla loro isola raggiungendo la libertà dopo un'avventurosa traversata dell'Adriatico conclusasi proprio a Rimini.
Negli elenchi dei deportati goriziani spiccano poi i nomi di Licurgo Olivi, nato a Bagnolo in Piano (Reggio Emilia) nel 1897, e di Augusto Sverzutti, entrambi esponenti di punta del Comitato di Liberazione nazionale di Gorizia e fermamente contrari ai progetti annessionistici jugoslavi. Olivi era sicuramente in vita nell’estate del 1948, quando era stato condotto assieme ad altri deportati nei pressi del valico italo-jugoslavo della Casa Rossa di Gorizia per uno scambio di prigionieri, poi non avvenuto. Lo attesta la dichiarazione scritta di un altro deportato reggiano, Francesco Freddi di Luzzara, rimpatriato nel 1950 e pubblicata dallo storico goriziano Guido Rumici, in “Infoibati” edito da Mursia. Rumici aveva ricevuto copia del documento dalla famiglia Morassi. Sui motivi della presenza di Freddi in Jugoslavia sono in corso ricerche. Non era un militare fermato mentre rientrava dalla prigionia in Germania o nell’ex Urss, di casi di questo genere se ne sono verificati diversi. E’ esistito un Francesco Freddi, sempre di Luzzara, che nel 1968 avrebbe rilasciato una testimonianza su una strage partigiana del maggio 1945, affermando di essere un sopravvissuto. Si tratta del ritrovamento dei cadaveri dei passeggeri di un mezzo della Poa (Pontificia opera di assistenza) avvenuto nei pressi di Concordia San Possidonio in provincia di Modena. Diversi particolari fanno pensare che si tratti della stessa persona.
Aldo Viroli
Storie e personaggi tornerà dopo l’estate
Quando si svolge la vicenda
Subito dopo l’occupazione jugoslava
Da oltre un decennio Storie e personaggi si occupa delle complesse vicende del Confine orientale legate alla Romagna. Era nato ad Alfonsine monsignor Carlo Margotti, che reggerà l’Arcidiocesi di Gorizia dal 1934 al 1951. L’Arcivescovo ha patito una dolorosa e umiliante odissea iniziata con l’arresto nel maggio 1945 da parte dei partigiani del maresciallo Tito che lo avevano “espulso” dalla città. Monsignor Margotti ha vissuto il dramma di Gorizia e della sua Arcidiocesi, praticamente azzerata dal Trattato di pace del 1947 che aveva assegnato la quasi totalità del territorio provinciale alla Jugoslavia. Senza dimenticare il martirologio dei sacerdoti, assassinati prima dai tedeschi poi dai partigiani di Tito. L’Arcivescovo ha sofferto la vicenda dei goriziani deportati nel maggio 1945 in Jugoslavia; toccante è la testimonianza della signora Clara Morassi, figlia di Gino Morassi, preside (presidente) della Provincia di Gorizia che non ha fatto più ritorno. Era di famiglia santarcangiolese l’ingegner Felice Gallavotti, arrestato dai partigiani nei pressi di Gorizia il dicembre 1944. Il sindaco di Gorizia, Ettore Romoli, chiederà al premier Matteo Renzi, di togliere il segreto di Stato a quei documenti dai quali si possano acquisire informazioni afferenti il dramma delle foibe e dell’esodo.




247 - Il Piccolo 09/07/14 Viaggio in Dalmazia - Pagaiando controvento fino a trovare i fantasmi del lager di Goli Otok (1)
Viaggio in Dalmazia - 1

Pagaiando controvento fino a trovare i fantasmi del lager di Goli Otok

In kayak tra le isole croate tra pareti strapiombanti, anfratti e tracce di un recente passato che ha segnato la storia di questi luoghi

di EMILIO RIGATTI

Piove: e non resta altro da fare che restare sotto i tendoni del bar della spiaggia ad aspettare che il tempo ci conceda una tregua e noi si possa navigare. I kayak sono già allineati sulla spiaggia del campeggio Bunculuka, a Baska, isola di Veglia-Krk. Abbiamo tutto: tende, sacchi a pelo, provviste e acqua per affrontare cinque giorni di navigazione. E tanta voglia di pagaiare in libertà, esplorando le isole di questa parte settentrionale della Dalmazia. I miei compagni di viaggio sono Enrico e i fratelli Guido e Aldo Faoro, col quale avevo pagaiato da Trieste a Zara due anni fa. Loro non amano né gli alberghi, né i campeggi e sono teorici della dormita "alla
vigliacca": nei boschi, sulla spiaggia, o dove capita che la notte li colga.
Inganniamo il maltempo sorseggiando una birra Ozuisko e contemplando le forme plastiche dell'isola di Prvic, velate dalla pioggia. È disabitata e le sue ondulazioni brulle e pietrose sono una delle note paesaggistiche più belle del luogo. La grande muraglia violetta del Velebit, perennemente incappucciata di nuvole cremose, ci accompagnerà per i cinque giorni di navigazione. Incombe su questi specchi d'acqua scanditi da isole brulle e candide e, quando non c'è vento, vi si specchia, aumentando l'illusione dell'altezza. Gli scrosci hanno una sosta e ci imbarchiamo, pur sapendo che non durerà molto. A metà strada tra Veglia e Prvic la pioggia riprende a cadere. Tiriamo su i cappucci delle cerate e puntiamo l'isola, dove scendiamo per sgranchirci le gambe e per dare un'occhiata attorno. Delle pecore fuggono spaventate davanti a noi, intrusi, sculettando tra le pietre.
Cespugli radi, invisibili da lontano, sopravvivono in questa landa rocciosa dalle forme bizzarre. Un boccone, e poi rimontiamo sui nostri costumi da bagno galleggianti. Seguiamo il profilo di Prvic da oriente. Le grandi falesie bianche dell'isola sembrano originate da una colata che ad un certo punto si è rappresa, frammentandosi e spaccandosi. Inizia il gioco geografico con cui ci diletteremo fino al ritorno: sfiorare le rocce, stare sotto le pareti a picco, entrare negli anfratti, nelle grotte, facendo slalom tra uno scoglio e l'altro, qualche volta guadagnandoci qualche grattata da brivido sulle chiglie dei kayak. Chi non ha navigato sotto le masse gravitazionali delle scogliere che incombono sull'acqua verdolina non può conoscere la sensazione di meraviglia, quasi di paura, per la verticalità possente di queste schegge di una luna esplosa e precipitata in schegge in questo mare. Uno sguardo all'umore delle nuvole e del vento e poi puntiamo in direzione di Goli Otok, l'Isola Nuda. Da qui appare come un lungo tavolato di pietra inclinato: parte dal mare e innalza la sua massa luminosa e priva di alberi sul mare che adesso, con cielo coperto, appare scuro. Contrasta nettamente con la parete cianotica del Velebit. Una nuvola bianchissima si è acquattata sulla sua sommità. Anche da chilometri si vede che è un luogo di desolazione, e la fama sinistra che aleggia sul lager di Tito rafforza questa impressione. L'acqua è ferma e pagaiamo su uno specchio che ci riflette. Quando, dopo un'ora di traversata, siamo vicini alle sue coste, cominciano ad apparire le strutture del carcere. Casematte diroccate, garitte di cemento armato e, infine, il porto dove sbarchiamo, da cui si diparte una strada in salita fiancheggiata da capannoni fatiscenti. A meno che le anime delle centinaia di persone - qualcuno dice migliaia - che vi morirono non possano essere considerate abitanti, anche qui ci sono solo capre e pecore che vagano in disordine sulle gobbe spellate di Goli Otok.
Troviamo una tettoia ben riparata, al porto, e ci accampiamo, stendiamo i sacchi a pelo invernali, tiriamo cordini su cui far asciugare le nostre cose. Esploriamo l'isola entrando nelle costruzioni collassate, andiamo a leggere le scritte sui muri in quelle che dovettero essere delle celle.
Questa parte dei Goli Otok è stata rimboschita dai detenuti e, finite le strutture detentive, la strada era stata affiancata da una doppia fila di acacie. Sono secche, spezzate dal vento, morte o moribonde. Non ce l'hanno fatta neanche loro. Alla fine della salita faccio una scoperta: una grande dolina completamente pavimentata con pietre. Fa parte dei lavori inutili e umilianti a cui venivano sottoposti gli stalinisti oppositori del regime titoista, finiti per una sorta di legge del contrappasso in un gulag adriatico? Piove, ma siamo al coperto e cuciniamo col fornello a benzina dell'esercito svedese, orgoglio di Aldo, che questa sera fa un po' il mona.
Le folate di vento fanno cigolare una lamiera, si sente il tonfo di un mattone che cade. Eppure, raggomitolato nel mio sacco a pelo, sono felice come non lo ero da tempo. Al risveglio le nostre tute di neoprene conservano una discreta quota di umidità. Basta tirare il fiato, infilarsele e aspettare che il calore del corpo le riscaldi. Sole, finalmente. Partiamo da Goli Otok verso le otto e in poco tempo raggiungiamo Arbe nella sua punta settentrionale, così articolata da assomigliare al Peloponneso. La risaliremo lungo la costa orientale, la più rocciosa. Il bianco delle interminabili falesie che svettano, contrasta con i blocchi giallo ocra delle emergenze tettoniche marnose di "flysh" oceanico, più basse, dovute alla formazione di rocce sedimentarie recenti, figlie dei depositi dei fiumi alpini. Un gelato di pietra a due gusti, in altre parole. Come sempre, seguiamo tutti gli anfratti, ci infiliamo tra gli scogli, esploriamo le cavità che il mare ha scavato con la sua pazienza senza fine. A est abbiamo la costa sormontata dal Velebit e a ovest i contrafforti tormentati delle falesie, da dove le capre e le pecore, quasi invisibili, fanno prodezze da Reynold Messner: ma come fanno a stare tranquille a pascolare su una parete perpendicolare? Appena si accorgono dei quattro cetacei di vetroresina s'inerpicano con pochi balzi rivelando cenge e sentieri che non avremmo mai supposto esistessero. Verso sera doppiamo il capo meridionale e c'infiliamo nel canale tra l'isola disabitata di Dolina e Arbe stessa. Abbiamo avuto tutto il giorno il vento contro e i miei compagni di viaggio sacramentano nei loro dialetti alpini - due sono velcellinesi e uno cadorino - quando, doppiato il capo, l'aria gira e ci si piazza ancora una volta sul naso. Non ce la facciamo ad arrivare ad Arbe - abbiamo quasi quaranta chilometri nelle braccia - ma a Barbat troviamo una spiaggia per lo sbarco e un bosco nascosto dove piazzare le tende e le amache impermeabili. Lo chef Guido, stasera, ci propone un menù a base di pasta col tonno. Domani, se il tempo non è troppo ostile, dovremmo farcela ad arrivare a Lopar. (1 - continua)

Si ringraziano per la collaborazione della Rassegna Stampa: L’Università Popolare di Trieste e l’Assoc. Nazion.Venezia Giulia e Dalmazia - ANVGD di Gorizia

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L'ARENA DI POLA del 21/08/2014
L'ARENA DI POLA  ANNO LXX 3.372  Mensile n. 8 del 21/08/2014
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Ultimo aggiornamento ( domenica 07 settembre 2014 )
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