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RASSEGNA STAMPA
Rassegna stampa n. 923 del 24/11/2014
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Rassegna stampa

a cura di Maria Rita Cosliani – Eufemia G.Budicin – Stefano Bombardieri

N. 923 – 22 Novembre 2014
    

Sommario


294 - Il Piccolo 16/11/14 Roma: "Magazzino 18" di Cristicchi in corsa per il Premio Ubu (Roberto Canziani)
295 - La Voce del Popolo 08/11/14 -  E&R :  Ferruccio Derenzini un esule antifascista
296 - La Voce del Popolo 10/11/14 Pisino: Una città scolpita nelle pietre del suo duomo (Ilaria Rocchi)
297 - Corriere della Sera Sette 07/11/14 Ottavio Missoni concorrente di Joyce (Antonio d’Orrico)
298 - Il Piccolo 02/11/14 «Un generale russo fu il sosia di Tito» (Mauro Manzin)
299 - Corriere della Sera Sette 07/11/14 Il mistero della bara di Tito (Antonio Ferrari)
300 - La Voce del Popolo 08/11 /14 Valle d’Istria: Castel Bembo da due anni prestigiosa sede della CI (Sandro Pestruz)

301 - L’Osservatore Romano 11/11/14 Il Perlasca col saio (Ugo Sartorio)

302 - La Voce del Popolo 22/11/14 Rovigno: Kandler e Luciani carteggio di una vita Cristina Golojka)

303 - La Voce di Romagna 18/11/14 Gli ebrei goriziani e la Romagna (Aldo Viroli)
304 - La Voce del Popolo 22/11/14 Marino Bonifacio e il destino dei nomi (Claudio Antonelli)


Rassegna Stampa della ML Histria anche in internet ai seguenti siti  :
http://www.arenadipola.it/
http://10febbraiodetroit.wordpress.com/
http://www.adriaticounisce.it/


294 - Il Piccolo 16/11/14 Roma: "Magazzino 18" di Cristicchi in corsa per il Premio Ubu
“Magazzino 18” di Cristicchi in corsa per il Premio Ubu
 ROMA Potrebbe conquistare il titolo di “miglior progetto sonoro” dell’anno. E tutto lascia intendere che sarà così. “Magazzino 18” (lo spettacolo prodotto dallo Stabile Fvg, appena reduce da una serie di affollate repliche al Rossetti e fra qualche giorno in scena a Milano) è una delle due “nomination” che concorrono all’edizione 2014 dei Premi Ubu, il maggior riconoscimento del teatro italiano. L’annuncio è stato dato a Roma, al Teatro Argentina, nel corso della presentazione del numero monografico della rivista Panta, dedicato a Franco Quadri, il critico teatrale di Repubblica, che dei Premi Ubu è stato fondatore e animatore, 37 edizioni fa, e che è scomparso nel 2011.
 
Tra gli oltre 700 spettacoli che hanno debuttato la scorsa stagione in Italia, la giuria dei Premi Ubu (formata da 53 votanti che si esprimono attraverso un referendum articolato in due fasi) ha individuato in “Magazzino 18” (e nella colonna sonora di “Quartett”, composta da G.u.p. Alcaro, per la regia di Walter Malosti) i progetti musicali più interessanti. Come si ricorderà, musiche e canzoni inedite dello spettacolo sono firmate da Simone Cristicchi, mentre le musiche di scena e gli arrangiamenti sono del maestro Valter Sivilotti. Lunedì 15 dicembre, al Piccolo Teatro di Milano, la cerimonia finale deciderà l’attribuzione del Premio. Tra le altre nomination, anche titoli che toccheranno presto i palcoscenici del Fvg. Candidati a “spettacolo dell’anno” sono “Le sorelle Macaluso”, regia di Emma Dante (sarà ospite di Teatro Contatto a Udine, a marzo) e “Frost/Nixon”, regia di De Capitani e Bruni (in cartellone il 5 dicembre, a Monfalcone). “Furia Avicola” di Rafael Spregelburd, prodotto da CSS – Udine, concorre al titolo di “miglior novità straniera”.
Roberto Canziani


295 - La Voce del Popolo 08/11/14 -  E&R :  Ferruccio Derenzini un esule antifascista
Ferruccio Derenzini un esule antifascista
 Dalla poetessa Lilia Derenzin, esule fiumana a Travacò Siccomario in provincia di Pavia, insegnante in pensione,  assiduamente presente alle giornate dei Fiumani nella città natale, abbiamo ricevuto una biografia del suo defunto papà che volentieri pubblichiamo. Essa dimostra  che ad andarsene da Fiume nell’immediato dopoguerra furono anche combattenti  antifascisti.
 
Il documento porta il timbro dell’ANPPIA, l’Associazione degli ex deportati politici italiani antifascisti nei campi nazisti, sezione di Pavia. Ferruccio Derenzini, padre di Lilia, nato a Fiume il 12 agosto 1909, fu associato all’ANPPIA dal gennaio 1948. Capitano di complemento del disciolto esercito italiano, il 10 settembre del 1943 si sottrae alla cattura fuggendo in abiti borghesi dall’ospedale militare di Salsomaggiore (dove, giunto dal Sud, era ricoverato)  già circondato dalle truppe tedesche. Viaggia in treni controllati dalla Wehrmacht  esibendo come documento di legittimazione la tessera di libera circolazione della tranvia di Fiume (!) e per breve tempo trova rifugio nella campagna padovana.
Nell’ottobre del 1943 rientra a Fiume e riprende la sua normale attività di lavoro presso l’Azienda Servizi Pubblici Municipalizzati  (ASPM) di quella città  Assieme ad amici di comuni  ideali e compagni di lavoro entra subito nel “Comitato Cittadino Popolare di Liberazione” e fa parte della prima “cellula” costituitasi in seno all’Azienda suddetta; “cellula” che si occupa della raccolta di armi e munizioni, viveri e vestiario per i partigiani della zona e collabora inoltre alla redazione della stampa clandestina.
Nello stesso tempo, con i compagni, istituisce il “Sindacato Libero Aziendale”, in odio a quello fascista, nel quale gli vengono affidate le funzioni di segretario;  sindacato, questo, che dopo pochi mesi di vita viene soppresso dai tedeschi con l’incorporazione di Fiume nello “Adriatischeskuesterland”  (sedicente nuova provincia  tedesca) e il conseguente assoggettamento della città alle leggi del Reich. L’attività sindacale serve anche e soprattutto a mascherare il febbrile movimento clandestino delle cellule aziendali e fornisce inoltre degli alibi di una certa  credibilità agli “organizzati” che malauguratamente cadono  nelle grinfie dei nazifascisti.
Per queste sue duplici attività il 19 marzo 1944 il Derenzini  viene arrestato nel suo ufficio dalle S.S., su delazione di impiegati repubblichini dell’Azienda, mentre sta ultimando un articolo per la stampa clandestina. Riesce tuttavia a nascondere il  dattiloscritto perché messo in allarme da un tempestivo squillo telefonico fattogli dal portiere dell’azienda.
Tradotto nelle carceri della città vi rimane per una ventina di giorni e dopo gli inutili interrogatori delle S.S. viene trasferito alle carceri del Coroneo, a Trieste. È rinchiuso assieme ad ostaggi   italiani e sloveni nella “cella  della morte”, uno stanzone  sotterraneo della prigione in cui  sono accatastati un centinaio  di “morituri”.
Infatti da quella cella nella seconda decade dell’aprile 1944 vengono prelevati, fucilati ed impiccati con il filo di ferro, in Via Ghega, a Trieste, 55 ostaggi per rappresaglia all’uccisione da parte di un gruppo d’azione partigiana di 5 soldati tedeschi.
Dopo due penose settimane trascorse nella “cella della morte” viene deportato a Dachau il 27 aprile 1944,  da dove, dopo il periodo di “quarantena”, è inviato al  “Kommando” di Kotterm bei Kempten, campo di lavoro in cui due fabbriche della  Messerschmitt costruiscono parti della V2.
Riacquista la libertà il 28 aprile 1945 nei pressi di Pfronten  assieme agli altri sopravvissuti del “Kommando” mentre carri armati ed aerei americani incalzano le colonne tedesche in rotta e mentre le S.S. con  i cani - a cui è affidato il compito di scortare i deportati  verso Innsbruck per la loro  eliminazione - si dileguano terrorizzate nei boschi delle  alture circostanti.
Con un carro militare tedesco  a tiro di quattro cavalli (offerto dagli americani), assieme a 16  compagni di deportazione, tra i quali Belli e Magenes di Pavia,  intraprende la via del ritorno in Italia. Entra in Svizzera, per intercessione del Partito  Socialista del Canton Ticino e  dopo una lunga, inconcepibile permanenza in vari “campi di rifugiati” rientra a Fiume il  3 agosto 1945 passando per  Domodossola, Novara, Milano,  Trieste e S. Pietro del Carso,  unitamente al suo concittadino  e compagno di deportazione  Mario Bontempo. 
Nel 1947 abbandona la città natale, passata alla Jugoslavia  e si trasferisce a Pavia, dove per 20 anni svolge le mansioni di direttore amministrativo dell’Azienda Servizi Municipalizzati.
Il Maresciallo Tito gli ha  conferito “quale compagno di lotta”, in occasione del XX anniversario della vittoria  della coalizione antifascista, la  medaglia commemorativa con diploma “per la partecipazione  alla guerra di liberazione  dei popoli jugoslavi e per il contributo alla comune vittoria sul fascismo e all’amicizia dei popoli”.
Il Comune di Pavia lo ha insignito di diploma di medaglia d’oro per pubblica benemerenza.




296 - La Voce del Popolo 10/11/14 Pisino: Una città scolpita nelle pietre del suo duomo
Una città scolpita nelle pietre del suo duomo
Scritto da Ilaria Rocchi
“Fare la storia del Duomo, significa rievocare le vicende ora prospere ed ora avverse della città. È stato costruito forse tre secoli dopo il castello e l’insediamento della prima popolazione e porta incise nelle sue pietre e nella sua tormentata architettura le date fondamentali della sua esistenza e delle continue trasformazioni subite. Pisino non è antica come le altre consorelle istriane. È nata per un bisogno di difesa dalle incursioni di altri popoli, che premevano dai monti verso l’Adriatico ed è rimasta sempre fedele a questa sua vocazione”, scriveva quasi quarant’anni fa Nerina Feresini (1912-2007), pisinese doc, una professoressa che insegnò in diverse scuole a Pisino, Zamasco, Sarezzo, Parenzo e Rovigno, prima di lasciare l’Istria, come esule a Trieste, nel 1947. Nerina Feresini ci ha lasciato numerosi saggi sulla sua terra d’origine, tra cui “Scuole e scolari di Pisino sotto l’Austria” (1970), “La Foiba di Pisino” (1972), “La Società filarmonica di Pisino dalla fondazione all’inizio della Prima guerra mondiale” (1974), “La Società Alpina dell’Istria 1876-1885” (1976), “Il Duomo di Pisino (con Gabriella Gabrielli Pross e Fabrizio Pietropoli, 1978) e “Quel terribile settembre 1943: un capitolo tragico della storia di Pisino” (1993), tutti editi dalla Famiglia Pisinota di Trieste, nonché “Pisino. Una città un millennio. 893-1983” (1983) e “Il Teatro di Pisino” (1986), con la Manfrini di Calliano (Trento) e “Il Comune istro-romeno di Valdarsa”, per le Edizioni Italo Svevo (Trieste, 1996).


Collaborazioni importanti

Due anni fa, dalla collaborazione tra la Famiglia Pisinota, la Comunità degli Italiani di Pisino, la nostra casa editrice EDIT di Fiume e l’Università Popolare Aperta di Pisino, era nata la versione bilingue italo-croata del suo saggio “La Foiba di Pisino”. Ora è uscito dalle stampe, sempre in edizione bilingue italo-croata, con testo a fronte e corredo iconografico originario, il volume “Il Duomo di Pisino”, di Nerina Feresini, Gabriella Gabrielli Pross e Fabrizio Pietropoli; circa 160 pagine (tradotte in croato da Morana Čale), a cura della CI di Pisino, della Famiglia Pisinota, dell’EDIT (per la parte grafica) e con il contributo finanziario del ministero degli Affari Esteri italiano (attingendo ai fondi cosiddetti perenti, legge 19/91). Il libro, che riporta in copertina l’immagine del patrono, San Nicolò (particolare sull’altare maggiore), è stato presentato sabato sera nella sede della CI istriana, introdotto dalla “padrona di casa”, la presidente Graziella Paulović, da Maria Gliselli, a nome della Famiglia Pisinota, e da Tullio Vorano, critico d’arte e direttore del Museo Civico di Albona, che ha ripercorso i contenuti dell’opera, soffermandosi sugli aspetti più interessanti di questa chiesa i cui affreschi e oli hanno colori davvero brillanti, di intensa luminosità.


Sala gremita in ogni ordine di posti

L’atmosfera era quella delle grandi occasioni, con una sala gremitissima di connazionali, di pisinesi italiani e croati, di esponenti di associazioni giunte da Trieste e da tutta la penisola, di ospiti. Tra questi, il console generale d’Italia a Fiume, Renato Cianfarani, le vicepresidenti della Regione Istriana, Viviana Benussi e Giuseppina Rajko, l’assessore regionale alla Cultura, Vladimir Torbica, il vicepresidente dell’Università Popolare di Trieste, Manuele Braico, la responsabile del Settore Coordinamento e attività delle CI della Giunta esecutiva dell’Unione Italiana, Rosanna Bernè, il parroco Mladen Matika, Paolo Penso, in rappresentanza della Famiglia Pisinota e Nicolò Sponza del Centro di Ricerche Storiche di Rovigno, nonché Teobaldo Giovanni Rossi, presidente della Camera di Commercio Istro-Veneta. Apprezzatissimi gli interventi del Coro misto della città, “Roženice”, diretto dal Mo. Ines Kovačić Drndić, che ha esordito con il verdiano “Va, pensiero” (dal “Nabucco”), per poi proporre diversi canti sacri e popolari, concludendo con la celebre “Con te partirò”, interpretata da Andrea Bocelli al Festival di Sanremo 1995.
“Il volume

Il Duomo di Pisino – Župna crkva u Pazinu

è la prima edizione bilingue italiano-croata che arricchisce quella del 1978 pubblicata solo in italiano dalla Famiglia Pisinota. Con questo libro vogliamo rendere un ulteriore omaggio ai suoi autori, allargando la fascia di lettori a quelli di lingua croata”, spiega Graziella Paulović. E si tratta di un libro, come rileva Maria Gliselli, che nasce soprattutto dall’amore di una ricercatrice e studiosa, infaticabile “topo di archivi pubblici e privati”, che ha coinvolto nell’operazione diversi esperti per affrontare la materia sotto tutti gli aspetti rilevanti, per decifrare e far parlare gli antichi segni “e così un’onorata storia non sia più coperta dall’oblio”, come ebbe modo di annotare l’arcivescovo Antonio Santin il 1.mo novembre 1978. Così Gabriella Gabrieli Pross si è occupata dell’architettura e dei mutamenti strutturali (leggi spesso deturpazioni) dei quali questa è stata oggetto nel corso dei secoli, Fabrizio Pietropoli degli affreschi e delle tele, mentre Nerina Feresini ha recuperato le vicende della cimiteriale del borgo, con le tombe delle famiglie e le varie epigrafi, e ha ricostruito la vicenda della Prepositura di Pisino, riportando i nomi dei vari prepositi.


Coloro che ci hanno preceduto

Particolarmente significativa, alla luce della scomparsa dei vecchi pisinesi e delle lapidi cimiteriali con i loro nomi, sostituiti da quelli dei nuovi venuti, l’elencazione di coloro “che ci hanno preceduto”, cognomi familiari, italiani. Il tutto in sintonia con il credo di Feresini, ossia non dimenticare per non perdere il patrimonio degli avi, ma anche per mantenere in vita, ora che non è più così, l’immagine di com’era una volta Pisino. Le immagini sono quelle scattate 36 anni fa da Renato Penso. Sotto questa dimensione, il libro potrà risultare utile strumento per chi un giorno si deciderà di restaurare il Duomo (e sappiamo che la Regione Istriana ha intrapreso diversi interventi in varie chiese del territorio).


La strada da seguire in futuro

Esaurita la prima edizione, “Il Duomo di Pisino” non ha perso attualità con il tempo, anzi, eventualmente ne ha acquisita una nuova, grazie alla sua ineccepibile impostazione scientifica. Il suo valore è perlomeno triplice, storico, artistico e religioso. E non solo. È stato promosso e scritto da un’esule (con altri autori), pubblicato da un’associazione di esuli aderente all’Unione degli Istriani – Libera provincia dell’Istria in esilio, con fondi della Farnesina, in un’edizione anche in croato, da un’associazione di “rimasti” e dalla casa editrice di questi ultimi a Fiume, salutato con entusiasmo dal pubblico e dalle autorità locali (lo testimonia la partecipazione alla serata di sabato). “Da parte nostra confermo la disponibilità a realizzare altri volumi, con l’auspicio che si possa continuare a fornire anche ai cittadini croati un modo per avvicinarsi a una storia che è ricchezza di tutti noi”, ha commentato al termine della serata Paolo Penso, della Famiglia Pisinota. È forse proprio questa la strada da seguire anche in futuro?

297 - Corriere della Sera Sette 07/11/14 Ottavio Missoni concorrente di Joyce
Antonio d'Orrico - Consegna pacchi

Ottavio Missoni concorrente di Joyce

Un suo racconto su dodici ore trascorse in una osteria di Trieste apre uno strano libro che parla di vino, di birra e di varie umanità

Il volume, curato da Grigoletto, raccoglie manifesti, mappe e storie esilaranti. Come quella di Sergio Saviane sul proibizionismo all'italiana.

Sta lavorando da anni a una Breve e incompleta storia del Prosecco, un’opera che si annuncia fondamentale (e che è anche un tipico esempio di work in progress come avrebbe detto James Joyce), uno di quei libri destinati a non avere mai una fine. Intanto ha pubblicato Vite ambulante. Nuove cattedre di enologia e viticultura (edizioni Suv, ma le automobili omonime non c’entrano niente, sta per Spazio dell’Uva e del Vino). Si chiama Giovanni Gregoletto ed è, tra le altre cose, un birraio. Ma è, soprattutto, un cacciatore di storie legate al vino e ai suoi dintorni (cioè quasi tutto). Vite ambulante è un libro che contiene una varietà disparatissima di materiali, manifesti storici, lettere, mappe, foto, ecc. Quando ci si entra dentro sembra la stiva di un cargo, la memoria di un rigattiere. Le dodici BOTTI. Lo spunto del libro di Gregoletto è un racconto che scrisse Ottavio Missoni e che narrava dodici ore (da mezzogiorno a mezzanotte) trascorse in una osterìa di Trieste (e qui il riferimento a James Joyce diventa obbligatorio). È un racconto delizioso che comincia ai «dodici boti» (mezzogiorno detto alla triestina) del giorno dei morti (Joyce ancora!) con l’aperitivo (un bicchiere di Traminer e due dondoli, i tartufi dì mare). All’una (un boto) si pranza (yota, sottaceti, carne con le verze, rosso Termi, caffè e grappa).
Ai do boti (le due): «Alcuni si alzano, vanno al cimitero a trovare i morti, altri in arrivo ne prendono il posto». Poi si gioca a carte, scopa e briscola. E si va avanti fino a mezzanotte quando sì chiude cantando: «Dove te eri fino sta ora... iero in malora, iero a far l'amore».

La dodici ore (boti) di Missoni conferma una antica verità: la taverna (o l’osteria) è il luogo fondamentale della letteratura come sapevano bene gli scrittori inglesi tra Sette e Ottocento.

Vite ambulante, ripeto, è pieno di cose.

C’è il catalogo del “Laboratorio di ricerca di sapori perduti” di Giorgio Onesti (esempio la crema spalmabile di nocciole). Ci sono affermazioni da lavare, forse, con il sangue, come quando si insinua che Mario Soldati di vino non capiva niente (ma, al contempo, e meno male, si riconosce la sua grandezza in generale).

Il, SINDACO E L'EDITTO.  Ma a questo libro sono personalmente grato perché vi ho trovato un esilarante intervento di Sergio Saviane, grande firma dell’Espresso dei tempi d’oro. Saviane è famoso per le sue insuperabili critiche televisive. Ed è stato uno scrittore di tragedie (I misteri di Alleghe, il più bel noir italiano, tutto rigorosamente vero, l’unico A sangue freddo nazionale che regge il paragone con l’originale di Truman Capote). Ma è stato anche un umorista imprevedibile. In questo intervento racconta che, finita la guerra, il governo emise un editto contro l’alcolismo considerato un’emergenza sociale, una piaga nazionale. Subito il sindaco di Castello di Gòdego, un paesino del Trevigiano, radunò nella sala comunale i concittadini, che si erano molto allarmati, e spiegò con cura che cosa conteneva l’editto contro l’alcolismo. Giunto alla fine, guardò bene la platea e la rassicurò: «Cossa v’importa dell’alcool? Lasciatelo stare, avete il vino e la graspa, bevete quelli, ostia».


298 - Il Piccolo 02/11/14 «Un generale russo fu il sosia di Tito»
Il vero Maresciallo sarebbe sparito in terra sovietica nel 1937. I dubbi in un dossier desecretato dell’Fbi americano
«Un generale russo fu il sosia di Tito»
di Mauro Manzin
TRIESTE La figura di Josip Broz Tito continua, a 34 anni dalla sua morte, ad alimentare una sorta di leggenda attorno a sè. Prima i documenti della Nsa americana che gettavano un forte dubbio sul fatto che il Maresciallo sarebbe stato russo o polacco e avrebbe avuto un “sostituto” e il tutto in base a un’analisi dell’intelligence statunitense datata anni Settanta. Ora ad alimentare la “leggenda” ci pensano nuovi documenti declassificati ma stavolta dell’Fbi. La documentazione relativa all’identità di Tito è costituita da un dossier di un migliaio di pagine. In esso spicca la testimonianza di Marijan John Markul rilasciata ad alcuni agenti dell’Fbi in Argentina nell’aprile del 1955.
Ebbene Markul sostiene che la persona che oggi dice di essere Tito (siamo nel 1955) non è il vero Maresciallo bensì un agente russo che ha preso l’identità del padre-padrone della Jugoslavia. Il vero Tito sarebbe scomparso in Russia nel 1937. Il documento dell’Fbi contiene anche le informative attorno alla persona di Merkul. Questi è nato a Livno il 27 novembre del 1909 e naturalizzato cittadino americano il 14 marzo del 1944. Ha servito nell’Esercito degli Stati Uniti dal 9 ottbre del 1942 al 30 novembre 1944 quando è stato congedato con onore e con il grado di caporale. Emigrò negli Stati Uniti nel maggio del 1936 e sua moglie, cittadina americana, era impiegata come tecnico di laboratorio in un ospedale della contea di Los Angeles. Merkul gestiva un bar a Los Angeles.

«Non è possibile confermare - si legge nel dossier - quanto le sue affermazioni siano veritiere, ma egli sostiene di essere socialista e di voler dare informazioni importanti per la sicurezza degli Stati Uniti». Nel suo racconto Merkul spiega agli agenti americani di aver visitato la Jugoslavia nel 1953. Nell’occasione incontrò due volte Tito. La prima fu un’udienza pubblica quando notò che colui che si presentava come il Maresciallo aveva cinque dita per mano destra mentre il vero Tito era privo dell’indice e del medio della mano sinistra. Il Tito con cui si incontrò nel ’53 era, al contrario del vero Tito, molto ben istruito e sapeva suonare molto bene il pianoforte cosa assolutamente impensabile per il vero Maresciallo. L’uomo aveva un accento russo e parlava con voce dolce mentre il vero Tito aveva una parlata più profonda e rude. Inoltre il Tito che aveva di fronte era alto un metro e sessanta mentre il Tito che lui aveva conosciuto era alto un metro e ottanta centimetri.
Markul racconta ancora di aver parlato con Tito nel 1928 in Jugolsavia e poi lo incontrò a Parigi nel 1935 e 1936 e quello era il vero Tito. Le sue perplessità erano condivise anche dalla sorella Anna ma soprattutto dal padre John che aveva lavorato fianco a fianco di Tito in gioventù. La seconda volta che incontrò Tito fu a Zagabria. Era con la moglie Ingrid e il supposto Maresciallo li trattò con freddezza. Markul parlò dei suoi dubbi con Alexander Rankovi„, il capo della sicurezza jugoslava. Un colloquio durato tre ore alla fine del quale Rankovi„ lo invitò a lasciar perdere e di godersi la sua visita in Jugoslavia. Markul infine spiega che c’è un’altra autorevole fonte che sostiene la sua stessa versione. Si tratta di un certo Živko Topalvoch che vive in Francia.
Anche lui è convinto che il Tito di oggi (anni Cinquanta ndr.) non è quello vero ma si tratta invece del generale russo Nikolai Lebkdev. Tito sarebbe stato ammalato di tubercolosi quando andò in Russia nel 1937. Lo strappo del Cominform del 1948 sarebbe stato, per Merkul, un abile gioco delle parti orchestrato da Mosca. Da notare che nel dossier, in un documento datato 2 dicembre 1948 si parla anche del poglavnik Ante Pavelic leader del regime ustascia. In base a quanto scritto, Pavelic sarebbe giunto in Argentina a bordo della nave “Sestriere” proveniente da Genova. Avrebbe viaggiato sotto mentite spoglie con una folta barba e baffi prontamente tagliati all’arrivo in Argentina. Pavelic„ sarebbe prima stato ospite a Castel Gandolfo a Roma e poi, con l’aiuto di padre Krunoslav Draganovi„, avrebbe raggiunto Genova per imbarcarsi sul “Sestriere”.


299 - Corriere della Sera Sette 07/11/14 Il mistero della bara di Tito

Antonio Ferrari / Contromano

Il mistero della bara di Tito

All'interno del feretro ci sarebbe soltanto sabbia. Lo rileva oggi un agente di primo piano dei servizi di sicurezza jugoslavi.  Vero o falso?

All’inizio del 1980, il Corriere della Sera mi inviò a Belgrado con un
compito: raccontare per il nostro magazine l’agonia del presidente della repubblica jugoslava, il maresciallo Josip Broz Tito.

Il leader era gravemente malato e tutti si domandavano che cosa sarebbe successo dopo la sua scomparsa. C’era chi temeva che i sovietici, approfittando del vuoto di potere, avrebbero tentato un colpo di mano militare, per piegare i ribelli comunisti jugoslavi alle volontà di Mosca.
Ipotesi risibile, perché l’orgoglio nazionalista delle varie componenti del Paese balcanico mai avrebbe accettato supinamente il “fraterno abbraccio”
dell’Urss.

FIERO E RIBELLE. Raggiunsi il confine più sensibile, quello ungherese, ma tomai a Belgrado dopo una tranquilla gita senza notizie e senza particolari emozioni. Tito mori poche settimane dopo, e i funerali furono davvero un evento planetario: si trovarono accanto alla bara 3 re, 21 capi di Stato e
16 primi ministri. Dall’Italia partirono Peritai e Cossiga, da Mosca Breznev, da Bonn Schmid, da Londra la Thatcher. Il mondo si inchinava davanti alle spoglie di un condottiero fiero e ribelle, che prima aveva combattuto Hitler e poi aveva rifiutato Stalin. Noi avevamo ragioni di risentimento, perché gli italiani, in Friuli e nelFIstria, pagarono un prezzo altissimo alle ambizioni jugoslave. Tuttavia Roma, per ragioni di buon vicinato, perdonò rapidamente le colpe di Tito. Uomo grintoso e raffinato stratega politico, ma anche donnaiolo e amante del lusso. Forse, essendo anche dotato di senso dell’umorismo, non gli sarebbe dispiaciuta la scena del suo funerale. Almeno se verrà ritenuto credibile dò che ha raccontato al quotidiano Vecemje Novosti, Obren Djordjevic, per quarant’anni stella dei servizi di sicurezza jugoslavi. L’agente ha rivelato infatti un segreto di Stato-choc. I papaveri del regime volevano imbalsamare il corpo di Tito ed esporlo in un mausoleo, come Lenta. Ma vi fu un problema . La miscela di farmaci e unguenti con cui era stato trattato il cadavere, sostiene Djordjevic, emanava odori insopportabili. Ecco perché, secondo lo 007, si decise di riempire la bara di sabbia. Bara che molti dei leader presenti accarezzarono. Vero? Falso? Tutto è possibile ma nulla toglie alla solennità del funerale di Belgrado. Tito fu un grande e il suo nome, Broz, non è svanito con la morte del Maresciallo. Infatti sopravvive e viene onorato dalla nipote Svetlana, figlia del suo primogenito Zarko. La dorma, cardiologa, gira il mondo per promuovere la causa dei Giusti: cioè di coloro che si sono battuti contro le pulizie etniche nell’ex Jugoslavia. Svetlana Broz ha creato una nobile fondazione: “Uomini buoni al tempo del male”.

Scene da un funerale - I resti del Maresciallo arrivarono a Belgrado da Lubjana in stato di disfacimento


300 - La Voce del Popolo 08/11 /14 Valle d’Istria: Castel Bembo da due anni prestigiosa sede della CI

Nell' anniversario dell'inaugurazione di uno dei palazzi più imponenti della regione abbiamo incontrato la presidente del sodalizio, Rosanna Bernè

Castel Bembo da due anni prestigiosa sede della CI

Sandro Petruz

A due anni dall’apertura di Castel Bembo, sede della Comunità degli Italiani di Valle, uno dei palazzi più imponenti e prestigiosi dell’intera regione, abbiamo incontrato la presidente della Comunità, Rosanna Bernè, pure responsabile del Settore coordinamento e attività delle CI della Giunta esecutiva dell’Unione Italiana, per capire cosa implichi la disponibilità di una sede così autorevole e il suo molo per il futuro della CNI. Rosanna Bernè ha colto l’occasione per ringraziare nuovamente il governo italiano, l’UI-UPT e tutti i soggetti e gli enti che hanno permesso di ridare vita a questo gioiello, che è un simbolo assoluto della storia di queste terre. La presidente ha sottolineato che a causa della crisi finanziaria che ha colpito pure l’Italia e la Croazia, le Comunità degli Italiani devono puntare sempre di più sull’autofinanziamento e sui progetti socio-economici rilevanti, senza però perdere il molo di tutori della lingua italiana, delle parlate, delle tradizioni e degli usi e costumi locali. Castel Bembo, che si erge maestoso sulla piazza centrale del paese, con i suoi 800 metri quadrati di superficie suddivisa in 4 piani, necessita di ingenti fondi per la sua manutenzione e per questo motivo il sodalizio ha avviato diverse attività che hanno permesso di incamerare i fondi necessari a cofinanziare la gestione dell’immobile.

Autofinanziamento

Si è partiti dall’accordo stipulato l’anno scorso con la Regione Istriana per l’affìtto di uno dei vani d’affari all’ultimo piano, nel quale è stato insediato il Centro UE per la cooperazione internazionale, istituito dalla Regione in collaborazione con l’Università ‘fJuraj Dobrila” di Pola e l’Associazione delle Agenzie per la democrazia locale. Grazie alla collaborazione con la Comunità turistica è stato inoltre organizzato un giro di visite ai monumenti storico-culturali locali, che oltre alla chiesa di San, al lapidario e aha galleria “Ulika”, comprende ovviamente pure Castel Bembo.

Nel palazzo è possibile visitare la mostra dedicata alle foto storiche degli abitanti di Valle, accedere alla Sala dei signori, che vanta degli splendidi fregi e decorazioni sulle pareti e sul soffitto, attentamente restaurati durante l’intervento di recupero deh’imponente struttura. Qui si possono ammirare pure le riproduzioni degli abiti della famiglia dei podestà Soardo-Bembo, che nel medioevo avevano abitato il castello. In poco più di un mese sono stati venduti circa mille biglietti, a testimonianza deh’interesse dei visitatori per il casteho e la sua ricchissima storia. Grazie a un accordo con il Comune, inoltre, la Sala signorile al primo piano, dalla quale si accede alla balconata sul lato della piazza, da quest’anno accoglie le cerimonie nuziali. Finora vi sono stati celebrati 4 matrimoni, senza costi aggiuntivi per la celebrazione fuori sede comunale.
La Bemé ha inoltre ventilato la possibilità di organizzare un servizio completo per le feste di matrimonio, che potrebbero svolgersi nei suggestivi ambienti del palazzo medioevale, assicurando una nuova fonte d’introito per il sodalizio, sempre nel rispetto della nuova ottica di autofinanziamento. In corso, infine, le trattative per l’apertura di un ufficio di rappresentanza della Regione Veneto.

Vocabolario vallese    

Grazie inoltre ai fondi perenti, la Comunità è in procinto di pubblicare il vocabolario del dialetto istrioto vallese, uno dei sei dialetti istroromanzi con il maggior numero di parlanti attivi.
Il dizionario è opera del docente universitario Sandro Cergna, che da diversi anni collabora con il Centro di ricerche storiche di Rovigno per la pubblicazione dell’opera, la cui presentazione è prevista all’inizio del prossimo anno. In stampa anche la monografia dedicata al complesso lavoro di ristrutturazione di Castel Bembo, realizzato in due fasi, che si è protratto per ben anni a causa di numerose difficoltà di ordine burocratico.

Investire nei giovani     

La presidente del sodalizio ha posto in rilievo pure l’esito di una scelta che si può definire provvidenziale e che vede la Comunità finanziare, da tre anni a questa parte, la quota mensa per i bambini che frequentai la sezione dislocata vallese dell’asilo d’infanzia “Naridola" di Rovigno, nonché la merenda pranzo per i ragazzini delle prime quattro classi della sede perifica della Scuola elementare italiana la rovignese “Bernardo Benussi’ Una scelta dovuta al fatto che quegli anni non c’era alcun iscritto alla prima classe della scuola per cui si rischiava la chiusura dell’istituzione scolastica. A li andare ciò avrebbe decretato lento e inesorabile oblio della componente nazionale italiana autoctona locale. Oggi i risultati sono più che tangibili, visto che nelle prime quattro classi ci sono 12 alunni suddivisi in due sezioni: una per i primi due anni d’insegnamento, l’altra per le classi terza e quarta, sezioni che impegnano due giovani insegnanti anche nell’attività del doposcuola. Ottime inoltre le prospettive per il futuro, visto che per il prossimo anno pedagogico si prevedono 7 nuovi iscritti alla prima classe.

La Bernè ha voluto ringraziare le direttrice dell’asilo “Naridola”, Susanna Godena, e la preside della SEI “Bernardo Benussi”, Gianfranca Suran, per l’attenzione, la professionalità e la comprensione manifestate per mantenere viva la sede scolastica vailese, pilastro fondamentale di una delle comunità storiche del territorio, custode di un patrimonio culturale da valorizzare e tutelare in ogni modo.

La presidente del sodalizio ha concluso annunciando che nell’ambito del programma di scambio tra le Comunità, entro la fine dell’anno Castel Bembo ospiterà il coro del sodalizio di Lussinpiccolo e il gruppo vocale dei “Virtuosi fiumani”


301 - L’Osservatore Romano 11/11/14 Il Perlasca col saio

Il Perlasca col saio

di Ugo Sartorio

A volte il tempo stende sulle vicende della vita, piccole o grandi, un velo di polvere che le consegna per sempre all’oblio. Altre volte eventi traumatici del passato, rimasti a lungo sepolti, riprendono a vivere a partire dalla memoria di persone che hanno visto, agito, condiviso. E quanto è successo alla vicenda di Placido Cortese, il frate minore conventuale della comunità religiosa dei frati officiatori della Basilica del Santo di Padova che nella tarda mattinata dell’8 ottobre del 1944 scomparve, quasi risucchiato nel nulla.

Due persone si presentarono alla portineria del convento e chiesero a fra Stanislao di poter parlare con padre Placido, aggiungendo che avrebbero desiderato incontrarlo, per motivi di riservatezza, appena oltre il sagrato. Una di queste era un certo Mirko, di cui padre Placido si fidava, e così il piccolo frate istriano (era nato a Cherso nel 1907) andò incontro al suo destino. Si parla di una macchina nera sulla quale sarebbe stato spinto da due tipi poco raccomandabili, ripartita subito dopo a gran velocità.

Già dal giorno seguente ebbero inizio le ricerche, con una lettera del rettore della basilica — padre Lino Brentari — indirizzata alla Questura di Padova: «Dalle prime ore del pomeriggio di ieri, per cause del tutto ignote, risulta assente dal nostro convento del Santo il p. Placido Cortese, religioso sacerdote dell'Ordine». Parole angosciate che non ebbero mai risposta, anche perché, purtroppo, in quei tragici mesi erano molte le persone che sparivano.

Solo cinquant’anni dopo, il 19 aprile 1995, a motivo di una testimonianza raccolta quasi casualmente dalla voce di Adele Lapanje, la vicenda di padre Cortese riemerse dall’oblio. Fu allora che monsignor Vitale Bommarco, anch’egli chersino e vescovo di Gorizia, diede nuovo impeto alla ricerca perché si facesse luce sulla misteriosa fine del confratello. Venne così ricostruita l’attività svolta da padre Cortese negli anni della guerra: oltre a prodigarsi per portare soccorsi ai molti internati, per lo più sloveni, nel campo di prigionia di Chiesanuova, alla periferia di Padova, collaborava con una rete di resistenza — la cui sigla era Fra-Ma, dalle iniziali dei cognomi dei due fondatori: Ezio Franceschini e Concetto Marchesi — che aiutava ebrei, antifascisti e militari alleati a raggiungere in treno, via Milano, la neutrale Svizzera.

Tutto si svolgeva in un clima di clandestinità, con parole in codice pronunciate dietro la grata di uno dei confessionali della basilica, quello a fianco dell’altare maggiore: «Padre, c’è una scopa da mandare in Svizzera»; «Di che colore, chiara o scura? Attendi e prega mentre provvedo».

Serviva un salvacondotto per far espatriare un fuggiasco, un soldato americano o inglese, o anche un ebreo, e così padre Placido si avviava lentamente verso la tomba del santo che nel lato sinistro era ricoperta di ex voto con un gran numero di fotografie. Ne prendeva alcune, più plausibili, e senza dare nell’occhio le consegnava alla “penitente”. Successivamente queste foto servivano per completare carte d’identità stampate dalla tipografia del «Messaggero di sant’Anto-
nio», di cui padre Cortese era direttore. Tutto andò avanti fino a che il frate non venne catturato con l’inganno e internato nel bunker di piazza Oberdan di Trieste, luogo tristemente famoso per gli interrogatori sotto tortura svolti da membri delle SS.

La testimonianza decisiva in proposito venne da Janez Ivo Gregorc, che si trovò anch’egli recluso, per essere interrogato, nello stesso luogo. Aveva solo diciannove anni «Padre Placido — testimoniò — l’avevano bastonato, picchiato; il vestito lacerato e la faccia rigata di sangue. Ho ancora in mente le sue mani deformate e giunte in preghiera».

Il celebre pittore sloveno Anton Zoran Music, per un mese prigioniero nelle celle delle torture della Gestapo a Trieste, confidò al compagno Ivo Gregorc: «Mi ricordo che nel bunker di piazza Oberdan c’era un sacerdote, un certo padre Cortese. Erano visibili sul suo corpo i segni delle torture. L’avevano picchiato duramente. Gli avevano spezzato le dita. Mi colpiva la sua tenace volontà di resistere, la fermezza e la fede di quel piccolo e fragile frate, che non si arrese e non tradì mai».

Negli archivi militari londinesi è stata inoltre recuperata la deposizione del sergente Charles Roland Barker, che vide di persona padre Placido nel bunker di piazza Oberdan: «Venne torturato con percosse e flagellazioni, gli furono rotte le gambe, strappate le unghie, bruciati i capelli».

Le ultime parole del frate martire — detto anche “il Perlasca col saio” e il “Kolbe italiano” — rivolte a Ivo, sono: «Taci e prega». Un silenzio che Cortese pagò con la vita, salvando molti dall’arresto e da sicura deportazione.

A livello diocesano, l’avvio della causa di beatificazione di padre Cortese come martire della carità avvenne il 29 gennaio 2002, a Trieste, con una chiusura simbolica presso la Risiera di San Sabba (luogo più probabile della cremazione del corpo) il 15 ottobre dell’anno successivo. La città di Padova, che gli ha dedicato una via, lo ha inserito nel Giardino dei Giusti inaugurato sei anni fa.

Settantanni fa

Sabato 15 novembre presso la Basilica del Santo a Padova si tiene una commemorazione di padre Placido Cortese nel settantesimo anniversario della morte. Sono, tra l’altro, previste le testimonianze di Teresa Martini e Majda Mozovec, collaboratrici del padre in quella “catena di salvezza” grazie alla quale furono messi in salvo numerosi perseguitati.



302 - La Voce del Popolo 22/11/14 Rovigno: Kandler e Luciani carteggio di una vita

Presentato ieri al Centro di Ricerche Storiche di Rovigno il volume numero 39 della Collana degli Atti, scritto dal fondatore e direttore dell’istituto, Giovanni Radossi

Kandler e Luciani carteggio di una vita

testo di Cristina Golojka

ROVIGNO

E stato presentato ieri al Centro di Ricerche Storiche di Rovigno il volume intitolato “Il carteggio Pietro Kandler -Tomaso Luciani (1843-1871)”, di Giovanni Radossi, fondatore e direttore dell’istituzione. L'operà fa parte della Collana degli Atti del CRS ed è fondamentale per la storia dei nostri territori. E autore, che da lungo tempo si occupa di corrispondenze epistolari tra personalità illustri della nostra regione, di cui diverse sono state pubblicate proprio sulle riviste degli Atti, ha illustrato nell’occasione i contenuti del volume, stavolta dedicato a un solo carteggio. Il relatore ha presentato i protagonisti e il contesto storico, affiancato dal redattore Marino Budicin e dal membro del comitato redazionale Rino Cigui.

L'opera, che ha avuto una notevole risonanza pubblica già nell’ottobre scorso a Trieste, in occasione de “La bancarella - Salone del Libro Adriatico orientale”, contiene la trascrizione di 160 lettere che Kandler e Luciani si scambiarono all’epoca. Come ha sottolineato Budicin, si tratta di due studiosi poliedrici che hanno fatto la storia della cultura istriana del periodo. Budicin ha illustrato inoltre il contesto storico-culturale-politico degli anni che abbracciano la piena età risorgimentale, con da una parte la guerra per l’indipendenza, l’Unità d’Italia e la liberazione del Veneto, e dall’altra la radicalizzazione della scena politica in Istria a partire dalla prima metà del XIX secolo e che visse un’ulteriore svolta nel 1871 con l’istituzione della Dieta Istriana. Kandler, che si occupò soprattutto di archeologia, studiò epigrafi e antichità romane nell’area nord-adriatica e avviò una delle prime riviste in Istria. Una delle sue imprese più importanti fu la pubblicazione della raccolta delle fonti diplomatiche nel Codice Diplomatico Istriano in sei volumi. Tomaso Luciani, nativo di Albona, figura di spicco della politica e degli studi storici ed etnografici deMstria, passò parte della sua vita in Italia dove visitò archivi e biblioteche alla
ricerca di opere e testimonianze sulla penisola istriana.

Il carteggio tra queste due figure di spicco durante il quale instaurano un rapporto di profonda amicizia, ebbe inizio il 21 marzo 1843, quando Kandler venne chiamato a dirigere il Museo tergestino di antichità e lo fece per 29 anni, fino alla morte.

L'autore del volume ha posto l’accento sull’assidua attività di trascrizione delle lettere pubblicate nel volume, un’attività che lo ha impegnato in maniera molto profonda e intrigante sin dai primissimi anni di vita del Centro, dunque all’inizio degli anni 70 quando visitò l’allora Biblioteca scientifica di Pola, dove erano e sono ancora custoditi i carteggi di una serie di personaggi della seconda metà dell’Ottocento, un fondo che non era segnalato come fonte primaria di studio.

“Ebbi fortuna, perché il direttore dell’istituzione, il prof. Mihovil Debeljuh, mi segnalò queste carte. Chiedemmo il permesso di fotocopiarle. Erano una decina di carteggi e per noi fu un grande privilegio poterli trascrivere e pubblicare nelle pagine degli Atti”, ha raccontato Radossi, aggiungendo che si tratta di una testimonianza d’importanza fondamentale.
“Il ponderoso carteggio che Kandler intrattenne con Luciani è molto rilevante, non solo perché rappresenta un documento del risveglio degli studi di storia patria istriana nella seconda metà del XK secolo, ma per il fatto che ci permette di seguire in contemporanea i due studiosi nelle loro più minuziose manifestazioni di operosità. Kandler volle Luciani collaboratore nel Museo di Antichità (1843) e nella redazione della rivista “Dlstria” (1846). Da questo connubio nacque una ricca raccolta di scritti che consentirono studi più approfonditi e contribuirono all’arricchimento culturale e personale dell’albonese, il cui impegno ebbe inizio proprio da quel momento. Kandler lo spronava a cercare e scoprire i monumenti della provincia istriana - in particolare dell’Albonese -, gli faceva svolgere sopralluoghi e verifiche archeologiche, lo informava dei propri studi e progetti e del loro sviluppo. Nel desiderio di vedere compilata la storia dell’Istria, dal canto suo, Luciani non si stancò mai di assecondare Kandler nell’impresa”, sta scritto nell’introduzione del volume.

“Le lettere sono piene di informazioni e richiami storici, per cui bisogna essere molto ben informati per evitare interpretazioni errate. Mi sono avvalso pertanto dell’aiuto di egregi collaboratori quali Antonio Miculian, Marino Budicin e altri, e interpellato l’oggi defunto professor Giulio Cervani, studioso per eccellenza di Kandler oltre che cofondatore del Centro e docente dell’Università di Trieste”, ha spiegato Radossi.

L'opera conta 450 pagine contenenti un saggio introduttivo, la trascrizione delle 160 lettere del carteggio e di un importante apparato scientifico costituito dalle note esaustive che accompagnano i testi informando chi legge sulle peculiarità geologiche, geotopografiche, toponomastiche e storiografiche delle innumerevoli località richiamate, come anche di notizie biografiche di casati e singoli personaggi. La trascrizione rispetta integralmente il testo originale, con rari interventi volti a facilitare la comprensione dei contenuti.

Le pagine del volume sono arricchite da circa una quarantina di illustrazioni d’epoca riportanti vedute del territorio istriano e dalmato ricavate da pubblicazioni di rilievo della seconda metà dell’Ottocento.

“Ho fatto questa scelta perché ho voluto riprodurre i paesaggi visti dagli occhi di Kandler. Lo stesso vale per le notizie, ricavate da pubblicazioni dell’epoca, le medesime a cui egli si richiamava. Un punto da segnalare è che Kandler in tutto il carteggio ha sempre parlato di fortilizi, di insediamenti romani e non di castellieri, di cui invece parlò in seguito Luciani il quale, assieme ad altri studiosi, individuò la vera natura di quei conglomerati”, ha aggiunto l’autore.
Il direttore del CRS ha colto l’occasione per ringraziare il Ministero degli Affari Esteri Italiano per il sostegno dato tramite l’Università Popolare di Trieste e l’Unione Italiana, nonché i tipografi che hanno lavorato sotto l’attenta guida del presidente dellTJPT, Fabrizio Somma.
Ha annunciato poi che nei primi mesi del 2015 il volume verrà presentato alla Comunità degli Italiani di Albona, occasione in cui verrà visitata la tomba di Luciani.

Il prossimo 5 dicembre alla CI Buie verrà presentato il volume numero 40 della Collana degli Atti, intitolato “Buie, famiglie, abitanti e territorio” di Lucia Moratto Ugussi, unico nel suo genere realizzato in collaborazione con il sodalizio buiese e che si trova attualmente in fase di stampa assieme ad altre tre opere, rispettivamente “Opera omnia“ dello studioso zaratino Giuseppe Praga, divisa in due tomi con oltre duemila pagine e importantissima per il Medioevo della Dalmazia, realizzata con il sostegno della Società Dalmata di Storia, il volume “Memorie di una vita” di Luciano Giuricin, cofondatore dell’istituzione e DAtlante storico dell’Adriatico orientale” curato da Egidio Ivetic in 500 pagine, che comprende una parte narrativa arricchita da 80 riproduzioni di vedute e di edifici e da 150 cartine storiche realizzate al computer e un’altra dedicata alla riproduzione di 120 cartine tratte dalla collezione più importante della nostra produzione storica.




303 - La Voce di Romagna 18/11/14 Gli ebrei goriziani e la Romagna
PER UN BREVE PERIODO SI INTRECCIANO LE VICENDE DEI MORPURGO E DEGLI EINHORN

Gli ebrei goriziani e la Romagna

IL LIBRO di Adonella Cedarmas “La Comunità israelitica di Gorizia 1940-1945” permette di ottenere ulteriori notizie su persone legate al nostro territorio

Tra il 18 settembre 1943 e il 29 maggio 1944, a Gorizia vengono arrestate complessivamente 32 persone. Solo una farà ritorno. Altre 16 verranno arrestate nei luoghi dove avevano trovato rifugio. Solo una si salverà, mentre Gaddo Morpurgo verrà fucilato a Forlì. Storie e personaggi ha trattato a più riprese la vicenda di Gaddo e degli altri ebrei trucidati all’aeroporto di Forlì. Attilio Morpurgo, come la maggior parte degli ebrei goriziani, nel periodo della Grande guerra si era distinto come attivo irredentista. Attilio, racconta il pronipote Andrea, era un agiato e intraprendente commerciante, nonché presidente dell’antica Comunità Israelitica goriziana dal 1933 al 1943. Nel 1938, alla promulgazione delle leggi razziali, gli ebrei goriziani erano 155, nel 1943 erano scesi a un’ottantina. A partire dalla promulgazione delle leggi razziali, Attilio si era impegnato a organizzare e a tenere unita l’ormai sconvolta e impaurita Comunità. Le condizioni di vita per gli ebrei di Gorizia si erano fatte subito molto dure. In un’informativa della Questura datata 3 marzo 1939, relativa all’applicazione delle nuove leggi antiebraiche, sulla proprietà della ditta commerciale di Attilio veniva osservato come “Nel consiglio di amministrazione continua a mantenere posizione prevalente lo stesso israelita, che tutti sanno essere comproprietario e dirigente l’azienda e che, pur essendo noto per la capacità e la tenacia nel lavoro, non gode però alcuna considerazione per i modi e perché presenta, con troppa evidenza, tutti i caratteri somatici e spirituali della razza a cui appartiene”. Dopo l’8 settembre, con l’annessione dell’intera Venezia Giulia al Litorale Adriatico e l’inasprimento delle leggi razziali, Attilio decide assieme alla moglie Maria Treves, al figlio Gaddo e alla fedele governante Gina Viterbo, di cercare rifugio nelle Marche, confidando nell’imminente arrivo degli alleati. L’altro figlio, Giulio, era riuscito a raggiungere Roma. Attilio Morpurgo, continua il racconto del pronipote Andrea, all’indomani dell’8 settembre 1943 aveva deciso di scrivere un diario del calvario che stava per iniziare a vivere. I Morpurgo avevano lasciato Gorizia il 9 settembre, in treno, con destinazione Udine, dove avrebbero poi trovato la coincidenza per Venezia. L’obiettivo era quello di raggiungere Ostra Vetere, dove Attilio aveva preso in affitto un appartamento. Attilio non saprà mai che Gaddo era stato fucilato all’aeroporto di Forlì il 5 settembre 1944. Non otterrà mai la restituzione del suo corpo e nessuno lo metterà sulle tracce di quei loculi del cimitero di Forlì, segnati dalla P e dalla X, che ne custodivano le spoglie. La perdita del figlio non sarà l’unico lutto a colpire Attilio. Tornato a Gorizia, apprenderà che le due sorelle erano state deportate e uccise ad Auschwitz, e che anche la Comunità ebraica di Gorizia, di cui aveva a lungo sofferto la lontananza, era stata annientata. Giulio, fratello maggiore di Gaddo, aveva sposato a Fiume il 1° novembre 1938 Renata Einhorn; sarà un matrimonio di breve durata, solo pochi mesi. Renata nel 1943 aveva trovato rifugio assieme ai genitori a Bagnacavallo; verranno deportati tutti e tre  e solo lei riuscirà a sopravvivere agli orrori di Auschwitz. Su Bianca Pincherle è di grande interesse la testimonianza della sorella Nora, nel libro “Ma come amare le viole del pensiero? Dio non c’era a Ravensbruck, a cura di Marco Coslovich. Il capo famiglia Vittorio Pincherle, venuto a mancare prematuramente nel 1931 e sepolto nel cimitero ebraico di Cosala a Fiume, era di origini goriziane. Anche la moglie Sara Paola Bolaffio era di Gorizia; aveva uno zio rabbino, Gerolamo Bolaffio, che diventerà poi rabbino maggiore di Torino. Nora si era trasferita in Francia, dove poi verrà arrestata e deportata. E’ stata liberata a Ravensbruck. Bianca si era brillantemente laureata in chimica a Bologna, ma la mancanza di sbocchi professionali l’aveva spinta a prolungare gli studi in farmacia. Era stata Nora ad aiutare la famiglia composta dalla madre, da Bianca e dal figlio Vittorio fornendo il denaro necessario ad affittare un carro con carrettiere per raggiungere Gorizia, dove si sono sistemati nella casa abbandonata dal fratello di Sara Paola, Giorgio Bolaffio, in corso Vittorio Emanuele III, oggi Italia. Giorgio con la moglie Nella Valobra e i figli Livia e Guido aveva trovato rifugio altrove. Una sera Bianca, tornando a casa aveva scorto sull’ingresso principale le sagome delle SS. Dopo aver rinchiuso la porta, Bianca, la madre e Vittorio avevano raggiunto un bar e solo molto più tardi avevano fatto ritorno a casa. Dopo alcuni giorni i nazisti si erano presentati in casa chiedendo degli effettivi occupanti, la famiglia Bolaffio, Fortunatamente non si erano chiesti chi fossero i nuovi residenti, così si erano ritirati in buon ordine. Resisi conto che Gorizia non era più una città sicura, Sara Paola, Bianca e Vittorio decidono di andarsene, così si stabiliscono in una villetta nei pressi di Udine; l’edificio non è nelle migliori condizioni e viene preso di mira dall’aviazione alleata quasi ogni giorno. Ciò nonostante i tre riescono a superare la guerra indenni e successivamente a ricongiungersi a Nora. Nel 1945 la piccola e decimata Comunità riprenderà l’attività grazie all’88ª Divisione di fanteria degli Usa, che contava tra le sue fila numerosi ebrei, e al suo cappellano militare, il rabbino Nathan A. Barak. Nel 1959, visto l’esiguo numero dei membri, verrà decisa l’aggregazione della Comunità ebraica di Gorizia a quella di Trieste, che già forniva i necessari servizi. Dal 1970 la Comunità di Gorizia, ridotta a poche persone, è una sezione di quella di Trieste. Nel suo libro Adonella Cedarmas cita la relazione di un anonimo che riferisce di aver incontrato la maestra Sara Luzzatto, meglio conosciuto come Rina, che verrà poi arrestata e deportata senza ritorno, che dichiara l’interessamento dell’Arcivescovo Carlo Margotti a favore degli ebrei. Storie e personaggi a più riprese ha parlato delle vicende del prelato, romagnolo di Alfonsine. Cedarmas per quanto riguarda l’Arcivescovo riporta i contenuti di due lettere. La prima è dell’Ordinariato arcivescovile al prefetto di Gorizia Pace perché vengano salvaguardati dall’internamento almeno gli ebrei più anziani o ammalati gravi. La seconda, inviata verso la fine di novembre 1943, viene dal Vaticano, porta la firma del Vescovo titolare di Pionia Alessandro Evreino, ed è indirizzata a monsignor Margotti per le ricerche dei deportati. Cedarmas ritiene che l’Arcivescovo non fosse al corrente che i deportati erano già stati trasferiti nei lager nazisti e soprattutto dell’assoluta impotenza delle autorità italiane verso l’occupante tedesco.     

Aldo Viroli

Quando si svolgono i fatti
Dall'emanazione delle leggi razziali al 1945
Il libro “La Comunità israelitica di Gorizia. 1940-1945” di Adonella Cedarmas, pubblicato nel 1999 dall’Istituto friulano per la storia del movimento di liberazione, offre l’opportunità per ricordare le vicende di due famiglie che si intrecciano nel periodo delle persecuzione razziali. Renata Einhorn, fiumana e rifugiata a Bagnacavallo, deportata assieme ai genitori che purtroppo non hanno fatto ritorno, aveva sposato nel novembre 1938 il goriziano Giulio Morpurgo, fratello di Gaddo, una delle vittime della strage dell’aeroporto di Forlì del settembre 1944. Sarà un matrimonio di breve durata. A Gorizia nel 1938 viveva Bianca Pincherle, di famiglia fiumana, laureata a Bologna, che nel 1935 a Riccione aveva dato alla luce un figlio, Vittorio. La donna, che nel dopoguerra si era stabilita in provincia di Gorizia, era laureata all’Università di Bologna. Il libro di Adonella Cedarmas permette di incontrare anche Adriana Dell’Amore di Cesena, nata a Cesena il 16 ottobre 1910, figlia di Urbano e di Emma Iacchia. La donna, sposata con “un ariano” nel 1940 si era trasferita da Gorizia a Cormons. La piccola Comunità di Gorizia, in quel drammatico periodo presieduta da Donato Moisè Attilio Morpurgo, padre di Gaddo e Giulio, ha pagato un tributo pesantissimo.  


304 - La Voce del Popolo 22/11/14 Marino Bonifacio e il destino dei nomi

CONTRIBUTI DAL CANADA
 
Marino Bonifacio e il destino dei nomi
 
di Claudio Antonelli
 
Vi è uno studioso che svolge da anni un lavoro prezioso^ per noi giuliano-dalmati. È l’esule piranese Marino Bonifacio, studioso di onomastica ossia dei nostri cognomi, ma anche dei nostri dialetti, che vive e opera a Trieste. Le sue qualità professionali sono considerevoli: serietà e dedizione, varietà ed importanza delle fonti da lui consultate e ricchezza di opere prodotte. Ritengo che, verso di lui, noi istriani, fiumani e dalmati abbiamo un grande debito di riconoscenza. Anche se non glielo esprimiamo spesso... Scrivendo di Bonifacio è doveroso poi menzionare la studiosa Ondina Lusa (Benedetti), con cui egli lavora in tandem assai spesso (ad esempio: “Le perle del nostro dialetto”). Sono stato due volte a Trieste nel suo incredibile appartamento-laboratorio disseminato di alte pile di “documenti- riviste-libri”, e ho potuto parlare con lui a lungo. Ho ricevuto un’impressione indimenticabile da questi incontri, per le grandi qualità umane di questo studioso: autenticità, mitezza, sensibilità, congiunte a un sorprendente spirito gioioso quasi fanciullesco, il “morbin” come diciamo noi.
 
Non penso sia inutile mettere in evidenza un’altra qualità presente in Bonifacio che normalmente andrebbe sottaciuta, parlando noi di uno studioso e non di un militante o di un propagandista: Bonifacio è senza odi per l’Altro, di cui conosce però lo spirito guerriero e l’implacabilità. Questa sua qualità merita nondimeno che la si rilevi, dato che i suoi studi - i cognomi, la lingua, la storia - sono collegati alle identità complesse e tormentate, perché nei secoli conflittuali, di quelle terre oggi slave.
 
Ma Marino Bonifacio è estraneo al sentimento tribale, guerriero, da regolamento di conti: il sentimento “balcanico” in cui i nostri vicini dell’Est eccellono. Infatti, in relazione al passato italiano di quelle terre a noi così care, i maestri di etnocentrismo slavo si rivelano inesauribili nelle fabulazioni storico-geografiche, dando versioni taroccate del nostro comune passato sfioranti spesso l’assurdo e il grottesco.
 
Dagli articoli e libri di Bonifacio traluce - e come potrebbe non essere? - il desiderio del ritorno ideale in un terra dalla quale la sua famiglia fu costretta ad andarsene - “a causa delle continue persecuzioni del regime jugoslavo sugli italiani della Zona B” (Bonifacio intervistato da Carmen Palazzolo Debianchi). E come lui e la sua famiglia tantissimi di noi fummo costretti all’esodo...
 
Nelle sue opere, frutto di una ricerca scientifica condotta da studioso disincantato, palpita silenziosa un’ansia di ricongiungimento a quel mondo perduto. Ad esso inesorabilmente ci riportano i nostri cognomi, la nostra lingua, il ricordo dei nostri cari, la nostra storia...
 
E grazie a Marino Bonifacio -questo ex navigante divenuto da studioso autodidatta una vera autorità nel complesso campo di studi dell’onomastica e della dialettologia - nomi, parole, accenti, suoni tornano a farci udire la loro antica voce.
 
“Io penso che ogni popolo cacciato dalla propria terra e disperso per il mondo ha il dovere di reagire onde spiegare a sé stesso e al popolo che l’ha cacciato e sostituito in un dato territorio qual è la propria storia e la propria identità storica. ” (Bonifacio intervistato da Carmen Palazzolo Debianchi).
È stato proprio grazie a una sua documentata analisi, che io -permettetemi questa digressione personale - nato a Pisino da Gioconda Bresciani, figlia di Giusto Bresciani e Rosa Berton, e da Mario Antonelli, figlio di Matteo Antonaz e Vittoria Zanello, ho potuto sapere sul nome “Zanello” qualcosa che ignoravo e di cui oggi sono intimamente molto fiero. La storia dei cognomi dellTstria ci dice che gli Zanello, italiani di nome e di fatto, risultano essere stati residenti di Pisino per centinaia d’anni.
 
Anche da questo minuscolo particolare, che per me è grande, appare smentita la vulgata slava antitaliana, accreditata da tanti nello Stivale, secondo la quale l’Istria è terra da sempre slava.
Ma cosa volete, coloro che hanno slavizzato persino Marco Polo e un’infinità di altri personaggi vogliono tenere infoibata la nostra storia, aiutati dall’ignoranza, dall’indifferenza e dalla beata esterofilia degli “italioti”.
“Nomina sunt omina”: non solo i nomi dei luoghi, ossia delle nostre località di nascita, ma i nostri stessi cognomi. Sì, anche i nostri cognomi, carta d’identità del nostro passato, recano un destino tormentato, e mutevole perché hanno conosciuto, talvolta, variazioni.
Marino Bonifacio ci conduce lungo i sentieri dolci e insieme dolorosi delle certezze perdute. Con le sue ricerche su nomi, parole, suoni, e momenti della storia della dura terra dei Balcani, egli conforta la nostra tenace fedeltà alle memorie che pur si assottigliano, e anche spariscono con la scomparsa di tanti di noi. Ma il contributo che questo studioso dà alla nostra storia - “Scripta manent” -fortunatamente rimarrà.
 
“I cognomi e i dialetti sono strettamente intercollegati, gli uni dipendenti dagli altri, complementari, essendo il cognome e il dialetto le parti più intime di ogni essere umano, i due elementi-base che determinano l’identità storica di ogni individuo”. (Bonifacio intervistato da Carmen Palazzolo Debianchi). Una cosa è da mettere in chiaro: Bonifacio non è un sostenitore del criterio “biologico” quale identificatore del legame che collega un individuo al gruppo e alla Nazione. Anch’io considero che a stabilire la nostra più profonda appartenenza sono la cultura, l’amore, e la solidarietà che dà il senso del destino collettivo all’interno di un ampio gruppo al quale ci lega un insieme di fattori culturali tra cui primeggia la lingua. Mentre invece sono svaniti nei secoli gli antichi legami di sangue con il ceppo originario, che del resto è difficile da determinare in maniera univoca a causa dei vari apporti interetnici avvenuti nel corso dei secoli.
 
Sì, i nomi mostrano che noi di cultura e accesa passione italiana originari di quelle terre, anche se non desideriamo essere considerati “slavi” semplicemente perché non siamo slavi, non siamo poi “semplicisticamente” italiani perché, in diversi casi, nel nostro ceppo sono confluiti, nel passato, svariati contributi etnici. Ma quest’ultimo è del resto un fenomeno diffuso in tutta Italia.
Il culto della mitica purezza del proprio sangue noi lo lasciamo tranquillamente agli adepti di un vergognoso tribalismo razziale.
 
I nostri cognomi sono da taluni forzosamente innalzati a rivelatore d’identità. Ma il cognome non è una bandiera. Nella penisola, vedi ad esempio il Veneto e il Friuli, i nomi terminanti in consonante non mancano di certo. La lingua, la cultura, l’anima, l’amore, la storia, il passato sono invece una bandiera.
 
E negli anni i nomi subiscono cambiamenti, soprattutto nelle aree di frontiera. Mi viene in mente il cognome di un mio amico istriano di Montréal, restato inalterato per lui ma che è stato “slavizzato” per il fratello e i figli di quest’ultimo rimasti dopo la guerra in Istria, dove anche la loro località di nascita è ormai designata sulle carte geografiche solo col nome slavo. E, beninteso, il contrario si verificò per tanti di noi che avevamo il cognome terminante in consonante; cognome che in certi casi durante il fascismo fu “italianizzato”, anche forzosamente ossia senza l’accordo degli interessati. Decisione stupida ed ingiusta. Molto lontana però, per efficacia, dalle azioni dei comunisti-nazionalisti jugoslavi che anni dopo riusciranno a far andare via da quelle terre gli italiani, senza inutili distinzioni, ossia senza distinguere tra coloro che avevano un nome terminante in vocale e quelli il cui nome finiva invece in consonante.
 
Io conservo ancora, a dispetto di un trapianto oltreoceano e di tanti inutili traslochi, un dizionarietto di tedesco su cui mio padre da bambino scrisse il suo nome così come era allora: “Mario Antonaz”. Un “Antonaz” che non molti anni dopo venne cambiato in Antonelli. A mio nonno - “Matteo Antonaz” -fu imposta una semplice scelta: Antonacci o Antonelli. E lui e la sua famiglia scelsero Antonelli. Gherbetz divenne Gherbetti. Dorcich fu cambiato in Donni. E così fu per tanti altri nomi.
 
Marino Bonifacio mi ha ragguagliato anche sulla probabile provenienza, e gli erramenti geografici, di questo mio cognome - Antonaz - che non porto più, ma al quale mi è impossibile, nell’intimo, rinunciare. Vi sono momenti che resteranno per sempre in noi. Ecco, rivedo mio padre che a Napoli, accingendomi io ad andare per la prima volta a Pisino - anzi a ritornarvi, perché di lì ero venuto via appena infante tanti ma tanti anni prima -tracciò a capo chino, sprofondato nel passato, uno schizzo dei luoghi con la casa “dove tu sei nato, Claudio”. E il muro dell’”Orto dei frati”, e il campanile, e il castello e la Foiba... E altre cose che assolutamente avrei dovuto vedere, inclusa beninteso, al cimitero, “la tomba di tuo nonno”. Mio nonno, Matteo Antonaz, divenuto Antonelli, ma ritornato ‘Antonaz” sulla stele funeraria in cimitero. Tomba che oggi non esiste più. Non esistono più, da tempo ormai, gli Antonaz della mia famiglia. Oggi esistono solo gli Antonelli, anzi quasi non sono più neppure loro, perché in avanti con gli anni e senza veri eredi... Ma che cercano e trovano, grazie a Marino Bonifacio, gli sbiaditi, dolorosi percorsi di una famiglia, di un ceppo, di una cultura... Di un mondo che fino alla fine li possederà.


Si ringraziano per la collaborazione della Rassegna Stampa: L’Università Popolare di Trieste e l’Assoc. Nazion.Venezia Giulia e Dalmazia - ANVGD di Gorizia




 
Rassegna stampa n. 922 del 01/11/2014

Mailing List Histria
Rassegna stampa

a cura di Maria Rita Cosliani – Eufemia G.Budicin – Stefano Bombardieri
 
922 – 01 Novembre 2014
                                                   
Sommario
 
 
 
280 – La Voce del Popolo 24/10/14 Fondi per l’Asilo italiano di Zara e il Festival dell’Istroveneto (Ilaria Rocchi)
281 – Il Piccolo 23/10/14 A Zara bomba a mano contro la via “italiana” (Andrea Marsanich)
282 – La Voce del Popolo 31/10/14 Spalato celebra la «cancellazione» dell’italiano
283 – Il Piccolo 16/10/14 Intervista: la liberazione? A Trieste l’ha fatta l’esercito di Tito (Fabio Dorigo)
284 – Il Piccolo 16/10/14 Trieste:  Consiglio comunale, 15 firme per la sfiducia a Furlanic
 (Piero Rauber)
285 – Corriere della Sera 24/10/14 L’onorificenza al Quirinale: Rosita Missoni – cavaliere dopo Ottavio ma io lavoravo di più
286 – Secolo d’Italia 11/10/14 Illy non finanzia il monumento sulle foibe (Guido Liberati)
287 – Italia Oggi 18/10/14 La Croazia bagna il naso all’Italia nella forte riduzione delle Regioni (Dario Fertilio)
288 – La Voce del Popolo 20/10/14 Ricordo e memoria, la prospettiva della Bancarella diventa europea (Ilaria Rocchi)
289 – La Stampa 16/10/14 Intervista a Slavenka Drakulic (Giordano Stabile)
290 – Panorama 26/10/14 Cultura -  Trieste torna italiana (Edoardo Frittoli)
291 – Avvenire 23/10/14 1954: il tricolore toma su Trieste (Francesco Dal Mas)
292 – La Voce di Romagna 28/10/14 Gianni Ruzzier: Il giorno che Trieste tornò italiana (Aldo Viroli)
293 – Il Giornale 23/10/14 La stanza di Mario Cervi,  L`angoscia di Trieste fra liberazione e sovietizzazione (Armando Vidor – Mario Cervi)
 
Rassegna Stampa della ML Histria anche in internet ai seguenti siti  :
http://www.arenadipola.it/
http://10febbraiodetroit.wordpress.com/
http://www.adriaticounisce.it/
 
280 – La Voce del Popolo 24/10/14 Fondi per l’Asilo italiano di Zara e il Festival dell’Istroveneto
 Fondi per l’Asilo italiano di Zara e il Festival dell’Istroveneto
 Scritto da Ilaria Rocchi
 VENEZIA Sulle orme della Serenissima nell’Adriatico orientale, cercando una simbolica seconda vita dell’eredità storica e culturale di quella che, per cinque secoli e passa, è stata la Dominante. Con Deliberazione del Consiglio Regionale del Veneto del 14 ottobre scorso è stato approvato il Programma degli interventi per l’anno 2014 in attuazione della Legge regionale n. 15 del 7 aprile 1994, che recita appunto “Interventi per il recupero, la conservazione e la valorizzazione del patrimonio culturale di origine veneta nell’Istria e nella Dalmazia”.
 Un capitolo che offre “gli strumenti per l’affermazione dei valori di amicizia e di coesistenza pacifica da sempre condivisi dalle popolazioni del Veneto, dell’Istria e della Dalmazia”, come si rileva nella documentazione diramata dalla Regione Veneto. I finanziamenti, va ricordato, sono destinati principalmente a enti locali veneti e istro-dalmati, alle Comunità degli Italiani di Slovenia e Croazia, oltre che a una vasta gamma di associazioni e istituti culturali veneti, croati e sloveni. Tra le voci inserite, il Festival dell’Istroveneto, organizzato a Buie dall’Unione Italiana, e l’Asilo italiano di Zara, di cui è propritaria la locale Comunità degli Italiani.
Complessivamente, per questa voce di spesa la Regione Veneto aveva messo a bilancio 450mila euro; ne ha ripartiti 420mila, mentre 30.000 euro sono riservati per l’organizzazione di un seminario di studi. Alla Direzione Relazioni Internazionali erano pervenute 57 domande, di cui 4 ritenute non ammissibili; ne sono state promosse 27, di cui 18 afferenti a iniziative culturali di vario genere – ma sempre legate al patrimonio storico, culturale e ambientale o allo sviluppo delle attività culturali delle Comunità italiane in Istria e Dalmazia – e 9 riguardanti interventi di restauro di palazzi o antiche mura.
 Ricerche su Momiano, Buie, Salvore
 Dunque, per quanto ci riguarda più da vicino, l’Unione Italiana passa con il Festival dell’Istroveneto, manifestazione che ha lo scopo di recuperare e promuovere un dialetto che ha una diffusione in modo particolarmente capillare soprattutto nel territorio di Buie e nel centro storico della cittadina. È previsto un contributo di 25mila euro. È di 21.300 euro quello invece destinato alle attività culturali e d’istruzione che si svolgono nella Comunità degli Italiani e nella Scuola italiana dell’infanzia “Pinocchio” di Zara.
All’Università Popolare Aperta di Buie sono stati riconosciuti 6.300 euro per la pubblicazione degli atti del convegno scientifico internazionale “Momiano e l’Istria: una comunità e una regione dell’Alto Adriatico (storia, arte, diritto, antropologia)”, che si è tenuto a Momiano il 14-16 giugno 2013 (il volume è la testimonianza scritta delle ricerche e degli studi eseguiti negli archivi di Venezia, Pisino e Capodistria, aventi per oggetto il territorio del Momianese, con specifico riferimento ai suoi abitanti, alle radici storico culturali ed ai suoi legami con la Repubblica Serenissima, nonché ai rilievi architettonici descrittivi del castello di Momiano; al convegno erano stati presentati per la prima volta documenti e immagini inedite del castello e, oltre a quelli del Tommasini, del Manzuoli, dello Zinnato e di Neami, non esistono scritti e ricerche eseguite in epoca moderna su questo territorio).
Per la ricerca archivistica su Salvore e il suo territorio nell’età della Serenissima, la Comunità degli Italiani salvorina potrà beneficiare di 11.400 euro, mentre la CI di Buie potrà usufruire di 2.200 euro per la stampa in un libro delle relazioni presentate alla tavola rotonda incentrata sulla tematica “Seicento anni dalla dedizione di Buie a Venezia (1412-2012)”, tenutasi il 18 dicembre 2012, con interventi di Kristjan Knez, Gaetano Benčić, Lorella Limoncin Toth, Lucia Moratto Ugussi, Denis Visintin, Rino Cigui e Marino Dussich, in occasione del 65.esimo anniversario della CI. La Società di Studi storici e geografici di Pirano, invece, potrà avvalersi di 3.900 euro per un volume sul pensiero politico e gli strumenti storiografici utilizzati da Tomaso Luciani (Albona 1818 – Venezia 1894), uno dei più importanti uomini del Risorgimento che l’Istria abbia dato alla luce.
Alla Deputazione di Storia patria per la Venezia Giulia (Trieste) vanno 11.000 euro per una ricerca sul problema della ri-cattolicizzazione delle diocesi istriane di Capodistria e quella di Parenzo, e un importo identico va alla Società Dalmata di Storia Patria per il progetto MARE 5 – Le Relazioni dei Rettori dello Stato da Mar; 9.500 euro per il Centro studi cultura, ambiente, territorio di Noale, che intende recuperare gli antichi formulari, di epoca medievale, redatti per le commissioni o capitolari ai rettori veneziani inviati in Istria e Dalmazia, con le istruzioni per operare nei reggimenti di destinazione (Relazioni e comunicazione politica in area adriatica: i rettori veneziani d’Istria e Dalmazia e le loro commissioni, secoli XIII-XVI); 3.800 euro invece per la seconda edizione di “Radici comuni”, scambio tra l’Istituto superiore E. Mattei di Conselve e la scuola superiore italiana “Pietro Coppo” di Isola.
 Pensiero rivolto alle scuole
 Al Ginnasio “Gian Rinaldo Carli” di Capodistria vanno 6.900 euro per la realizzazione di un’edizione bilingue (italiano sloveno) sull’istituto, con la ricostruzione storica della scuola, dal XVII secolo ai giorni nostri, evidenziando gli aspetti più significativi e i cambiamenti registrati nel corso del tempo, con particolare riguardo al periodo successivo al 1675, quando l’istituzione, con l’approvazione della Repubblica di Venezia, fu riaperta con il nome di Collegio dei Nobili. Tra i personaggi illustri usciti da questa scuola figurano Giuseppe Tartini, Gian Rinaldo Carli, Girolamo Gravisi, Pietro Kandler, Francesco e Carlo Combi, Bernardo Benussi… Invece 13.800 euro sono stati riservati per la nuova Scuola elementare di Cittanova (preliminare alla realizzazione dell’edificio è la progettazione, per la quale è stato richiesto il sostegno finanziario anche del Veneto).
L’Associazione Veneziani nel Mondo riceve invece 6.100 euro per avviare un corso sulla storia, la cultura, sulle tecniche di lavorazione e applicazione nella storia del vetro fuso nei territori di dominio veneziano. L’iniziativa è rivolta a persone provenienti dal Ginnasio “Gian Rinaldo Carli” di Capodistria, dalla Scuola media superiore italiana “Dante Alighieri” di Pola, dalla CI “Dante Alighieri” di Isola d’Istria e dalla Comunità degli Italiani del Montenegro; mentre la C.C.I.A.A. di Venezia, per il corso sul merletto di Burano e la sperimentazione della lavorazione con filati preziosi utilizzando durante il corso il rame o l’argento per l’esecuzione dei punti, ottiene 4.600 euro (ospiterà connazionali provenienti dalle medesime località).
 Al Centro Ricerche Culturali Dalmate di Spalato, per l’attività didattica e organizzativa in collaborazione con il Liceo linguistico informatico “Leonardo Da Vinci”, sono stati assicurati 11mila euro. Inoltre, 5.600 euro sono stati accantonati dalla Regione per consentire il completamento della stampa, a cura del Dipartimento di Italianistica dell’Università degli studi di Zara, della pubblicazione dal titolo “Civiltà veneta e umorismo in Istria e Dalmazia. Il giornalismo umoristico – satirico in istroveneto e dalmatoveneto nelle riviste italiane dell’Adriatico orientale”.
 Restauri di palazzi, mura, sculture
 Altri progetti promossi, il restauro della Torre detta del Porto o Porporella nel centro cittadino di Cittanova (17.200 euro, CI di Cittanova); il risanamento strutturale del seicentesco palazzo Sincich a Parenzo (46.800 euro, Coordinamento Adriatico); l’allestimento di un “cantiere scuola” per il restauro di 10 manufatti lapidei di araldica veneziana siti su edifici civili, su iniziativa della Comunità degli Italiani di San Lorenzo Babici (25.500 euro); il completo restauro della scultura in legno risalente alla fine del XV secolo, raffigurante un Sant’Antonio Vescovo, assiso e benedicente, con una folta barba grigia, ora sita nel deposito del museo diocesano di Parenzo, per una sua successiva esposizione (8.900 euro, Regione Istriana – Assessorato alla Cultura); la ristrutturazione della vecchia scuola esistente a Grimalda, con l’obiettivo finale di attrezzare l’edificio per l’istituzione di un Centro di eccellenza per l’educazione dei giovani della Regione Istriana (17mila euro, Comune di Cerreto); restauro del corpus centrale del castello di Pietrapelosa – proseguimento dei lavori sul muro orientale, parte delle mura meridionali e il muro interno del palazzo (62.700 euro, Città di Pinguente); le fasi finali di recupero dei Castelli di Grisignana e di Piemonte d’Istria (46.800 euro, Comune di Grisignana).
 Inoltre, è stata inserito nella Programmazione il progetto (assegnato alla Comunità degli Italiani di Montenegro 18.700 euro), di studio e conoscenza, recupero e valorizzazione di un importante bene architettonico e culturale di origine veneta a Cattaro, quale la Porta Settentrionale, parte del tratto delle mura difensive di Cattaro. Con una lunghezza di circa 4,5 chilometri, la forma attuale di Porta Marina risale al 1555. E, sempre in questa terra a sud, sì (e 3.300 euro) alla proposta della Provincia di Venezia per un corso di restauro di oreficeria rivolto a 10-15 appartenenti della Comunità degli Italiani e a professionisti dell’Istituto nazionale per la tutela dei beni culturali del Montenegro, focalizzato sulle metodologie di restauro di antichi gioielli ed arte sacra antica risalenti alla tradizione veneziana.
 Infine, al Comune di Montebelluna, vanno 8.600 euro per il progetto “Origini comuni: un patrimonio da salvaguardare e valorizzare”, che prevede un gemellaggio con Montona sulle tracce del patrimonio boschivo. I boschi del Montello e di Montona rappresentano un collegamento storico rilevantissimo con Venezia, poiché per secoli hanno rifornito di legnami pregiati la prima industria della storia occidentale: l’Arsenale. Il gemellaggio intende rinsaldare, in un contesto generale, il rapporto tra le relative comunità, ma soprattutto forse recuperare e valorizzare questa speciale unione tra i due paesi che trovano comuni radici in una storia dove il bosco assume una connotazione di bene culturale, perché elemento di identità.
 281 – Il Piccolo 23/10/14 A Zara bomba a mano contro la via “italiana”
A Zara bomba a mano contro la via “italiana”
Gettata con una mina antiuomo nel giardino del consigliere che si batte per il ripristino del toponimo Calle Larga
di Andrea Marsanich
Anche ordigni esplosivi contro il ripristino del toponimo storico Calle Larga (ora la principale via di Zara è intitolata Široka ulica o Strada larga), iniziativa che vede contraria la destra nazionalistica croata, al potere nella città dalmata. L’altro giorno una bomba a mano e una mina antiuomo sono state gettate nel cortile dell’abitazione del consigliere comunale di Azione giovani (centrosinistra, all’opposizione), Marko Pupi„ Bakra„, che si batte per la ridenominazione dell’antica passeggiata zaratina.
Gli ordigni non sono fortunatamente esplosi, costituendo comunque un esplicito messaggio a Pupi„ Bakra„, una minaccia per il suo adoperarsi nel parlamentino comunale a favore del nome Calle Larga. Il consigliere municipale ha dichiarato ai giornalisti che si tratta di un atto intimidatorio, non tale però dal farlo desistere: «Se qualcuno dovesse fare del male al sottoscritto o ai membri della mia famiglia – ha detto – di ciò ne sarà direttamente responsabile il sindaco di Zara, Božidar Kalmeta».
Chiamata ad intervenire, la polizia zaratina ha preso in consegna i due micidiali ordigni, sporgendo denuncia contro ignoti. Il primo cittadino, interpellato dai media, ha respinto ogni accusa e insinuazione, affermando di non avere a che fare con l’opera di un folle. «Spero che le forze dell’ordine agiscano alla svelta e in modo efficiente – ha rilevato Kalmeta nel comunicato diffuso dopo l’inquietante episodio – Zara è una città sicura dal punto di vista dell’ordine pubblico e fatti del genere non devono accadere più».
Pupi„ Bakra„ ha smentito quanto asserito dal sindaco, sottolineando come negli ultimi anni vi sia stata una decina di episodi, con lanci di bombe, auto fatte saltare in aria o incendiate, tra cui anche macchine di giornalisti.
«Se la polizia non farà il suo dovere – ha concluso il consigliere – mi riservo di agire per autodifesa, proteggendo anche le persone che mi sono più care». Va rammentato che la scorsa primavera circa 11 mila persone (Zara ha 76 mila abitanti) posero la loro firma in calce alla petizione per il ripristino dell’antico toponimo. Un numero sufficiente per avviare il procedimento in sede di consiglio cittadino. Ebbene da allora la questione non è stata inserita nell’agenda dei lavori del parlamentino (guidato dal centrodestra), con giustificazioni più o meno opinabili.
Il consigliere Pupi„ Bakra„ ha protestato con forza nell’ultima sessione, chiedendo che la richiesta fosse finalmente dibattuta e sottoposta a voto. Una richiesta inascoltata. Ora anche le bombe.
 282 – La Voce del Popolo 31/10/14 Spalato celebra la «cancellazione» dell’italiano
 Spalato celebra la «cancellazione» dell’italiano
 SPALATO | In ricordo del 28 ottobre 1882, quando fu istituita la prima amministrazione croata della città di Spalato, il vicesindaco del capoluogo dalmata, Goran Kovačević, ha posto una corona di fiori sulla lapide che ricorda quest’avvenimento. Alla cerimonia hanno partecipato anche altre autorità. “Questa è una delle date più importanti della storia di Spalato, è una pietra miliare, perché ha segnato un cambiamento di rotta per la città. Infatti, da quel giorno si cominciò a parlare in lingua croata, ma non soltanto in Municipio. Anche nelle biblioteche e nelle altre istituzioni si smise di parlare in lingua italiana”, ha sottolineato il vicesindaco. Goran Kovačević, come riporta il quotidiano Slobodna Dalmacija, ha fatto capire che in futuro la municipalità intende celebrare ufficialmente quest’anniversario. “La celebrazione di quest’importante ricorrenza verrà fatta propria anche dal Consiglio municipale, per cui in futuro le cerimonie avranno forma ufficiale. In questo modo dimostreremo gratitudine nei conronti dei nostri antenati che hanno combattuto per la lingua croata e la sopravvivenza croata in questa regione”, ha concluso il vicesindaco Goran Kovačević.
Il quotidiano spalatino “Slobodna Dalmacija” ha accompagnato l’articolo con un titolo dal tono trionfalistico, di tipo ottocentesco: “Sono passati 132 anni dalla vittoria sui talijanaši”. Un termine quest’ultimo utilizzato di frequente in Dalmazia, ma non solo lì, per indicare la componente italiana o filoitaliana della popolazione. E per la minoranza italiana “sconfitta” quel lontano 1882 segnò l’inizio dell’inesorabile declino. La lingua italiana venne in pratica cancellata a Spalato. Sparì rapidamente dalle scuole e dagli uffici pubblici, relegata sempre più nel privato. Oggi gli uni esultano, mentre per gli altri c’è poco da festeggiare…
 
283 – Il Piccolo 16/10/14 Intervista: la liberazione? A Trieste l’ha fatta l’esercito di Tito
«La Liberazione? A Trieste l’ha fatta l’esercito di Tito»
Il presidente del Consiglio Iztok Furlanic non cambia idea sullo sloveno in aula:. «È un diritto garantito dalla legge. I soldi ci sono ed è stupido non prenderli». Sul Pd e sul suo segretario: “Non è più un partito di sinistra. Renzi è più a destra di Berlusconi. Mi sorprende la posizione di Cok, che è della minoranza”. Sul sindaco: “Meglio Romoli di Cosolini”
 di Fabio Dorigo
 «Il 12 giugno è una data inesistente. Lo dico da storico. L’esercito jugoslavo ha liberato Trieste dai nazisti. Altro che occupazione». Iztok Furlanic, presidente del Consiglio comunale di Trieste, si è laureato in storia contemporanea a Lubiana. E non cambia idea sui soldi spesi dal Comune per «targhe a commemorare eventi inesistenti». E neppure sull’introduzione della lingua slovena in Consiglio comunale con la traduzione simultanea come a Gorizia. «Mi dispiace ma questo è un costo della democrazia che deve essere sostenuto».
Ma come le è venuto in mente di introdurre lo sloveno nel Consiglio comunale di Trieste?
Sono stato contattato dal Primorski per un commento dopo l’avvio della traduzione simultanea nel Consiglio comunale di Gorizia. E, in base alle leggi vigenti, si dovrebbe fare lo stesso a Trieste introducendo la possibilità di intervenire in sloveno.
Ma è davvero convinto, come ha dichiarato al Primorski, che i tempi siano maturi?
Ero più convinto alcuni giorni fa prima di vedere alcune reazioni. Ma credo che solo introducendolo la gente si abituerebbe. Devo sottolineare che le reazioni da parte di alcuni sono state spropositate.
A cosa si riferisce?
Il consigliere Igor Svab (Pd) è stato oggetto di telefonate minatorie. Il problema è che alcuni non saranno mai pronti. Attendere questi è inutile. È un motivo in più per andare avanti a rivendicare il diritto dei consiglieri sloveni a esprimersi nella propria madrelingua, come fanno gli italiani a Capodistria.
Ma alla commissione capigruppo, che sta lavorando alla revisione del regolamento comunale, l’ha mai proposto?
No, non l’ho mai proposto. Ma ho intenzione di farlo, visto che si tratta dell’attuazione di un diritto previsto per legge.
Quindi lo proporrà?
Assolutamente sì. Poi vedremo chi a parole si proclama progressista e chi lo è nei fatti.
A partire dal sindaco che mi pare l’abbia profondamente deluso…
Sono sdegnato. Non può far finta di non sapere che i fondi per la tutela dello sloveno sono altra cosa rispetto a quelli destinati alle biblioteche. Se il Comune non utilizza quei fondi li utilizzerà un altro comune. Non c’è nessuna spesa in più. In realtà chi è abbastanza furbo e intelligente utilizza quei fondi, gli altri no.
«Furlanic ha preso cavoli per capuzi» ha dichiarato il sindaco…
Magari. Le sue ulteriori precisazioni non cambiano la sostanza di una virgola. È stata l’uscita di un sindaco convinto che esprimendosi più apertamente a favore dell’uso dello sloveno avrebbe perso voti al centro. Sicuramente ne ha persi tra l’elettorato sloveno. Sono deluso, ma prendo atto della scelta.
Meglio Ettore Romoli (sindaco di Gorizia, ndr) di Roberto Cosolini?
Assolutamente. È la dimostrazione che i sindaci di centrodestra sono più aperti e meno timorosi su questo argomento.
Il bilinguismo è ancora un tema sensibile. Non crede?
Non lo nascondo. Ma Romoli a Gorizia ha fatto un altro ragionamento politico.
La presa di posizione del segretario del Pd Stefan Cok?
Mi sorprendo che uno sloveno si esprima in quel modo. Sono doppiamente deluso. Posso al massimo capire il sindaco, ma non un segretario politico che fa parte della minoranza slovena. Stiamo parlando di un diritto, non di un capriccio.
Lei punta al modello Capodistria…
A Capodistra tutti capiscono entrambe le lingue. La gente non ha idea di quello che succede oltreconfine. I diritti della minoranza italiana sono tutelati in modo molto ampio e dettagliato non da 20 ma da 60 anni. A me basterebbe che la tutela della minoranza slovena in Italia fosse uguale a quella della minoranza italiana in Slovenia e Croazia. Ben venga l’equiparazione. Ne guadagneremmo come sloveni.
«Il Comune di Trieste trova i soldi per targhe a commemorare eventi inesistenti». A cosa si riferiva?
Quando si parla del 12 giugno 1945 come fine del secondo conflitto mondiale a Trieste si parla di un evento inesistente. L’ho ribadito anche al consigliere Franco Bandelli quando ha chiesto chiarimenti in Consiglio comunale. Dal punto di vista storico è un fatto inesistente. Non vedo perché mi dovrei scusare con la città.
C’è di mezzo il Primo Maggio di quell’anno?
Una parte della città vede il Primo Maggio del 1945 come la Liberazione. L’esercito jugoslavo che entra in città era un esercito di liberazione. Così era considerato dagli anglo-americani. Non lo dico io. Lo dicevano Franklin D. Roosevelt e Winston Churchill. Una parte della città si sente profondamente offesa dalla commemorazione del 12 giugno.
Non c’è stata nessuna occupazione?
Qualcuno forse dimentica che è stato l’esercito jugoslavo a liberare questa città dai nazisti. Io la considero una Liberazione. Se poi si vuole parlare di occupazione, Trieste non è stata liberata il 12 giugno 1945, ma il 26 ottobre 1954 visto che molti considerano come forza occupante gli angloamericani.
La fine del Tlt come Liberazione?
Sì, se consideriamo come forze occupanti gli eserciti stranieri.
Nessun 12 giugno da commemorare?
È un falso. Lo dico da storico visto che ho fatto il post laurea in storia contemporanea a Lubiana.
Mi sa che stavolta non si scrollerà di dosso la fama di ultimo “titino”…
Non mi considero titino, perché non mi piace il termine. La mia personale opinione sul maresciallo Tito è ben risaputa. È un personaggio che ha fatto la storia del Novecento creando i Paesi non allineati. Ci sono dei lati oscuri, ma è riuscito a trasformare un paese arretrato in uno dei più importanti al mondo.
“Trst je nas!”
“Trieste è nostra”. Non solo italiana, ma anche slovena. Tutto qua.
Ma qual è la sua posizione rispetto alla giunta Cosolini?
Esiste una disparità di vedute su tutta una serie di tematiche. Dall’operazione Acegas Hera (con l’ipotesi di usare le azioni come fidejussione per i lavori pubblici) al piano del traffico.
“Non vedo tutta questa sinistra nella giunta Cosolini” ha dichiarato il capogruppo di Sel Marino Sossi…
Il Pd, che ha la maggioranza relativa, non è di sinistra. Lo si è visto quando si è votata la mozione sull’articolo 18. A livello nazionale si sta attuando il programma di Berlusconi. Renzi lo sta addirittura superando a destra.
Non vi tenta l’opposizione?
Non lo escludo se verrà confermata l’operazione Acegas Hera con il prossimo bilancio.
Come valuta la scelta del nuovo assessore alla Cultura?
Non conosco Tassinari. Devo dire che rispetto al predecessore si nota la sua presenza. Il che è positivo. Non è positivo che in tre anni e mezzo si sia cambiato quattro volte.
E l’assessore allo Sport?
All’inizio c’era un assessore che si occupava di quello a tempo pieno.
Solo che si chiamava Emiliano Edera?
Non parlavo di nomi. Serve uno presente.
Marino Andolina, il vostro capogruppo, è coinvolto pesantemente nell’inchiesta su Stamina. Nessun imbarazzo?
Non sono mai stato giustizialista. Ci sono sentenze e sentenze, condanne e condanne. La battaglia di Andolina è giusta e sono al suo fianco.
 
284 – Il Piccolo 16/10/14 Trieste:  Consiglio comunale, 15 firme per la sfiducia a Furlanic
 Mozione presentata da Bandelli e Rosolen di Un’Altra Trieste e sottoscritta da vari gruppi dopo le dichirazioni rilasciate dal presidente dell’aula al Piccolo
 Consiglio comunale, 15 firme per la sfiducia a Furlanic
 Piero Rauber
 In 15 ne reclamano le dimissioni, poiché 15 sono le firme sulla mozione di sfiducia della coppia di Un’altra Trieste Bandelli-Rosolen, cui si sono accodati tutti gli esponenti delle opposizioni tranne l’ex leghista Maurizio Ferrara. Spuntassero altri sei favorevoli – non servirebbe che la firmino, basterebbe che la votino – si arriverebbe a 21 teste su 41. A quel punto Iztok Furlanic - protagonista di un’audace, diciamo così, intervista rilasciata sul Piccolo di ieri in cui rende grazie a Tito per la Liberazione di Trieste del ’45 – non sarebbe più il presidente del Consiglio comunale. Scenario remoto? Non lo è la discussione della mozione, che lo stesso Furlanic dovrà calendarizzare per regolamento non prima di dieci giorni dalla presentazione di ieri, e dopo non più di un mese. E potrebbe non esserlo, remoto, neanche un epilogo col benservito. Sarebbe sufficiente che al momento del voto prudesse la mano a qualcuno del Pd. Il partito di un sindaco, Roberto Cosolini, definito da Furlanic peggio del collega di centrodestra di Gorizia, Ettore Romoli, che le traduzioni simultanee sloveno-italiano in Consiglio comunale le ha già battezzate.
 Il partito, per giunta, di un senatore, Francesco Russo, che ieri è stato lapidario: «Furlanic non è all’altezza di rappresentare Trieste. Ha disonorato la sua carica. Spero che, spontaneamente e in tempi brevi, presenti le dimissioni prima che il Consiglio decida di votare una mozione di sfiducia. Al caso, mi auguro che tutti i consiglieri, compatti, scelgano di sollevarlo da un ruolo che non ha saputo interpretare nel modo corretto».
Stavolta, dunque, il “dossier Furlanic” (ricordate la lista dei suoi “scheletri” nell’armadio filotitini che il centrodestra aveva raccolto tre anni fa alla vigilia della sua investitura come presidente del Consiglio?) lui se l’è costruito da solo. La giornata di ieri – a intervista-choc pubblicata – è stata una grandinata di reazioni indignate e pretese di dimissioni, con tanto di richiesta che sia Cosolini a intervenire. «Neanche il Pci di Vidali si spingeva a tanto, Furlanic può avere le sue idee da libero cittadino, ma da presidente del Consiglio comunale non può esprimersi in direzione opposta a quella in cui vanno documenti votati dal Consiglio stesso, come ad esempio la mozione sul 12 giugno, fine dell’occupazione titina, ora la palla passa a chi la mozione non l’ha firmata, il Pd e le civiche di centrosinistra», osserva Alessia Rosolen. «Fratelli d’Italia – scrive Claudio Giacomelli – non riconosce più Furlanic come presidente del Consiglio. Lo invitiamo quindi a trasferirsi in uno dei “paradisi comunisti” che ancora deturpano il mondo per un’esperienza “dal vivo” dell’ideologia che tanto ama».
E di «dichiarazioni deliranti che portano pericolosamente indietro l’orologio» parla l’ex Fli Michele Lobianco, mentre il capogruppo di Fi Everest Bertolisostiene che «il primo maggio ’45 ha inizio per la popolazione italiana un periodo di persecuzioni e terrore». «Per fare campagna elettorale – incalzano i grillini Paolo Menis e Stefano Patuanelli – ha riaperto ferite che erano rimarginate». «La storia Furlanic l’avrà pure studiata ma forse non l’ha pienamente compresa», così il segretario della Lega Pierpaolo Roberti. «C’è chi ancora in questa città pensa di vomitare simili idiozie», annota il consigliere provinciale di Un’altra Trieste Andrea Sinico coi colleghi circoscrizionaliFrancesco Clun, Paolo Silvari, Marco Ianza, Dario Lonzaric e Andrea Balanzin. I capigruppo circoscrizionali Pdl/Fi Roberto Dubs e Alberto Polacco, ancora, vogliono da Furlanic le «scuse a tutte quelle famiglie che hanno perso i loro cari nelle foibe». Scuse e dimissioni servono anche per Alternativa Tricolore mentre il coordinatore di Fi Giovani Piero Geremia spara più alto: pretende si faccia da parte pure Cosolini.
 
 285 – Corriere della Sera 24/10/14 L’onorificenza al Quirinale: Rosita Missoni – cavaliere dopo Ottavio ma io lavoravo di più
 L’onorificenza al Quirinale: Rosita Missoni – cavaliere dopo Ottavio ma io lavoravo di più
 Davanti agli studenti della Statale di Milano, Rosita Missoni, 83 anni che nessuno le darebbe mai, l’altro mercoledì aveva fatto anche dell’ironia – non polemica, da gran dama della moda italiana qual è. «Lo aveva già detto Ottavio vent’anni fa: “Dovevate nominare cavaliere del lavoro la Rosita, non me”. Lui con il lavoro ha sempre avuto un rapporto un po’ particolare. Insomma, da creativo. Ripeteva: non capisco perché mi debbo alzare alle otto quando non mi sveglio prima di mezzogiorno», lasciando intendere che quella che si è sempre sporcata di più le mani in azienda, alla Missoni ora a Sumirago, in provincia di Varese, che hanno fondato insieme nel 1953, è stata lei, non lui.
Ieri, ventuno anni dopo la nomina a cavaliere del lavoro conferita al marito – era il 1993, Ottavio Missoni è morto nel maggio del 2013, a 92 anni – è arrivato finalmente il suo turno. Rosita Jelmini Missoni è una delle sette donne insignite al Quirinale dal presidente Napolitano. Moda, arredo e meccanica fra i settori più rappresentati in questo giro di nomine. Ci sono, fra gli altri, Giancarlo Dani del Gruppo Dani, fornitore di pellami di alta qualità, Claudio Del Vecchio, figlio del patron di Luxottica, presidente e amministratore delegato di Brooks Brothers, Simonetta Stronati, ad del marchio di abbigliamento per bambini Simonetta, Patrizia Moroso, dell’omonima azienda di design. «All’estero ogni volta che ci hanno premiato, e sono state tante, c’era un premio per Ottavio e uno per me. In Italia, no: tutto solo per lui», aveva continuato la signora nella lezione ai ragazzi, trascinando l’uditorio in una risata collettiva.
Una storia da manuale, quella dei Missoni, tanto da diventare materia di insegnamento per il corso di «Editoria, culture della comunicazione e della moda» dell’Università di Milano. Dall’incontro a New York all’inizio degli Anni Settanta con la mitica giornalista Diana Vreeland («guardate bene questi due, disse alle sue assistenti indicando me e Ottavio, perché sono due geni»), alle collezioni che via via si sono succedute e che hanno creato uno stile personalissimo, quello zig zag nella maglia che equivale a una firma. «Eravamo così ingenui in quegli anni. Ricordo che sta-vamo stringendo un accordo commerciale e la nostra controparte americana ci chiese: quando possiamo incontrare i vostri avvocati? Ci siamo messi a ridere: io e Ottavio non sapevamo neppure che esistessero gli studi legali per queste cose. Facevamo tutto noi e a volte ce ne siamo anche pentiti».
Ma Missoni è un caso da manuale anche per il modo in cui ha risolto la questione del passaggio generazionale. «Quando mia figlia Angela, dopo una serie di belle collezioni prodotte con il suo nome, ha deciso di essere pronta per assumersi la responsabilità della prima linea, io ho fatto un passo indietro – riprende la signora -. La moda è un mestiere devastante: devi uscire, stare con le persone, la mia vita non corrispondeva più a quelle richieste». Ora segue la linea casa di Missoni. E la sua famiglia. Ieri, con lei a Roma, c’erano Angela e i nipoti Teresa, Francesco e Ottavio junior.
 
286 – Secolo d’Italia 11/10/14 Illy non finanzia il monumento sulle foibe
 Illy finanzia lo stand Usa all’Expo, ma ha finito i soldi per il monumento sulle foibe
 di Guido Liberati
 Neanche un euro per finanziare il monumento in ricordo delle vittime delle foibe a Milano: lo ha deciso la Fondazione Illy dopo richiesta da parte degli esuli istriani che confidavano nella sensibilità di Riccardo Illy, l’imprenditore del caffè, già sindaco di Trieste e governatore del Friuli. Illy, che per qualche tempo aveva aspirato al ruolo di Berlusconi del Pd, non ha finora lesinato finanziamenti ai progetti più disparati.  La Fondazione Illy risulta anche tra i principali finanziatori dello stand degli Stati Uniti d’America per l’Expo 2015 di Milano. La struttura, che costerà 45 milioni di euro, sarà realizzata con un fund raising principalmente di investitori privati americani, con l’eccezione di Illy. Niente da fare, invece, per il monumento dedicato agli esuli della sua terra, un’opera che ha ricevuto anche il via libera del Comune di Milano. Un rifiuto che ha sorpreso in senso negativo Romano Cramer, segretario dell’associazione culturale “Movimento nazionale Istria Fiume Dalmazia”. «Con grande amarezza e delusione – ha detto l’esule istriano a Il Giornale – ci hanno comunicato che il monumento trova difficile collocazione nella loro strategia di comunicazione legata all’arte contemporanea«. Inoltre, «per l’anno 2015, i fondi per la sponsorizzazione sono già programmati e destinati ad altre iniziative». Ormai gli esuli istriani e le foibe sono il passato: più conveniente finanziare gli americani (dove il consumo di caffè Illy va a gonfie vele) che ricordare i morti della propria terra.
 
287 – Italia Oggi 18/10/14 La Croazia bagna il naso all’Italia nella forte riduzione delle Regioni
 La Croazia bagna il naso all’Italia nella forte riduzione delle Regioni
 di Dario Fertilio
 Se Roma chiama, Zagabria risponde: è, si direbbe, lo spirito del tempo. Mentre Renzi impone alle spese delle Regioni : italiane una dieta sostanziosa, intorno : ai quattro miliardi di euro, la Croazia, i a sua volta, si appresta a ridurre dra-i sticamente il numero delle Contee, ; chiamate Zupatiije, per evitare un rovinoso deficit economico e finanziario.  Solo che Zagabria non può limitarsi a intervenire su trasporti e sanità, o a ; imporre livelli standard; deve invece : ridisegnare (su preciso mandato della Commissione europea) l’intero assetto ; territoriale.
 Le 21 Contee attuali dovranno ridursi verosimilmente a cinque o sei, ; resuscitando così antiche entità seminazionali come la Dalmazia (e infatti gli esuli di lingua italiana, oltre a molti 1 degli attuali abitanti, già provano un brivido di orgoglio); ma riaccendendo : anche timori antichi, ad esempio fra le popolazioni dell’Istria, dove l’accorpamento con l’area di Fiume e Quarnero suscita sgradevoli ricordi di jugoslava memoria. E creando inevitabilmente nuove rivalità: per esempio fra Spalato e Zara, riguardo al ruolo di capitale della nuova Dalmazia.
 Quel che colpisce, però, non è soltanto la parallela urgenza delle riforme dettate dalla necessità, ma anche la relativa incertezza sulle prospettive. Infatti il ridimensionamento del ruolo regionale italiano (qualunque sia l’esito del braccio di ferro già iniziato con il governo) non potrà comunque spingersi oltre un certo segno, se non vorrà incorrere in una vasta reazione anticentralistica. Così potrebbe uscire dal congelatore l’utopia delle Macroregioni tenuta a battesimo da Miglio, poi ripresa in Lombardia da Maroni e Formigoni: l’idea di ridurre drasticamente le spese ma non le competenze, collegandosi al percorso avviato dal governo Berlusconi, e attribuendo ad enti territoriali sufficientemente grandi la facoltà di esercitare un vero federalismo fiscale.
 Per la Croazia questo percorso di fatto è già iniziato: le nuove Macroregioni sono state varate dopo anni di studio dall’Istituto economico di Zagabria, j con una commissione di geografi. Ora, mentre si riaffaccia inquietante lo spettro greco e crescono le pressioni della  Ue, è facile prevedere un percorso di riforma accelerato, subito dopo l’elezione del nuovo Parlamento e del Presidente I della Repubblica. Ma la somiglianza fra i due Paesi non finisce qui, perché altri j punti deboli affini riguardano la pletora di città e comuni anche microscopici i (in Croazia, grande un sesto dell’Italia, rispettivamente 128 e 428) che gravano sul bilancio generale.
 Anche qui sussidiarietà dal basso e federalismo, uniti a uno sfoltimento drastico, potrebbe ridare vigore agli enti locali e alle antiche identità territoriali. Snellire, tagliare ma non umiliare le autonomie potrebbe essere la i scommessa obbligata sia di Roma che ; di Zagabria. Altrimenti le mezze riforme, come quella che ha finto di abolire : le province in Italia mantenendo i costi ; del personale, finiranno per presentare il conto in rosso: politico prima che finanziario.
Ritaglio stampa ad uso esclusivo del destinatario, non riproducibile.
 
288 – La Voce del Popolo 20/10/14 Ricordo e memoria, la prospettiva della Bancarella diventa europea
 Ricordo e memoria, la prospettiva della Bancarella diventa europea
 Ilaria Rocchi
 Lo spirito di Zara sulla “Bancarella” 2014, con la ritrovata unità delle associazioni degli esuli e dei “rimasti” e la voglia di crescere – come già ribadito all’inaugurazione dell’asilo italiano – in uno spirito europeo. Il Salone del Libro dell’Adriatico orientale ha proposto insieme, per la prima volta le une accanto alle altre, nello stand centrale della fiera triestina, quanto da loro prodotto in termini di libri e periodici. Insieme ancora a celebrare importanti anniversari. “La manifestazione, rinnovata sia nella formula che nello spirito – hanno osservato a nome del comitato scientifico e di tutte le associazioni partecipanti i presidenti di CDM, Renzo Codarin e di UPT, Fabrizio Somma – si è conclusa con un bilancio più che lusinghiero non solo in termini numerici di presenze agli incontri e di pubblico interessato alle pubblicazioni. È stato possibile riunire non solo idealmente le produzioni letterarie edite da associazioni che da tempo collaborano assieme, unendo sotto un unico tendone tutti i soggetti che hanno il merito di salvaguardare e diffondere la memoria e la cultura delle popolazioni di lingua italiana dell’Adriatico orientale, indicando una strada futura comune per nuove iniziative da organizzare in maniera condivisa. Non è un punto di arrivo, ma di partenza. Gli anniversari ricordati rappresentano un momento di riflessione per allargare le prospettive e non limitarsi alla definizione di confini orientali, ma parlare invece di un più ampio contesto Adriatico, europeizzando la vicenda dell’esodo. Il ricavato delle donazioni effettuate dai frequentatori del Salone, complessivamente circa 1.500 euro, verrà devoluto all’Istituzione prescolare italiana “Pinocchio” di Zara ed è stato consegnato al neodirettore della rivista “Il Dalmata”, Dario Fertilio, origini di Brazza, che proprio alla “Bancarella” ha avuto il suo esordio nella funzione che ha assunto al recente raduno dei Dalmati a Iesolo. Gran finale sulle ali del “Va pensiero” – che è l’inno degli Istriani, Fiumani e Dalmati –, eseguito dal soprano Francesca Lunghi, e quindi brindisi con vino istriano, offerto da produttori della nostra penisola.
EDIT, Radio Capodistria e UPT
Oltre alla casa giornalistico-editoriale EDIT di Fiume, a Radio Capodistria, all’Università Popolare di Trieste, sul palco de “La bancarella – Salone del Libro dell’Adriatico orientale”, che si è svolto dal 16 ottobre e fino a ieri sera in piazza Sant’Antonio Nuovo, nel capoluogo giuliano, ideato dal Centro di Documentazione Multimediale della Cultura giuliana, istriana, fiumana e dalmata e co-organizzato dall’UPT, sono saliti nei giorni scorsi altri istituti e associazioni. Così il Centro di Ricerche Storiche di Rovigno è stato protagonista sabato con l’intervento del suo direttore e fondatore, Giovanni Radossi, che ha raccontato retroscena e aneddoti legati alla nascita dell’istituto, ha spiegato la sua funzione e la sua produzione. A parlare di Coordinamento Adriatico, invece, sono stati il suo presidente Giuseppe de Vergottini e Guglielmo Cevolin, docente di Legislazione dei beni culturali, mentre a illustrare ciò che fa la Società Dalmata di Storia Patria, che non è un’associazione di esuli, “ma un’associazione esule”, in quanto nata a Zara nel 1926 e trasferita a Roma, è stato il consigliere Bruno Crevato Selvaggi. L’Associazione delle Comunità Istriane, che festeggia i venti anni della sua sede in via Belpoggio, è stata invece rappresentata da Licia Giadrossi-Gloria Tamaro e Paolo Sardos Albertini, a capo della Lega Nazionale, si è soffermato sul ruolo di questa società e sul cinquantenario del ritorno di Trieste all’Italia, dopo il Memorandum d’Intesa di Londra.
Completare il quadro delle conoscenze
Ciascuna di queste realtà, come emerso nel dialogo con il pubblico del Salone – forse non numerosissimo in tutte le fasce orarie, ma attento – si è staccata uno spazio tutto suo e un ambito non ricoperto da altre realtà, in modo da completare e integrare il quadro delle conoscenze, quasi a formare e/o ricomporre i tanti tasselli di quel composito mosaico che è la civiltà istriana, fiumana e dalmata. Così Coordinamento Adriatico ha messo in atto un prezioso intervento di censimento, inventarizzazione e consolidamento delle “carte” negli archivi in Dalmazia e Istria, in sinergia con le istituzioni croate (fatto quantomai significativo), oltre che di recupero della toponomastica. Pure la Società Dalmata di Storia Patria agisce a livello di fonti, valorizzando ad esempio le relazioni dei vari governatori – leggi rettori – della Dalmazia, dell’Istria e del Levante Veneto che inviavano regolarmente alla Serenissima Repubblica di San Marco, oltre ovviamente a sostenere e pubblicare ricerche monografiche in vari campi (ad esempio, sulla storia dell’’imprenditoria in Dalmazia e sulla comunità ebraica in regione); il campo dell’Associazione delle Comunità Istriane, invece, è più propriamente quello della memorialistica.
Il CRS
Pubblicazione di saggi – spalmati nelle sue varie riviste, come gli “Atti”, i “Quaderni”, le “Ricerche sociali” e altre –, di un bollettino (“La Ricerca”), raccolta di fonti bibliografiche e archivistiche, cartine topografiche e tanto altro ancora: dal 1968 ad oggi il Centro di Ricerche Storiche di Rovigno è diventato per eccellenza il custode del retaggio culturale e storico della Comunità nazionale italiana in Croazia e Slovenia, il luogo che ambisce a conservare un po’ tutto ciò che di cartaceo è stato fatto in riferimento al territorio dell’Adriatico orientale (e non solo). La mole e lo spessore delle attività del Centro sono davvero impressionanti. E si continua, come ribadito da Radossi, che ha annunciato la prossima uscita di nuove ambiziose opere, tra cui quella omnia di Giuseppe Praga e un saggio sulle famiglie nobiliari buiesi.
Visibilità alle realtà associative
È stato giusto dare visibilità a Trieste a queste realtà associative e istituzioni, anche per fare un bilancio di tutto ciò che hanno fatto finora e stanno ancora facendo, anche per far capire, al pubblico più vasto, che ora gli strumenti per conoscere e approfondire la nostra storia ci sono tutti, e non sono pochi. Buona parte di questi sono stati esposti alla “Bancarella”. Quelli invece su cui si è focalizzata maggiormente l’attenzione – anche a discapito della quantità e di testimonial di richiamo, forse – sono stati i titoli più freschi sull’argomento, ciò che è stato prodotto dall’ultimo appuntamento a oggi. Dunque, panoramica generale e aggiornamento in diretta. Utilissima, a proposito, la rassegna dell’edito, offerta da Adriana Ivanov Danieli (Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, Comitato di Padova) e Giorgio Federico Siboni (Università degli Studi di Milano), che sapientemente hanno tratteggiato con spirito analitico e critico i volumi usciti quest’anno e che non hanno trovato posto sul grande palcoscenico
Qualità e novità
Qualità e novità, questo, dunque, il filo rosso della “Bancarella” 2014, la nona edizione. Molto apprezzato dagli addetti al mestiere lo sforzo di mettere a disposizione degli studiosi lavori di fonti che, come ha fatto notare Davide Rossi, uno dei coordinatori dell’evento, nascono proprio per essere utilizzati da altri e che sono fondamentali per l’innalzamento della qualità scientifica. Appartengono a questo “filone” due lavori in particolare: uno che porta il timbro della Società di Studi Fiumani a Roma, cioè “I verbali del Consiglio Nazionale Italiano di Fiume (1918 – 1920)”, a cura di Danilo Luigi Massagrande; l’altro è targato CRS di Rovigno, ossia il “Carteggio Pietro Kandler – Tomaso Luciani (1843 – 1871)”, a cura di Giovanni Radossi. Il primo è il risultato di un delicato lavoro filologico di copiatura e conservazione dei protocolli che si sono mantenuti in un’unica copia, tramandati da Arturo Chiopris, segretario del Consiglio Nazionale Italiano, che si trasmettono la quotidianità fiumana di un’epoca difficile, ma nella quale i fiumani hanno saputo dimostrare, con orgoglio, di essere capaci di autodeterminarsi e – fatto nagato dalla storiografia croata e, in parte anche italiana – decidere del loro destino, come ha concluso Marino Micich, che ha esposto il libro. Insomma, attraverso gli atti del suo governo, guidato da Antonio Grossich, emerge un popolo fiumano che esce allo scoperto e difende la propria identità (italiana) e i propri diritti fino alla morte.
Periodo problematico, si diceva, in cui la città passa dall’Austria-Ungheria all’Italia (nel 1924, in seguito al Trattato di Roma), ribellandosi alle mire del neonato Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, passando per l’esperienza della Reggenza (d’annunziana) del Carnaro e dello Stato Libero (zanelliano). Vari momenti, anche concitati e confusi, che si possono seguire in modo originale attraverso i francobolli e le monete, come attesta “Fiume 1918 – 1924. I servizi postali e la filatelia tra vicende storiche e vita di tutti i giorni”, di Oliviero Emoroso (autore ed editore), corposo ed esaustivo studio sull’argomento, che indubbiamente susciterà l’attenzione degli appassionati del genere e dei collezionisti.
I francobolli, per Fiume una parte di storia
“Di solito la filatelia viene considerata un semplice hobby – ha rilevato Emeroso – ma per Fiume i francobolli furono una parte di storia. Nel libro ho cercato di mettere in rilievo il parallelismo tra storia e filatelia e mi sono reso conto che le vicende di Fiume sono note solo per alcuni aspetti come l’impresa di D’Annunzio. Se non si conosce la storia di Fiume in modo approfondito non è possibile comprendere il significato di alcune sovrastampe. È nata curiosità su alcuni periodi semisconosciuti, come quello interalleato, quello successivo alla parentesi dannunziana e soprattutto la storia della moneta, con il passaggio dalla corona alla lira, su cui ho svolto una ricerca giuridica su testi dell’epoca. La mia soddisfazione risiede nel far capire che filatelia e storia sono la stessa cosa: chi è interessato alla storia di Fiume è interessato anche alla filatelia e viceversa”.
Due grandi personalità istriane
Tornando al discorso di prima, l’altro contributo nel segmento delle fonti, quello del CRS sul carteggio Kandler – Luciani, esso ci restituisce la figura di due grandi personalità istriane, il “tuttologo” triestino, molto attento alle cose della nostra penisola, e l’albonese coinvolto in un progetto di Italia unita. Insomma, due menti italiane di spicco, che con il tempo hanno sviluppato anche un rapporto di amicizia, per cui cambia progressivamente anche il tono – diventa più intimo, diretto, quasi familiare – della loro comunicazione. Dal carteggio traspare, quindi, anche il loro carattere. “Il Carteggio Pietro Kandler – Tomaso Luciani (1843-1871) – ha rilevato Radossi – è certamente il più importante dei carteggi dello studioso triestino: si tratta di 160 lettere che abbracciano non solo un importante periodo storico per i due personaggi, per Trieste e per l’Istria, ma affrontano anche argomenti tra i più svariati che però risultano particolarmente importanti per la storia dell’archeologia, del territorio, dell’idrologia antica. Tutti argomenti che al tempo del Kandler nascevano come interesse degli studiosi. Molte delle ipotesi avanzate dal Kandler risultano oggi superate, ma ha avuto il merito di averle iniziate. Pubblicare questo carteggio costituisce un apporto fondamentale per ulteriori studi sulla storia dell’archeo-ricerca a Trieste e in Istria. Riveste anche una fondamentale importanza nel nuovo contesto politico che si trovano a vivere questi territori quando le loro identità possono perdere quei colori che un tempo avevano”.
Brutta e dolorosa pagina del nostro ‘900
Ieri il microfono della “Bancarella” è passato, a turno, agli autori di altri interessanti apporti storiografici, i più riguardanti quella brutta e dolorosa pagina del nostro ‘900 che sono stati gli infoibamenti e l’abbandono delle loro terre da parte della stragrande maggioranza degli istriani-fiumani-dalmati, ma in un’ottica un po’ diversa, cioè guardando a quegli eventi dalla distanza del decennale del Giorno del Ricordo, elaborando una sorta di bilancio su quanto fatto per la conoscenza e l’apprendimento della vicenda. La giornalista e storica dell’arte Carla Isabella Elena Cace ha così dato una sua visione dello “stato delle cose” attuale (“Foibe ed esodo. L’Italia negata”, Editore Pagine, Roma), sottolinenando l’importanza degli studi “perché c’è ancora tanto da scopire”, visto che i dieci anni della Legge sono in effetti poco in confronto a 70 anni di silenzio, ma anche della necessità di non fossilizzarsi e di andare oltre. Giuseppina Mellace ha riassunto il suo “Una grande tragedia dimenticata. La vera storia delle foibe” (Newton Compton, Roma), ricerca che dà voce, tra l’altro, anche alle tante donne vittime delle foibe e delle persecuzioni, al peso forte sostenuto dalla popolazione femminile durante la guerra, come pure ad altri segmenti specifici che raramente vengono affrontati pubblicamente in Italia, come l’accogliento degli esuli in patria e il contro-esodo. Mellace inoltre ha narrato la sua esperienza di docente, rilevando che molte scuole oggi ne parlano, ma al contempo resta ancora forte il pregiudizio, per cui per altre è tutt’oggi un tabù. Maria Ballarin è scesa nel campo didattico, esaminando l’atteggiamento della politica scolastica italiana in riferimento al dramma giuliano-dalmata (“Il Trattato di Pace del 10 febbraio 1947 nei programmi e nei testi scolastici di storia”, Leone editore, Milano). Una delle critiche più frequenti che si è sentita ha riguardato infatti la mancanza di un adeguato insegnamento sul tema, la trasmissione ai giovani di queste pagine ancora troppo spesso sorvolate, se non addirittura fuoriviate, della nostra vicenda. Ballarin ha messo a disposizione una traccia sicura su cui muoversi, uno strumento per la didattica e lettura donamentali.
Appuntamenti saltati
Saltato l’appuntamento con Libero Benussi e il suo “Vocabolario Italiano – Rovignese” (Comunità degli Italiani di Rovigno), come pure è mancato, per un improvviso malore del presidente Massimiliano Lacota, quello con l’Unione degli Istriani, che compie 60 anni. Allargamento degli orizzonti nel pomeriggio con Egidio Ivetić, che ha ripercorso l’ambito Mediterraneo, la “frontiera”, il confine nell’Adriatico tra Italia e Slavia – come recita il titolo del suo nuovo libro, edito da Viella (Roma) –, dal XIV al XX secolo. In chiusura, una riflessione sulla Dalmazia, con la
lectio magistralis del giornalista del “Corriere della sera”, Dario Fertilio, in uno scambio di opinioni e considerazioni con Davide Rossi.
Sfaccettature del passato
Che dire? Una “Bancarella” che ha richiamato diversi lettori, che è scesa nelle più varie sfaccettature del passato, che ha messo in mostra le associazioni e le istituzioni, alle quali spetta il merito di aver saputo sempre conservare e lasciare una traccia indelebile – al di là delle celebrazioni del 10 febbraio – di ciò che è avvenuto nel corso dei secoli, delle caratteristiche della nostra civiltà. Ritrovandosi insieme sotto lo stesso tendone, hanno forse anche ritrovato un’unità di intenti, mirando al ricongiungimento delle genti istriano-fiumano-dalmate, anche per capire su quali basi impostare le comuni strategie future. È emerso dai dibattiti che la storia dell’Adriatico orientale ha ormai travalicato il localismo, ha assunto una dimensione nazionale e universale, in quanto coinvolge la società civile.
E se la valorizzazione della cultura – in tutte le sue espressioni e manifestazioni – resta un punto fermo nel processo di identificazione e formazione identitaria, contro oblii, negazionismi, riduzionismi e assimilazioni, si sta ragionando su altri percorsi, che consentiranno agli italiani di oggi di restare nella loro patria e a quelli che se ne sono andati forse anche di ritornarci, in un certo senso. Va vista in quest’ottica l’iniziativa “Renovatio Histriae”, una società che vuole mettere in rete gli imprenditori connazionali nei campi dell’enogastronimia e del turismo e collegarli con il mercato italiano. Al momento il progetto, appena iniziato, comprende una decina di associati, come ci ha detto Alessandro Altin, promotore e responsabile, che ha fatto esordire questo “rinnovamento istriano” (insieme con Antonio Ballarin, presidente della FederEsuli) proprio alla “Bancarella”.
La manifestazione è resa possibile grazie all’autorevole contributo del MiBAC e all’adesione di numerosi, prestigiosi enti e associazioni; Associazione delle Comunità Istriane; Associazione Dalmati Italiani nel Mondo-Libero Comune di Zara in Esilio; Associazione Libero Comune di Pola in Esilio; ANVGD – Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia; CDM – Centro di Documentazione Multimediale della Cultura giuliana, istriana, fiumana e dalmata di Trieste; Centro di Ricerche Storiche di Rovigno; Associazione Coordinamento Adriatico; Casa editrice EDIT di Fiume; Radio Capodistria; Federazione delle Associazioni degli Esuli; Istituto regionale per la Cultura Istriano-fiumani-dalmata di Trieste; Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione del Friuli Venezia Giulia; Lega Nazionale; Società Dalmata di Storia Patria, Roma, Venezia; Società di Studi Fiumani – Archivio Museo di Fiume a Roma; Unione degli Istriani – Libera Provincia dell’Istria in Esilio; Unione italiana; Università Popolare di Trieste; “La Nuova Voce Giuliana”.
 
 
 
 
289 – La Stampa 16/10/14 Intervista a Slavenka Drakulic
 
Serve un`operazione verità per superare gli odi storici”
 
La scrittrice Drakulic: già a scuola il veleno nazionalista
 
Slavenka Drakulic – Intervista
 
GIORDANO STABILE
 
- Non siamo ne1 1990. Questo episodio finisce qui. Sarebbe pazzesco il contrario.
Né l`Albania né la Serbia hanno interesse a estendere il conflitto sul Kosovo.
Ma il problema dei Balcani esiste. Non abbiamo fatto i conti con la nostra
storia. Non è stata fatta chiarezza sul passato».
Slavenka Drakulic, croata di Rijeka, ha vissuto e raccontato (per esempio in
«Balcan Express») la guerra nei Balcani e ha subito gli attacchi sia dei comunisti che dei nazionalisti negli anni bui
he cominciarono con un`altra partita. Quella fra Dinamo Zagabria e Stella
Rossa di Belgrado del 13 maggio 1990, una delle scintille che innescarono la
guerra civile iugoslava, 200 mila morti. Ancora l`odio che esplode in uno stadio.
 
È la maledizione dei Balcani?
«Questa volta è diverso. Credo che quella dell`altra sera sia soltanto una provocazione. Sia l`Albania che la Serbia hanno troppo da perdere in un altro conflitto. E
fra Tirana e Belgrado non c`è mai stato un confronto diretto. Pesa il Kosovo, certo. C`è il mito della Grande Albania, che però i dirigenti albanesi non hanno mai cavalcato apertamente, in nessun documento ufficiale».
 
 
Che cosa le ricorda invece il clima di quella partita a Zagabria?
 
«Allora la guerra era già bell`e pronta. Avevano preparato tutto. Gli incidenti allo  stadio erano una scusa. Il conflitto sarebbe scoppiato comunque».
E vent`anni dopo non si può ancora parlare di pace?
«La pace ora l`abbiamo! Ed è la cosa più preziosa. Quello che manca è una vera riconciliazione». Si parlava di una commissione per la verità e la riconciliazione sul modello del Sudafrica.
«Non credo che funzionerebbe. I tedeschi stanno provando a lanciare qualcosa
di simile, il 6 e 7 dicembre a Belgrado, con una grande Conferenza. Ma bisogna raggiungere il cuore della gente».
 
Che cosa si dovrebbe fare?
 
«Il nostro problema è che non parliamo del passato. Fra croati e serbi, albanesi. Non abbiano mai chiarito di chi erano le responsabilità nella Seconda
guerra mondiale, nella guerra civile. Preferiamo nascondere le cose sotto il tappeto. E invece finché non si fanno i conti col passato non si può
guardare al futuro».
 
C`è un problema culturale quindi?
 
«Finché avremo dei libri di storia, a scuola, impregnati di nazionalismo, non se ne esce. Tutto il sistema educativo è da cambiare. In Serbia come in Croazia
l`ideologia nazionalista ha sostituito quella comunista. E il principio autoritario non è cambiato. La gente teme ancora il potere, tende a pensare come dicono dall`alto. Ed è facilmente manipolabile da chi usa la propaganda nazionalista».
 
Come se ne esce?
«Serve una rivoluzione culturale che vada dall`alto in basso. Cambiare libri di
scuola, cambiare il linguaggio dei media. E quello della politica».
 
 
 
 
 
 
290 – Panorama 26/10/14 Cultura -  Trieste torna italiana
 
Trieste torna italiana
 
Edoardo Frittoli
 
Occupata e divisa in due zone di influenza nel 1945, la Venezia Giulia fu al centro della prima fase della guerra fredda. L’area fu divisa in due macro zone di influenza: la zona A controllata dagli anglo-americani e la zona B dagli jugoslavi. Dal 1947 Gorizia e Monfalcone tornarono all’Italia, mentre l’Istria divenne definitivamente parte del territorio della Federazione Jugoslava.
 
Anche la città di Trieste fu separata in due zone e posta sotto l’amministrazione anglo-americana (AMG-FTT) o Territorio libero di Trieste, e sotto l’amministrazione di Belgrado (zona B-TLT).
 
Dalla zona d’influenza jugoslava era partito l’esodo drammatico degli abitanti di etnia italiana (Istria, Dalmazia). Solo nel 1953, dopo anni di tensione e scontri per il ritorno all’Italia del capoluogo giuliano, gli Alleati diramarono un comunicato unilaterale (in copia solo all’Italia) in cui assicuravano il ritorno della zona A all’Italia, senza accettare ulteriori rivendicazioni jugoslave. Il fatto creò forti tensioni fra i blocchi, tanto che nei giorni successivi ci fu un concentramento di truppe ai rispettivi confini.
 
Il 4 novembre 1953, festa della Vittoria, i triestini valicarono il confine della TLT e manifestarono presso l’ossario di Redipuglia. Poco dopo fu issato il tricolore sul municipio, prontamente ammainato dagli inglesi. Ne seguirono gravi scontri che provocarono un morto tra i manifestanti. Il giorno dopo fu indetto lo sciopero generale e la polizia militare alleata sparò uccidendo cinque cittadini.
 
Il sangue di Piazza Unità d’Italia porterà, qualche giorno dopo, ai protocolli di Londra. La Jugoslavia accettava lo “statu quo” in cambio del finanziamento angloamericano nella zona portuale slovena (Fiume).
 
Dopo 10 mesi circa di trattativa e un aggiustamento territoriale leggermente favorevole a Tito, il 26 ottobre 1954 la città di Trieste ritornava ufficialmente parte del territorio italiano.
 
 
 
 
 
291 – Avvenire 23/10/14 1954: il tricolore toma su Trieste
 
 
 
Anniversari
 
Sessant’anni fa i militari italiani sfilavano per le vie della città: si concludeva così oltre un decennio di occupazioni che ci avevano contrapposto alla Jugoslavia
 
Parla lo storico Raoul Pupo
 
1954: il tricolore toma su Trieste
 
FRANCESCO DAL MAS
TRIESTE
 
Migliaia di triestini in piazza Unità d’Italia, lungo le Rive, sul molo Audace. Tutti a festeggiare la colonna dei camion dei militari italiani che facevano ingresso nella città. È il 26 ottobre 1954. Trieste toma italiana, dopo 11 anni di occupazioni contrapposte. Ripercorriamo quel dramma e quella festa con Raoul Pupo, che insegna storia contemporanea al Dipartimento di scienze politiche e sociali dell’Università di Trieste. Alla questione di Trieste ha dedicato opere come II lungo esodo (Rizzoli, 2005) e Trieste ’45 (Laterza, 2010). Nel 2014, sempre per Laterza, ha curato il volume La vittoria senza pace. Le occupazioni militari italiane alla fine della Grande Guerra, che verrà presentato il 28 novembre alla camera dei deputati, a Roma.
 
Iztok Furlanic, presidente del Consiglio comunale di Trieste, ha sostenuto in questi giorni che l’esercito jugoslavo ha liberato Trieste dai nazisti; altro che occupazione. Lei, da storico, è trasecolato?
«No, per niente, perché so bene che a Trieste convivono due memorie diverse. Per una componente della popolazione – che nel 1945 era piuttosto numerosa, perché comprendeva gli sloveni e buona parte dei comunisti italiani – la liberazione è arrivata sulle baionette dell’armata popolare jugoslava, perché era liberazione non solo dai nazisti ma anche dall’Italia. Per l’altra componente, che in seguito si sarebbe rivelata maggioritaria, la liberazione è invece quella portata dagli anglo- americani, che il 12 giugno costrinsero a sgombrare le truppe jugoslave. Per questo in riferimento a Trieste gli storici parlano in genere di “liberazioni” al plurale, o di “doppia liberazione”».
 
Il 7 giugno 1953 non passa il progetto De Gasperi di modificare la legge elettorale e l’allora presidente deve cedere il passo a Giuseppe Pella che deve vedersela con l’inaspettata crisi internazionale. Se De Gasperi fosse rimasto a capo del Governo, la prospettiva per Trieste come sarebbe cambiata? De Gasperi, infatti, non era favorevole alla divisione del territorio così come poi avvenne.
 
«Era abbastanza chiaro che dopo le elezioni del 7 giugno si sarebbe arrivati alla trattativa finale sulla sorte del TLT. Se De Gasperi avesse vinto, la posizione negoziale dell’Italia si sarebbe rafforzata, ma non sappiamo se ciò sarebbe stato sufficiente per salvare all’Italia almeno alcune delle cittadine della zona B. Invece la sconfitta di De Gasperi e la sua sostituzione con un governo debole come quello di Pella rischiarono di far franare la capacità negoziale italiana. Per questo Pella, da un lato mise in piedi una dimostrazione militare, dall’altro si affrettò ad informare gli anglo-americani che si sarebbe accontentato di Trieste, purché subito e con una formula tale da “salvare la faccia” al governo italiano».
 
Gli anglo- americani proposero all’Italia un accordo con la Jugoslavia in termini di “prendere o lasciare”. L’Italia perché fu costretta a fare quel sacrificio? Non aveva proprio nessuna alternativa?
«No, perché la sua posizione si stava indebolendo sempre di più, visto che il suoi alleati si erano già messi d’accordo con la controparte… Inoltre, la situazione a Trieste era gravissima, perché la popolazione italiana era esasperata contro il governo militare alleato, nel novembre 1953 c’erano stati i morti per le strade e la crisi poteva riesplodere in ogni momento». Le truppe italiane furono accolte a Trieste con una festa per aspetti sorprendente. La città usciva da 11 anni di successive occupazioni – nazista, slava e alleata – ancorché diversamente caratterizzate. Così si spiega anche quell’accoglienza così festosa. Ma la responsabilità storica di chi è stata? Lei ha ripetutamente spiegato che, alla fin fine, le popolazioni di frontiera si sono trovare a pagare più di tutte le altre il peso della «follia della politica estera fascista». Perché parla di follia? «La Grande Guerra aveva portato all’Italia tutte le “terre irredente” e anche qualcosa di più. Inoltre, aveva allontanato a nord e ad est le grandi potenze dal confine italiano. La politica fascista, prima accettò l’Anschluss, con il quale si trovò il Terzo Reich al Brennero, e poi fece saltare il confine orientale concordato con la Jugoslavia nel 1920 a Rapallo.
Per un paio d’anni l’Italia si gonfiò ad oriente annettendo parte della Slovenia, la Dalmazia e il Montenegro e poi collasso clamorosamente, trascinando nell’abisso anche i territori guadagnati con la prima guerra mondiale. Alcuni di questi erano abitati da sloveni e croati, ma altri erano città italiane, come Zara, Fiume, Pola, Capodistria… Trieste si salvò solo perché porto dell’Austria».
 
Trieste, anche all’epoca, era molto laicista. Eppure alla sua guida si pose una classe dirigente cattolico-democratica. Come la preparò lo storico vescovo Santin?
«Il fatto è, che la classe dirigente, la quale era non solo laicista ma anche nazionalista, aveva fatto fallimento, sostenendo compatta il fascismo e collaborando apertamente con i nazisti. Nel dopoguerra quindi non aveva più la legittimità politica per guidare una nuova stagione irredentista di concerto con il governo dell’Italia democratica e con il sostegno degli anglo-americani, che avevano combattuto contro fascisti e nazisti. Il vuoto venne riempito dai cattolici agendo sia dall’alto che dal basso. Dall’alto, con l’opera del vescovo Santin, che era un patriota ed un uomo di forte personalità. Come altri vescovi italiani, Santin aveva assunto il ruolo di “defensor civitatis” dopo la fine della guerra, perché altri punti di riferimento autorevoli per gli italiani non c’erano. Anche la vecchia dirigenza liberal-nazionale finì rapidamente per guardare a lui. Contemporaneamente, dal basso, un sacerdote d’eccezione, don Edoardo Marzari, durante la resistenza guidò il CLN e nel dopoguerra diede impulso alle organizzazioni sociali e politiche dei cattolici. Questi quindi si erano legittimati anche sul piano antifascista e potevano offrire alla città una nuova classe dirigente credibile e ben collegata con il governo di Roma. Gli anglo-americani nicchiarono un po’ prima di accettarla, perché avrebbero preferito degli interlocutori laici e massoni, ma questi ormai politicamente non contavano più nulla».
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
292 – La Voce di Romagna 28/10/14 Gianni Ruzzier: Il giorno che Trieste tornò italiana
 
 
GIANNI RUZZIER, ESULE DA PIRANO, TESTIMONE DI QUELL’INDIMENTICABILE CERIMONIA
 
Il giorno che Trieste tornò italiana
 
Il grande maestro riminese Carlo Alberto Rossi ha composto “Trieste mia” portata al successo da Teddy Reno
 
 
Così Ruzzier ricorda i momenti precedenti dell’ingresso in città delle truppe italiane: “La vigilia nessuno riuscì a dormire. Al Silos dove vivevo abitava anche un certo Casalanguida che possedeva una balilla. Su quella macchina, tutta avvolta dalle bandiere tricolore salirono suo figlio e un altro ragazzo, mentre io ero aggrappato al predellino. Sul cofano c’era la bandiera dell’Istria abbrunata. In quella giornata di festa i profughi istriani, fiumani e dalmati non poterono fare a meno di esporre sui davanzali il loro simbolo listato a lutto. Era ormai certo che la zona B del Tlt, Territorio libero di Trieste, non sarebbe più tornata all’Italia”. E’ il caso di ricordare che il Trattato di pace del 1947 aveva previsto la creazione del Tlt di Trieste; nell’impossibilità di nominare un governatore condiviso, si era proceduto alla divisione in due zone, la A sotto amministrazione alleata, la B, che arrivava fino al fiume Quieto sotto amministrazione jugoslava. Sarà il Trattato di Osimo del 1975 a ratificare definitivamente quella divisione. “La balilla – continua il racconto di Ruzzier – faceva la spola da Miramare verso il centro di Trieste per avvisare la cittadinanza sui movimenti delle truppe italiane in marcia verso la città. Il generale inglese John Winterton, quello che aveva ordinato alla polizia civile di sparare durante le manifestazioni del novembre 1953, aveva già passato le consegne al generale De Renzi e si era allontanato dalla città praticamente di nascosto”. Ruzzier racconta con commozione le manifestazioni di entusiasmo tributate dai triestini ai militari. Dovunque sventolavano le bandiere tricolore distribuite dalla Lega Nazionale, associazione irredentistica che risale all’Impero Austro Ungarico. Ai bersaglieri vennero strappate le piume del cappello, gli altri militari vennero letteralmente spogliati di gradi, stellette e mostrine. Quei trofei finirono nelle case dei triestini che li hanno conservati gelosamente. Viste le circostanze, il Comando truppe ovviamente non punì chi aveva la divisa in disordine. Il giovane Ruzzier era stato protagonista delle tragiche giornate del 5 e 6 novembre 1953, quando negli scontri tra la popolazione e la polizia civile avevano perso la vita sei persone di età compresa tra i 15 e i 65 anni. A dare origine alla protesta popolare era stato il divieto del generale Winterton all’esposizione del tricolore sugli edifici pubblici in occasione del 4 novembre, Festa della Vittoria. Gli scontri erano iniziati proprio il 4 novembre, un corteo di ritorno dal Sacrario di Redipuglia stava per avvicinarsi a piazza dell’Unità quando la polizia civile strappò senza tanti convenevoli il tricolore a un ragazzo, si trattava di Ruz-zier. Quella scena è stata immortalata da un fotografo ed è stata pubblicata su diversi giornali. Sulla destra si scorge un agente in borghese che sta per sferrare un pugno a Ruzzier, mentre sulla sinistra un agente in divisa si accinge a colpirlo con il moschetto, mentre alle spalle un ufficiale inglese lo afferra per il collo. Esiste anche una foto che riprende l’agente che gli aveva strappato la bandiera mentre si allontana di corsa. “Ero riuscito – continua il racconto di Ruzzier – a recuperare l’asta con l’albarda; gli esuli residenti al silos avevano fatto una colletta perché su quella bandiera fosse ricamata la data del 4 novembre”. Tornando alle drammatiche giornate del 5 e 6 novembre, Ruzzier ricorda che davanti alla chiesa di Sant’Antonio, dove erano cadute sotto il fuoco della polizia civile due persone, un anonimo aveva lasciato una grande scritta: “Con la schiuma limacciosa dei tuoi mercenari, con la maledizione degli italiani, caporale Winterton vattene in Kenia!”. Quel cartello verrà rimosso solo dopo oltre una settimana. “Ero amico – continua il ricordo di Ruzzier – di due delle vittime. Leonardo Manzi veniva da Fiume, e aveva 16 anni. Durante gli scontri era riuscito a strappare la carabina dalle mani di un agente, venne però colpito da un proiettile e morì poco dopo il ricovero all’ospedale. Pietro Addobbati era figlio di un noto medico di origini dalmate, arrestato dai tedeschi e deportato a Dachau, che passava spesso al silos per assistere gratuitamente gli esuli”. Ruzzier durante gli scontri era a pochi passi da Addobbati e da Antonio Zavadil, il più anziano dei sei caduti, dipendente del Lloyd Triestino ed esule istriano. Il dottor Addobbati, venuto a conoscenza che all’obitorio avevano portato un ragazzo ucciso durante gli scontri era andato a vederlo, trovandosi così di fronte ad una tragica realtà. La sua casa era diventata meta del pellegrinaggio dei triestini, che firmavano il registro delle condoglianze. Il dottor Addobbati, per ricordare il figlio si impegnò con grande dedizione all’assistenza degli esuli istriani. Veniva spesso a Pesaro per visitare l’istituto creato da padre Pietro Damiani per dare ospitalità e formare professionalmente i giovanissimi esuli istriani, per lo più orfani di almeno un genitore. Nel 2004, l’allora presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi ha conferito alla memoria dei sei caduti la medaglia d’Oro al merito civile. E per concludere da ricordare l’attenzione del mondo dello spettacolo verso Triste staccata dal resto dell’Italia e l’Istria assegnata alla Jugoslavia. Dopo il ritorno di Trieste all’Italia l’impegno di Ruzzier sarà verso la zona B del Tlt, formalmente ancora territorio italiano sotto amministrazione jugoslava, fino al 1975, quando per effetto del Trattato di Osimo l’Italia rinuncerà ufficialmente alla sovranità. All’inizio degli anni ’50 vennero realizzati diversi film sulle gesta di eroi della Prima guerra mondiale come “Fratelli d’Italia” dedicato a Na-zario Sauro da Capodistria, regia di Fausto Saraceni e interpretato da Ettore Manni. Sempre di quegli anni è una nota canzone del grande maestro riminese Carlo Alberto Rossi, “Trieste mia” portata al successo da Teddy Reno, triestino, che aveva esordito a Rimini al teatro Novelli, nel 1943, in uno spettacolo organizzato dallo stesso Rossi. Teddy Reno, all’anagrafe Ferruccio Merk Ricordi, ha uno stretto legame con la Romagna. Ha infatti vissuto a Cesena, dove il padre era dirigente delle industrie Arrigoni, mentre la prima moglie Vania Protti aveva gestito per anni una boutique in viale Ceccarini. “Era un periodo turbolento – aveva raccontato diversi anni fa alla Voce il maestro Rossi – scrissi Trieste mia come contributo per far tornare la città all’Italia. Assieme a Teddy Reno veniva cantata da Italia Vaniglio. Per me Trieste era un faro, ne avevo letto la storia, avevo degli amici. E’ una città bellissima, solare, i triestini hanno una parlata musicale”. Anche la celebre canzone di Nilla Pizzi “Vola colomba” ha come contesto quel tormentato periodo di storia nazionale.
 Aldo Viroli
 
Quando si svolge la vicenda
Dopo la firma del memorandum di Londra
 
Il 26 ottobre di 60 anni fa Trieste festeggiava la sua completa liberazione dopo quasi due anni di occupazione tedesca, nove di amministrazione angloamericana intervallati dai 40 terribili giorni di occupazione jugoslava. Quel giorno, per effetto del Memorandum di Londra, firmato il 5 ottobre, le truppe italiane entravano in città tra l’entusiasmo della popolazione. A testimoniare i momenti più drammatici della storia del capoluogo giuliano restano la Risiera di San Sabba, l’unico lager nazista in Italia con il forno crematorio e la Foiba di Basovizza dove durante la quarantena jugoslava ha trovato la morte un numero imprecisato di triestini, e di militari italiani e tedeschi. Giovanni Ruzzier, esule da Pirano e maresciallo in congedo della Guardia di Finanza, oggi riminese d’adozione, è testimone di quel lontano 26 ottobre. Allora aveva 20 anni e viveva al Silos, a pochi passi dalla stazione centrale, in quegli anni adibito a campo profughi. L’edificio è tuttora esistente e adibito a terminal delle autolinee internazionali e parcheggio. Ruzzier ricorda con grande commozione gli amici Leonardo Manzi e Pietro Abbobbati, caduti nelle tragiche giornate del 5 e 6 novembre 1953, quando i triestini erano scesi in piazza per chiedere il ritorno della città all’Italia.
 
293 – Il Giornale 23/10/14 La stanza di Mario Cervi,  L`angoscia di Trieste fra liberazione e sovietizzazione
 L`angoscia di Trieste fra liberazione e sovietizzazione
È aberrante sentir affermare, da esponenti del Pd di origine slovena come Furlanic e Baudin, che la liberazione di Trieste è avvenuta grazie a Tito. Dimenticano che con il trattato di Parigi del 1947 Trieste venne dichiarata Territorio Libero e divisa a metà tra Italia e Jugoslavia e poi, dopo scontri sanguinosi, con il patto di Londra venne destinata all`Italia e liberata nel 1954.L`Italia dovette però rinunciare all`Istria.  I due esponenti di origine slovena, avendo un profondo spirito antiitaliano, dovrebbero andarsene nel loro Paese di origine.
Armando Vidor
Loano (Savona)
Caro Vidor, i due esponenti di origine slovena del Pd hanno formalmente ragione quando affermano che Trieste fu «liberata» dalle milizie titine. Queste s`impadronirono infatti della città prima che, dopo lungo negoziato, gli anglo americani potessero mettervi piede. Ma qui bisogna intendersi sul termine «liberata». Con l`occupazione titina Trieste precipitò in un inferno, gli italiani ne furono angosciati. Solo l`Unità, di tutta la nostra stampa, esultò con un grande e menzognero titolo: «Trieste è libera». Trieste era invece sotto la schiavitù dì un dispotismo crudele. Fu quella la stagione delle orribili foibe – a Basovizza gli alleati trovarono 450 metri cubi di resti umani – delle fughe, delle requisizioni, della sovietizzazione d` ogni realtà economica. Molti milioni di lire in banconote, custoditi nella sede locale della Banca d`Italia, vennero prontamente trasferiti in forzieri jugoslavi. A quei giorni di dolore e di passione seguì una sofferta normalità, Trieste fu dichiarata territorio libero, prima della ricongiunzione con una Madrepatria piuttosto distratta. Sì, le avanguardie titine entrarono per prime in Trieste. Una tragedia della quale tanti portano ancora i segni nel corpo e nell`animo.


 Si ringraziano per la collaborazione della Rassegna Stampa: L’Università Popolare di Trieste e l’Assoc. Nazion.Venezia Giulia e Dalmazia – ANVGD di Gorizia

 
ARENA DI POLA DEL 16/10/2014 I TITOLI PRINCIPALI
ARENA DI POLA DEL 16/10/2014
ANNO LXX 3.374 - MENSILE N. 10 DEL 16/10/2014
I TITOLI PRINCIPALI:
- Antonio Ballarin presidente di Federesuli
- il 3 novembre a Pola per i defunti
- DI QUA E DI LA' DAI CONFINI
- ATTUALITA' GIULIANO DALMATA
- A JESOLO IL 61° RADUNO NAZIONALE DEI DALMATI
- Il 20° Incontro con la Cultura dalmata
- Il Consiglio comunale ADIM - LCZE conferma la fiducia al sindaco Franco Luxardo
- La nascita del turismo a Lussino
- Straulino ricordato a Lussino e a Trieste
- OSIMO: NUOVE RIVELAZIONI
- IERI & OGGI
- LIBRI
- LINGUA & DIALETTO
- LETTERE IN REDAZIONE
- LA NOSTRA MEMORIA
- Secondo raduno degli esuli albonesi ad Albona
Ultimo aggiornamento ( domenica 02 novembre 2014 )
 
L'ESODO DEI GIULIANI DALMATI

 LINEE GUIDA PER LA PRESENTAZIONE DEL DVD "ISTRIA ADDIO"

 www.arenadipola.it/images/pdf/l%27esodo%20dei%20giuliano-dalmati.pdf

 

 In una intervista del 1991, il braccio destro di Tito, Milovan Gilas, dichiarò:

 “Nel 1945 io e Kardelj fummo mandati da Tito in Istria.

Bisognava dimostrare alla Commissione Alleata che quelle terre erano jugoslave.

Era nostro compito indurre tutti gli italiani ad andar via con pressioni di ogni tipo”.

“E così fu fatto”

 

Ultimo aggiornamento ( domenica 02 novembre 2014 )
 
Rassegna stampa n. 921 del 11/10/2014

MAILING LIST HISTRIA
RASSEGNA STAMPA

a cura di Maria Rita Cosliani – Eufemia G.Budicin – Stefano Bombardieri

N. 921 – 11 Ottobre 2014
    
Sommario


268 - Il Piccolo 08/09/14 Non cancelleremo mai il nome di Tito (Mauro Manzin)
269 - La Voce del Popolo 18/09/14 Rovigno nel cuore degli esuli (Sandro Petruz)
270 - Il Giornale  18/09/14  La Scozia d'Italia? Un sogno possibile solo per i veneti (Carlo Lottieri)
271 - La Voce del Popolo 18/09/14 Corso di laurea dedicato a Missoni
272 - L'Arena di Pola 22/09/2014 Non ha senso opporsi al corso della storia (Silvio Mazzaroli)
273 - Aise 22/09/14 LA VOCE DEL POPOLO (CROAZIA) -  “TORNAR” A PIEMONTE D'ISTRIA, UNO DEI SIMBOLI DELL'ESODO (Ilaria Rocchi)
274 - La Voce del Popolo 29/09/14 Un invito alla riflessione - Raduno del LCFE (Rosanna Turcinovich Giuricin)
275 - La Voce del Popolo 29/09/14 ExTempore:  Sentita partecipazione della Regione Veneto (Tiziana Dabović)
276 - La Voce del Popolo 29/09/14 Sissano: Istrioto, un'idioma ormai in estinzione (Daria Deghenghi)
277 - Il Piccolo 02/10/14 Lettere -  BASTA CON LE MISTIFICAZIONI STORICHE DI ANPI E HONSELL (Luca Urizio)
278 - Il Piccolo 06/10/14 Zara - In Consiglio si litiga su Calle Larga, interviene la polizia (a.m.)
279 - La Voce di Romagna 07/10/14 Libro - Gorizia - Poggiolini, un eroe romagnolo (Aldo Viroli)

Rassegna Stampa della ML Histria anche in internet ai seguenti siti  :
http://www.arenadipola.it/
http://10febbraiodetroit.wordpress.com/
http://www.adriaticounisce.it/


268 - Il Piccolo 08/09/14 Non cancelleremo mai il nome di Tito

«Non cancelleremo mai il nome di Tito»
Fiume e l’Istria bocciano la proposta dell’Hdz di eliminare dalla toponomastica il defunto Maresciallo.
«Ricordo ancora vivo»

di Mauro Manzin
 
 TRIESTE. «Cancelleremo il nome di Tito dalla toponomastica della Croazia», aveva gridato il leader dell’Hdz (centrodestra) Tomislav Karamarko dal palco di Dubrovnik il giorno dedicato ai martiri di tutte le dittature. «Riscriveremo la storia - aveva aggiunto - perché ciascuno occupi il posto che si merita e Tito, che viene descritto come un viveur e una persona a modo altro non era se non un dittatore».
Apriti cielo. Era meglio che il presidente del maggior partito di opposizione in Croazia promettesse, qualora risultasse vincitore alle prossime elezioni politiche, di aumentare le tasse. Perché a scatenarsi contro di lui non è stata solo la nipote del defunto presidente della Jugoslavia, Saša Broz, ma anche le principali forze politiche dell’Istria e del Quarnero dove storicamente la maggioranza politica va ai socialdemocratici, come a Fiume “la rossa”, e alla Dieta democratica istriana (Ddi).
Ad alzare la voce è proprio il primo cittadino di Fiume, Vojko Obersnel (Sdp). «Intanto Karamarko aspetti le elezioni per vedere chi sarà in grado di cambiare qualcosa - esordisce il sindaco - e poi studi bene che cosa diceva di Tito il primo presidente della Croazia, Franjo Tudjman alla cui memoria è solito inchinarsi». «Sotto l’incomprensibile politica dello Stato indipendente della Croazia di Ante Paveli„ (Ndh) l’Istria e Fiume - aggiunge - erano sotto la sovranità italiana, ma con la guida di Tito sono ritornate sotto l’ala della Croazia. In questi luoghi la gente guarda in tutt’altra maniera verso Tito».
 
269 - La Voce del Popolo 18/09/14 Rovigno nel cuore degli esuli

Rovigno nel cuore degli esuli

Scritto da Sandro Petruz


ROVIGNO L’amore per il luogo natio non sfiorisce mai e per questo motivo gli esuli dell’Associazione “Famìa Ruvignisa” hanno festeggiato il 57.esimo incontro nell’amata Rovigno, in occasione delle festività di Sant’Eufemia. Il raduno annuale dell’Associazione che riunisce gli esuli rovignesi, si è concluso con un pranzo conviviale all’hotel “Eden”, cui hanno partecipato pure la vicepresidente della Regione Istriana, Viviana Benussi, il vicesindaco Marino Budicin e il direttore del Centro di Ricerche Storiche, Giovanni Radossi. Intervenuto pure il giovane Alessio Giuricin, che ha presentato il suo scritto dedicato alle storie che suo nonno gli raccontava in dialetto rovignese, che gli è valso il premio speciale “Famìa Ruvignisa” al Concorso Mailing List Histria 2014. Ai convenuti, un centinaio, sono stati distribuiti il vocabolario italiano-rovignese scritto dal prof. Libero Benussi e il libro “Svolta dolorosa - nuova svolta”, della prof.ssa Franca Dapas. L’incontro è stato arricchito da un suggestivo concerto di Nives Veggian Budicin e Sergio Preden - Gato, che hanno presentato diverse famose bitinade rovignesi. Si è concluso con il brano che è considerato l’inno della città, “La viecia batana”, intonato da tutti i presenti con l’accompagnamento musicale al pianoforte del maestro Massimo Brajković.

Quattro giorni intensi

Nei quattro giorni di permanenza, gli esuli hanno organizzato un programma veramente ricco e intenso, che è iniziato con la partecipazione alla “Serata in famiglia” presso la Comunità degli italiani. Una serata che il presidente dell’Associazione, l’ing. Francesco Zuliani, ha definito superlativa sia per l’organizzazione che per la bravura del coro della “Marco Garbin” e dei giovani cantanti del sodalizio rovignese, che hanno dato vita a un bellissimo spettacolo musicale.

Gli esuli hanno visitato pure il cimitero cittadino per una cerimonia di commemorazione dedicata a tutti i caduti rovignesi della Seconda guerra mondiale, a coloro che sono stati deportati nei campi di concentramento, alle vittime delle foibe e a tutti gli esuli che sono morti lontano dal luogo natio. I discendenti delle famiglie Manzin e Rocco hanno donato al cimitero due lapidi, rispettando la volontà dei propri cari. L’Associazione ha pure deposto tre corone di fiori in ricordo del grande maestro Piero Soffici, del pentatleta rovignese Silvano Abbà e di tutti i caduti.

Nella ricorrenza della giornata patronale, come ogni anno si è svolta la messa solenne nella chiesa di Sant’Eufemia, che riveste un significato particolare per tutti gli esuli rovignesi, perché è lì che molti di loro hanno ricevuto i primi sacramenti.

Tra i vari incontri, pure quello con lo storico e giornalista Guido Rumici, che ha presentato le sue ultime ricerche sull’Istria dal 1940 al 1952, e una visita alla città di Pola con due guide d’eccezione, come la prof.ssa Claudia Milotti e Lino Vivoda, che hanno presentato l’enorme patrimonio storico romano della città.

2015 dedicato a Piero Soffici

Momento molto atteso, l’Assemblea annuale, che ha visto l’approvazione delle linee guida per il futuro, basate sulla divulgazione della storia dell’Istria alle generazioni più giovani e sulla continuità della collaborazione con i “rimasti” perché, come ha sottolineato più volte il presidente dell’Associazione, i rovignesi sono un popolo unico, unito da una storia comune ma diviso dal destino. L’Associazione continuerà a lavorare pure sulla promozione e valorizzazione dei personaggi storici di Rovigno. In particolare, il prossimo anno verrà celebrato in modo adeguato il decimo anniversario della scomparsa del maestro Soffici, che ha musicato in maniera impareggiabile l’amore che ogni rovignese nutre per la sua città. L’ing. Zuliani ha inoltre esortato i membri dell’Associazione a seguire il suo esempio e a portare i propri familiari a Rovigno per far conoscere da vicino le bellezze naturali e la storia di questa città.

“Questo raduno mi rimarrà nel cuore soprattutto per aver portato i miei nipotini, Luca di 15 anni e Marco di 7, a conoscere il mare e la costa della mia Rovigno e far sentire loro le nostre bitinade, affinchè comprendano quanto questa città sia un luogo indimenticabile”, ha rilevato Zuliani.

270 - Il Giornale  18/09/14  La Scozia d'Italia? Un sogno possibile solo per i veneti

La Scozia d'Italia? Un sogno (possibile) solo per i veneti

La Serenissima vanta una storia gloriosa e un'economia forte. E desidera l'indipendenza, a differenza della Lombardia

di Carlo Lottieri

Nel quadro europeo vi sono molte regioni animate da spinte separatiste. Oltre all'unità di Spagna e Regno
Unito (contestata da catalani e scozzesi), è certo a rischio la tenuta del Belgio, dato che l'indipendentismo fiammingo va crescendo di elezione in elezione.
E situazioni calde esistono anche da noi, sebbene non sia facile dire quale sia la Scozia d'Italia e quale potrebbe essere, insomma, «l'anello che non tiene»: il luogo di disgregazione dell'unità costruita a metà Ottocento. Di primo acchito, si potrebbe pensare che le maggiori analogie con la situazione scozzese si ritrovino in Sicilia, che all'indomani della Seconda guerra mondiale seppe giocare la carta della propria diversità e conquistò un'autonomia particolarmente forte. Per giunta, se la Scozia ha i pozzi di petrolio, in Sicilia si pretende di tenere per intero le accise della raffinazione. Ma le analogie finiscono qui, dato che la dipendenza dell'economia siciliana dai soldi pubblici è talmente forte che ogni progetto separatista rischia di essere percepito dai più come autolesionista.
Un discorso in parte diverso merita la Sardegna, dove spiccato è il senso di un'identità ben definita. Fino a oggi, però, l'indipendentismo sardo ha patito un'attitudine alla chiusura etnico-culturale che gli ha impedito di fare presa sulla società più dinamica. Ora sta nascendo anche un indipendentismo liberale, che associa autogoverno e libero scambio, ma la strada da compiere resta lunga.

In questo quadro è normale che le spinte maggiori alla disgregazione si registrino al Nord. E così è significativo che a Trieste nei giorni scorsi siano scese in strada migliaia di persone a sostenere che lo statuto della città giuliana all'interno dei confini italiani è illegittimo, dato che il Trattato di Pace di Parigi del 1947 - alla fine della Seconda guerra mondiale - aveva creato un'entità indipendente che non è mai stata davvero cancellata.
A ben guardare, però, la Scozia d'Italia (o la nostra Catalogna, e si preferisce) è con ogni probabilità il Veneto. È qui che la volontà di andarsene è più radicata: e per una serie di ragioni. Sul piano storico e culturale, Venezia può ricordare al mondo di avere avuto dieci secoli di storia indipendente. Pure dal punto di vista linguistico - da Goldoni a Marin, a Zanzotto - quello veneto è un idioma che vanta una bellissima letteratura e che tutt'oggi è praticato quotidianamente. Ma c'è di più.
I veneti vengono da una storia recente assai difficile, fatta di povertà ed emigrazione, e nel corso degli ultimi trent'anni hanno avuto una crescita significativa, spesso ricondotta al cosiddetto «miracolo del Nord-Est». Questa stagione, però, ormai è chiusa. La popolazione si trova quindi a fare i conti con un passato remoto molto glorioso, un passato meno remoto piuttosto difficile, un passato prossimo di sviluppo e floridezza, e un presente assai cupo. La consapevolezza di essere penalizzati da Roma (di dare all'Italia molto più di quanto non si riceva) spinge così i veneti a sognare una rinascita del Leone di Venezia. E non si tratta solo di sogni.
Da qualche tempo il mondo indipendentista veneto è davvero attivo e dinamico. Un'iniziativa come quella di Plebiscito 2013 ha richiamato su Venezia l'attenzione di tutti e anche a seguito di ciò il Consiglio regionale ha approvato due leggi che mettono al centro proprio il tema dell'autodeterminazione. Nelle scorse settimane il governo Renzi ha chiesto alla Consulta di bloccare queste norme, ma la battaglia - non tanto giuridica quanto politica - si annuncia davvero dura.

Se il Veneto è pronto allo scontro con Roma, i vicini lombardi sonnecchiano. Nonostante siano i più penalizzati dall'unità, oggi non appaiono particolarmente attivi, ma anche qui il vento catalano e scozzese potrebbe presto produrre i suoi effetti.

271 - La Voce del Popolo 18/09/14 Corso di laurea dedicato a Missoni

Corso di laurea dedicato a Missoni

MILANO | Verrà dedicato a Missoni il corso di “Storia e documentazione della moda”, che si terrà da ottobre a dicembre, presso la facoltà di Studi Umanistici dell’Università degli Studi di Milano, nell’ambito del corso di laurea magistrale in “Editoria, culture della comunicazione e della moda”.
L’Università ha pensato a Missoni come primo candidato per questo progetto didattico, per impostare un nuovo percorso formativo per le professioni legate alla storia e alla comunicazione della moda.
Il corso, articolato in lezioni frontali, introdurrà “I mercoledì di Missoni”: una serie di incontri durante i quali componenti della famiglia e rappresentanti dell’azienda condivideranno con gli studenti i segreti di una casa di moda e illustreranno gli aspetti principali legati al lavoro al quale si stanno preparando, visti da una prospettiva inedita.

272 - L'Arena di Pola 22/09/2014 Non ha senso opporsi al corso della storia

Non ha senso opporsi al corso della storia

di Silvio Mazzaroli

«Quando penso al valido contributo dato dagli italiani alla società croata, nella cultura, nella politica, nella ricerca, nell’istruzione e nello sport, devo dire che senza di loro la Croazia non sarebbe stata la stessa». A dirlo, in occasione dell’incontro con il Presidente Napolitano avvenuto a Pola, presso la Comunità degli Italiani, il 3 settembre 2011, è stato il Presidente croato Josipović. Ai più scettici e prevenuti potrà allora essere apparsa poco più che una captatio benevolentiae ma, di fatto, suonava come una nota di merito per noi italiani ed, in particolare, per noi istriani e polesani di lingua e cultura italiana. Era, comunque, quella una tappa del percorso di riavvicinamento tra italiani e slavi – la cui persistente conflittualità può essere fatta risalire al periodo 1914-1945 – avviato il 13 luglio 2010 con il Concerto dell’Amicizia a Trieste e rilanciato il 6 luglio 2014 a Redipuglia con l’esecuzione del Requiem per le vittime di tutte le guerre - Le vie dell’Amicizia, nell’ambito delle celebrazioni per il Centenario della Grande Guerra. Ancora, il successivo 7 luglio, all’inaugurazione congiunta con il Presidente Napolitano della Panchina della pace, il Presidente sloveno Borut Pahor, affacciandosi da Monte Santo sulla piana di Gorizia, ha affermato che «… la pace va perseguita in modo attivo […] perché se non c’è gente che attivamente la vuole, la guerra può capitare…».
 
Sono stati episodi che hanno visto il coinvolgimento dei massimi rappresentanti di Italia, Slovenia, Croazia e, limitatamente alle ultime circostanze, Austria e che si possono annoverare tra i non molti esempi in cui iniziative volte alla riconciliazione tra i popoli adottate ai massimi livelli istituzionali si sono rese interpreti del buon senso della gente comune, decisamente stanca di contrasti e divisioni. Quel buon senso che, ahinoi, troppo spesso viene inficiato da quanti, a livelli intermedi, arrogandosi il diritto di rappresentare una qualche specifica categoria di individui, anziché preoccuparsi del benessere generale e collettivo, curano interessi contingenti quando non anche solo personali.
E’ questa, per noi esuli da Pola, una nota amara poiché il percorso di ricucitura tra chi, italiano, fu costretto ad abbandonare la propria casa e chi, connazionale e non, tuttora risiede nella nostra amata Città e più in generale in Istria, da tempo avviato con convinzione dalla nostra Associazione, incontra ancora non poche difficoltà. Infatti, i piccoli passi compiuti dai primi anni ’90 dopo l’implosione della ex Jugoslavia, con la modesta accelerazione dovuta anche ai quattro raduni da noi tenutivi negli ultimi anni, hanno sin qui poco più che scalfito il muro di pregiudizi ed incomprensioni esistenti in merito.
Nei tempi post-ideologici che viviamo è lecito chiedersi il perché del permanere di una tale situazione di stallo. Lo è tanto più se si considera che anche al di là degli ormai inconsistenti confini del passato si avverte da tempo la medesima esigenza di riavvicinamento. Lo prova un documento presentato già il 12 novembre 1994 da Loredana Bogliun, Presidente del comitato promotore del Primo Congresso Mondiale degli Istriani, organizzato dalla Regione Istriana e tenutosi a Pola dal 13 al 16 aprile 1995, in cui si affermava che la minoranza italiana presente in Istria, riconosciuta dalla Costituzione croata, è una componente essenziale di detta realtà di cui contribuisce a definire «lo specifico carattere etnico, quale espressione dell’interculturalismo istriano che fa riferimento sia alla componente slava che latina dell’Istria» e nelle cui conclusioni si caldeggiava, tra l’altro, «il ritorno degli esuli istriani nella terra natale» quanto meno in forma di collaborazione culturale, imprenditoriale e commerciale. E’ ben vero che queste belle parole, presenti negli indirizzi programmatici iniziali della Dieta Democratica Istriana (DDI), hanno poi avuto, per i frequenti rigurgiti nazionalistici croati, uno scarso seguito ma lo è altrettanto che nel frattempo, non essendosi mai fermata la ruota della storia, sono intervenuti significativi mutamenti quali il miglioramento dei rapporti bilaterali italo-croati che  ̶ come sostenuto dai rispettivi Presidenti  ̶  sono oggi ottimali sia sul piano politico che economico e, soprattutto, l’ingresso della Croazia nella comune casa Europea.  Non dovrebbe poi essere privo di peso il fatto che proprio il predetto interculturalismo istriano è ancora oggi alla base dell’azione politica della DDI, partito di maggioranza e di governo in Istria ed a livello nazionale, volta alla conservazione dell’autonomia amministrativa della penisola da Zagabria. Una specificità, quella istriana, peraltro ampiamente riconosciuta e sostenuta, anche in tempi recentissimi, dal succitato Presidente Josipović.
Se, come dovrebbe, tutto questo ha un senso e tenuto conto – rifacendosi al passaggio d’apertura del presente articolo – che la stessa Pola senza l’apporto degli italiani di ieri sarebbe oggi, ed a maggior ragione, molto diversa da quella che è, risulta poco comprensibile come proprio nella nostra Città, più che altrove in Istria, si percepisca un’ostilità di fondo ad un fattivo riavvicinamento tra cittadini di ieri e di oggi, alla possibilità per noi esuli di sentirci  graditi ospiti in quella che, non per colpe bensì per meriti, è stata anche “casa nostra” e che del nostro essere stati suoi cittadini ci siano in loco visibili e, soprattutto, rispettati segni. In definitiva, quello che vi si respira è una sorta di ostracismo nei confronti di un nostro, per quanto limitato ed episodico, “ritorno”. Sembrerebbe quasi che ciò a cui aspiriamo, come compensazione morale e come segno tangibile di ricomposizione di un tessuto sociale che è stato strappato dalla Storia, come superamento di un passato che è stato difficile per tutti e come prova che è il presente che si vuol vivere ed il futuro che si vuol costruire, sia percepito come pericoloso. Forse, stando a quanto detto da Nelida Milani che conosce molto bene la realtà locale – «Pericoloso per chi non vuol gettare ponti e intende restare arroccato sulla sua torre e porsi in una condizione di vantaggio tenendosi stretta solo la sua memoria. È un atteggiamento di separazione che nasconde solo una grande paura. Questa paura c’è ancora a Pola» (“La Voce del Popolo”, 17 aprile 2014) – le cose stanno proprio così.
Non per questo ci si deve arrendere. Anzi!
Stimolo a perseverare nel cammino intrapreso, per cercare di vincere fobie che oggi non hanno davvero più alcuna ragione d’essere, ci viene anche dalla “primizia” rappresentata dalla presenza, oltre a quella di diverse altre figure istituzionali, dell’attuale sindaco di Pola Boris Miletič alla nostra celebrazione dell’eccidio di Vergarolla dello scorso 18 agosto (“L’Arena di Pola”, 21 Agosto 2014). Si è trattato di una partecipazione che abbiamo molto apprezzata, interpretandola come un lungamente atteso segnale d’apertura per un dialogo costruttivo, e che ci auguriamo possa essere foriera di positivi sviluppi.
Stando a quanto precede, avendo letto quanto a proposito di “abbraccio mortale” con i rimasti è apparso su un organo di stampa degli esuli, avendo preso visione di alcune dichiarazioni polemiche relative al passato contenute in articoli pubblicati di recente anche sul nostro periodico e fermo restando il diritto di ognuno di coltivare e tutelare le proprie memorie ed i propri valori, viene spontaneo chiedersi che senso abbia oggi opporsi a quello che, pur con un pizzico di azzardo, può essere definito il nuovo corso della storia che più da vicino ci riguarda.
La risposta che il buon senso suggerisce è: NESSUNO!
Non è, pertanto, fuori luogo rivolgere a tutti coloro che, volutamente ciechi nei confronti dei piccoli o grandi passi sin qui compiuti, ancora si oppongono ad una effettiva e sempre più condivisa volontà di pacificazione l’invito a rivedere le proprie posizioni e ad attivarsi per promuovere quel riavvicinamento che appare essere negli interessi di tanti. L’invito è a farlo con lungimiranza e coraggio senza i quali mai si riuscirà ad uscire da quella stagnazione dei rapporti che, tuttalpiù atta a garantire la sopravvivenza per rendita di posizione a qualcuno, impedisce a tutti gli altri di veder migliorate le proprie condizioni di vita.

Silvio Mazzaroli


273 - Aise 22/09/14 LA VOCE DEL POPOLO (CROAZIA) -  “TORNAR” A PIEMONTE D'ISTRIA, UNO DEI SIMBOLI DELL'ESODO  

di Ilaria Rocchi


FIUME\ aise\ - “È stato quasi come se le tante anime dell'Istria si fossero ricomposte a Piemonte d'Istria in un simbolico ritorno-incontro di italiani, istriani esuli e rimasti. Chi in pullman organizzato, chi singolarmente, da tutte le parti della penisola, da Trieste e dintorni, da altre parti d'Italia, persino da Roma... Nessuno ha voluto mancare all'appuntamento di ieri sera a Piemonte d'Istria, il borgo fantasma che si è ripopolato per l'occasione”. È quanto si legge su “La voce del popolo”, quotidiano diretto a Fiume da Errol Superina.
“A fare da catalizzatore, ancora una volta, Simone Cristicchi, in un'operazione che continua, anzi va oltre "Magazzino 18", assume una nuova valenza. Anche perché nasce da un'idea maturata insieme da "uno di là" e da "uno di qua". I confini ormai non ci sono più, nulla dovrebbe ostacolare la comunanza, per il bene e il futuro della Patria comune. "Tornar. Una notte a Piemonte d'Istria", il genio riccioluto romano ha colpito ancora una volta.
 
È stato lui, l'ex archivista Persichetti, che dopo le sedie delle masserizie lasciate al Porto Vecchio di Trieste ha fatto parlare le pietre, le macerie di Piemonte d'Istria, luogo simbolo dell'esodo. Cristicchi ha infatti dato il la a "cinque personaggi in cerca d'autore", cinque personaggi - ma ce ne sono tanti altri che desiderano imbarcarsi un quest'avventura -, ossia i promotori dell'evento particolare che si è consumato, ma non esaurito, ieri. Sul palco Franco Biloslavo, segretario della Comunità di Piemonte d'Istria, il presidente dell'Associazione delle Comunità degli Istriani di Trieste, Manuele Braico, il sindaco di Grisignana, Claudio Stocovac, il presidente della Comunità degli Italiani di Grisignana, Mauro Gorjan, e il presidente dell'Università Popolare di Trieste, Fabrizio Somma.

In prima fila, alcuni testimoni della storia di questo borgo rimasto senz'anima sessant'anni fa e uno degli abitanti più vecchi del posto, come Vincenzo Chersicla. Tanti gli ospiti istituzionali, tra cui la vicepresidente della Regione Istriana, Giuseppina Rajko, il presidente dell'Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, Antonio Ballarin, rappresentanti della Federesuli, di varie Comunità dell'associazionismo degli esuli e di Comunità di Italiani del territorio, il presidente della Giunta esecutiva dell'Unione Italiana, Maurizio Tremul, Antonella Grimm, assessore alla Scuola, Università e Ricerca del Comune di Trieste, a nome del sindaco Roberto Cosolini, la vicesindaco della Città di Buie, Arijana Brajko, uomini di cultura... Un'adesione massiccia, molto sentita, per una manifestazione che "apre le porte" al ritorno e alla rivitalizzazione delle cittadine dell'Istria spopolate dall'esodo... Un primo passo per la rinascita di Piemonte d'Istria è stato fatto, attraverso l'arte e i valori che questa trasmette e veicola.

Momento attesissimo, pregno di emozioni, preceduto dalla mostra fotografica, che attraverso 30 fotografie, racconta il tessuto sociale e le relazioni del paese, grossomodo dal 1943 al 1963, e dalle canzoni tradizionali istriane eseguite dal Coro della Comunità degli Italiani di Momiano, diretto da Davide Circota, e dal Coro delle Comunità Istriane, diretto da David De Paoli Paulovich. Un intermezzo poetico, i versi dell'artista polese trapiantato a Buie, Claudio Ugussi, che ha dedicato una sua composizione a Piemonte d'Istria, "Anfore del silenzio".

Poi, sullo sfondo, il campanile illuminato, Cristicchi e il suo-nostro concetto di tornare, come recupero della memoria, delle radici, della vita, riaproppiazione di un'eredità antica per costruire un futuro: "Tornar, sulla strada tornar, non vuol dire nostalgia o rincorrere la chimera... per una volta ancor la vita tornerà, tornerà per una notte ancor...", canta Cristicchi in questo spettacolo-musical che scorre tra storia, sentimenti, ricordi, testimonianze e note, in un rimando continuo tra quello che era il passato, anche glorioso se si vuole - immaginate l'imperatore Francesco Giuseppe a circolare da quelle parti e, rivolto ai contadini, dire "Piantate patate, così non avrete mai fame" - della cittadina e il triste presente, il tutto intercalato da aneddoti, leggende, fatti veri... Attingendo dal bagaglio di ricordi che Franco Biloslavo ha ricucito e che diventeranno presto libro”. (aise)
 
274 - La Voce del Popolo 29/09/14 Un invito alla riflessione - Raduno del LCFE

Un invito alla riflessione
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Scritto da Rosanna Turcinovich Giuricin

Raduno del Libero Comune di Fiume a Montegrotto, giunto alla 52ª edizione tra tanti problemi e incertezze e con limitata partecipazione dei Fiumani sparsi in Italia e nel mondo. La crisi, ormai entrata in tutti i pori della società, non manca di farsi sentire anche all’interno della realtà associativa accanto a quella generazionale, con i protagonisti dell’esodo che stanno scomparendo per ragioni anagrafiche. Quale l’impegno degli Esuli fiumani?

La necessità di un ricambio

Per prima cosa, la necessità di un ricambio attraverso elezioni vaste e democratiche, il che significa impiego di mezzi e persone, la soluzione di un malessere cronico ovvero il riconoscimento dei torti subìti attraverso una maggiore attenzione delle istituzioni di ogni ordine e grado. Conclusioni alle quali si è giunti dopo un ampio dibattito durato praticamente due giorni. Prima con la riunione del Consiglio, presieduta da Guido Brazzoduro, Laura Calci e Mario Stalzer e alla quale hanno partecipato in qualità di ospiti Antonio Ballarin, presidente dell’ANVGD, Tullio Canevari, sindaco del Libero Comune di Pola in Esilio, Adriana Ivanov per i Dalmati Italiani nel Mondo, Marino Micich, della Società di Studi fiumani nonché direttore dell’Archivio Museo di Fiume a Roma, Orietta Marot, presidente della CI di Fiume, accompagnata dalla vicepresidente Gianna Mazzieri Sankovic e Alessandro Rossit in rappresentanza dell’Università popolare di Trieste.

In attesa di un funzionario…
Non è facile in un momento di difficoltà di dialogo col governo, riuscire a programmare il futuro dell’attività. Questo è uno dei nodi che sta mettendo in ginocchio la realtà dell’associazionismo istriano-fiumano-dalmato in generale e che poi, a livello particolare, si manifesta in saldi dovuti per il lavoro pregresso e progettualità, che non si riescono ad affrontare. Con la Legge 72 e successive proroghe sono stati aperti molti cantieri in ambito culturale, di scambi, editoria e quant’altro, ora in attesa che si sblocchino i mezzi già destinati a tali attività, ma che la ragioneria di Stato non intende stanziare concretamente finché non verrà incaricato un funzionario delegato, figura vacante da un anno e mezzo. Come un cane che si morde la coda, ma non sta creando solo disagi finanziari, bensì fiacca lo slancio di chi ha desiderio di lavorare, vanifica gli sforzi, porta a inevitabile frustrazione. Oggi purtroppo ogni iniziativa parte necessariamente da un preventivo finanziario, non c’è volontà politica o promesse che ne possano fare le veci.

Per una gestione più agile

Anche le elezioni, che da prassi vengono svolte con un ampio coinvolgimento degli iscritti al Libero Comune, comportano spese notevoli, per cui si cercherà di veicolare maggiore informazione attraverso il giornale La Voce di Fiume, anche con la presentazione dei programmi dei candidati nei prossimi numeri. Le elezioni vanno fatte con cambiamenti che porteranno anche a rivedere gli articoli statutari per permettere una gestione più agile della situazione. Importanti i vari interventi: di Antonio Ballarin che ha affrontato una riflessione sui concetti di ricordo e memoria, fondamentali da comprendere e veicolare perché il ricordo è un sovrapporsi di elementi, la memoria è coscienza ed identità che assicurano un futuro.

Dove le pietre parlano italiano

È ciò che si vuole fare all’interno delle associazioni, ma anche nel rapporto con le comunità di provenienza, sulla strada indicata dai Fiumani che ogni anno vengono ricevuti dal sindaco in occasione di San Vito. La collaborazione con la Comunitò degli Italiani di Fiume, inoltre, è giunta ad un livello tale che molti trascorrono periodi di studio o di soggiorno a Fiume intrecciando la vacanza con la presenza presso il sodalizio, come testimoniato da Fulvio Mohoratz. Una prassi da continuare, come sottolineato da Orietta Marot, nuova presidente della CI di Fiume che pur nel suo “nuovo” mandato non è estranea al lavoro dell’associazione degli esuli che ha sempre seguito proprio nel contatto con la CI. Dalla stessa giunge anche un appello, che è comune: la CI rischia la chiusura per mancanza di fondi. È un grido d’allarme che invita alla riflessione, coscienti che laddove “le pietre parlano italiano” c’è bisogno anche di una presenza fisica di gente che continui a ragionare nella lingua dei padri e possa farlo in piena libertà, anche economica. Oggi più che mai con la presenza in Comunità, di un nutrito gruppo di giovani che ha deciso di spendersi per il futuro di quest’associazione alla quale sentono di appartenere, come sottolineato anche da Gianna Mazzieri Sanković. “L’UPT ha valutato le strategie per risolvere i problemi della Comunità ma si chiede, nello stesso tempo, aiuto e solidarietà da tutti”, ha dichiarato nel suo intervento il direttore dell’ente Alessandro Rossit.

Un periodo di grande fermento

Ecco che anche per il LCFE si prospetta un periodo di grande fermento per immettere nuova linfa in una realtà stanca. Una delle prossime tappe sarà l’organizzazione di un Consiglio – così Guido Brazzoduro – per procedere agli emendamenti statutari. Durante il dibattito, toccati anche altri argomenti di interesse, tra cui quello della Fondazione, che tante polemiche ha suscitato negli ultimi mesi e che si lega anche alla questione degli indennizzi. A che punto siamo con quest’ultimi? È stato chiesto all’assemblea. La volontà – spiega Brazzoduro – sarebbe stata di chiudere con una legge equa e definitiva, invece “ci siamo visti arrivare solo degli acconti”.


Verso una Fondazione?

La cifra necessaria supera oggi le possibilità delle casse dello Stato. Ecco perché è stato proposto, verbalmente, in più riprese, dal governo stesso di procedere con una Fondazione che possa finanziare le attività delle associazioni, anche dopo l’estinguersi della Legge 72 e proroghe, con la gestione degli interessi del capitale pagato dalla Slovenia a titolo di risarcimento di quanto dovuto dall’ex Jugoslavia all’Italia. Anche la Croazia si è impegnata a far fronte al proprio debito. Si tratta di volontà ancora in embrione. Questo per rispondere, così è stato sottolineato da Brazzoduro, a quanti ci accusano di muoverci quasi in incognito. Accuse che portano a divisioni “al nostro interno”.

A ribadirlo nel suo saluto, a nome del Presidente Franco Luxardo e degli esuli Dalmati, Adriana Ivanov, che ha ricordato il raduno dei Dalmati della settimana prossima, durante il quale andranno chiariti quegli atteggiamenti che tanta amarezza hanno prodotto nell’ultimo anno e che hanno portato addirittura alla rifondazione del giornale Il Dalmata. La vivacità degli interventi ha consumato due giornate veramente dense, con tanti spunti di riflessione da ricondurre ora alla realtà dei fatti, concretizzando le iniziative, evolvendo l’esistente.
 
275 - La Voce del Popolo 29/09/14 ExTempore:  Sentita partecipazione della Regione Veneto

Sentita partecipazione della Regione Veneto
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Scritto da Tiziana Dabović

Quest’anno all’Ex tempore si è vista la partecipazione della Regione Veneto. Sabato mattina, nella Sala concerti occupata in ogni ordine di posti, dopo i saluti istituzionali del sindaco Claudio Stocovaz, della responsabile del Settore Cultura dell’UI Marianna Jelicich Buić e del presidente dell’ANVGD di Venezia e vicepresidente nazionale, Alessandro Cuk, al folto pubblico di giovani si sono rivolti Stefano Antonini dell’Ufficio scolastico della regione Veneto e la prof.ssa Norma Zani, che insieme hanno ribadito la volontà di continuare un progetto avviato inizialmente tra le città di Portogruaro e Buie. L’iniziativa ha avuto un seguito con l’organizzazione di convegni e momenti comuni di formazione tra docenti di qua e di là del “confine” con l’intento di sottolineare il legame di queste terre con Venezia, rendendo giustizia alla storia e riscoprendo nel contempo le nostre similitudini, l’omogeneità nella parlata dialettale. Scambi culturali che rappresentano un capitale, una forza trainante nel futuro dell’Europa unita.

Si è dato quindi il via agli “Scambi di classi tra Veneto e Istria”: presenti in sala tanti allievi di Pola e Buie che hanno già vissuto quest’esperienza nelle precedenti edizioni, essendo stati ospiti dei loro coetanei veneti.
La mattinata è proseguita in allegria con l’esibizione del coro della scuola elementare “Grimani” di Venezia – Marghera, che ha presentato una rassegna di canzoni venete, istriane e dalmate. A seguire, lo spettacolo della SMSI “Leonardo Da Vinci” di Buie e della “Dante Alighieri” di Pola con poesie in dialetto. È stato trasmesso anche un simpatico video di ricette tipiche istriane. Sono quindi risaliti sul podio i ragazzi di Marghera che hanno interpretato “Magazzino 18”, il brano di Simone Cristicchi. La SEI “Giuseppina Martinuzzi” di Pola si è quindi esibita con un mix di canzoni popolari e con la scenetta “Il giorno degli esami”, dopodiché tutti riuniti sul palco, i ragazzi del Veneto e dell’Istria hanno intonato la canzone popolare zaratina “El sì” del 1891, scritta da Leone Levi sui versi di Giuseppe Sabalich. Un abbraccio in musica che ha sottolineato l’importanza dei legami tra gente unita da radici culturali e linguistiche.


A fine spettacolo, cinque insegnanti si sono scambiati le rispettive impressioni in qualità di partecipanti dei vari incontri culturali. Essi hanno sottolineato quanto sia bello reincontrare e rivisitare la nostra cultura comune. È subentrato il presidente delle Pro Loco Venete Giovanni Follador presentando la IV edizione del Concorso della Regione Veneto aperto alle scuole della CNI: “L’intento è premiare lo sforzo che ogni scuola fa per ripercorrere il senso della storia. Una storia fatta di legami e valori. Ogni anno vi partecipano circa 120 alunni di cui una decina provengono dall’Istria”.

Durante la giornata di sabato i soci dell’Unione Nazionale Pro Loco della Regione amica, hanno offerto degustazioni di prodotti tipici del Veneto: momenti che hanno permesso anche ai più giovani di assaporare i prodotti tipici del territorio, delizie rappresentate dall’ottimo olio di oliva, da vari tipi di formaggi e dal baccalà, conditi da ottimi vini.

Nel tardo pomeriggio invece, presso la Sala concerti ha avuto luogo il convegno “Oli d’oliva veneti e istriani”.
La giornata di sabato, degno preludio all’...invasione domenicale degli artisti, si è conclusa col programma artistico-culturale della CI di Grisignana.


Tiziana Dabović

276 - La Voce del Popolo 29/09/14 Sissano: Istrioto, un'idioma ormai in estinzione

Istrioto, un idioma ormai in estinzione

Scritto da Daria Deghenghi

SISSANO  Se è difficile lottare contro l’estinzione di una specie, lo è a maggior ragione se a estinguersi è una lingua, ma Sissano ci mette tutto il suo impegno e tutto il suo cuore. La due giorni del “Festival dell’istrioto” ha segnato per la località un’altra piccola rivincita dell’uomo rispettoso della cultura degli avi contro l’inesorabile forza del “tempo che tutto divora”. Certo, il nostro istrioto è ormai prossimo all’estinzione. Lo ha detto senza ricorrere ad eufemismi Barbara Buršić Giudici, dell’Università degli studi di Pola, protagonista lei stessa della seconda edizione del Festival con un’illuminante conferenza sulle parlate autoctone istriane. Il suo intervento – costruito sapientemente intorno alla “variopinta realtà linguistica istriana”, alle remote radici neolatine dell’idioma, dimostrazione di un’atavica “latinità istriana”, e alla sua spessa stratificazione evolutiva attraverso gli influssi delle lingue sotto e sovrastanti che lo hanno portato sul patibolo delle lingue morenti – ha conferito all’incontro quell’impronta (anche) accademica pur nel suo carattere popolare predominante. Equilibrata, dunque, la scelta degli appuntamenti proposti al pubblico accorso numeroso per sentire la “melodia” di una lingua che ha il potere di percorrere a ritroso i secoli, meglio di una macchina del tempo.

Serata multimediale

Accademico, ma anche multimediale. Dopo la conferenza della professoressa Buršić Giudici, al Festival c’è stata la proiezione del filmato “La zento de Sisan”, diretto da Barbara Markulinčić e girato da Zoran Mikletić, come continuazione del primo documentario prodotto dalla stessa coppia di autori. Migliore del primo film sia nella regia che nel montaggio, “La zento de Sisan” è divertentissimo al punto che, pur essendo un documentario, la sua comicità provoca risate a crepapelle, come s’è visto del resto anche sabato sera alla seconda proiezione durante lo spettacolo in sala. Ma prima di arrivare allo spettacolo, fuori, a ridosso del campanile, c’è stata la cerimonia di scoprimento della targa dedicata all’antico idioma istriano che sopravvive a stento ancora a Sissano, Rovigno, Valle, Dignano, Gallesano e Fasana, ma senza speranza di essere tramandato oltre, se non per ragioni di studio e di affetto alle usanze degli avi. Ne sono autori Antonio e Alberto Giudici, che l’hanno voluta trilingue, tradotta cioè anche in inglese oltre che in croato, in modo che il messaggio arrivi anche a un pubblico di turisti e curiosi a prescindere dal paese di provenienza.

Impegno di Ui e UPT

Il Festival ha segnato anche il termine, con una cerimonia della premiazioni, del concorso video e letterario sull’istrioto. Si sono distinti per impegno e sapere, ed hanno avuto per questo premi in denaro e attestati di partecipazione, i vincitori Lorna Anna Novak (primo posto), Lorenzo Zanghirella e Noela Trento nella categoria dei ragazzi, nonché Odino Fioranti e Antonietta Benčić Petercol, primi ex aequo nella categoria adulti. La serata dello spettacolo ha portato sul palcoscenico i cori delle CI di Fasana e di Sissano, i gruppi folcloristici delle CI di Sissano, di Valle e di Dignano, la filodrammatica di Gallesano, e Riccardo Bosazzi nel duplice ruolo di presentatore e showman. Tra gli ospiti in sala, e prima ancora in piazza, Maurizio Tremul e Manuele Braico, a trasmettere il messaggio per cui l’Unione Italiana e l’Università Popolare di Trieste “ci sono e ci saranno sempre, per dare valore e linfa ad ogni iniziativa di recupero e mantenimento dell’identità istriana italiana”, qual è per l’appunto anche quella del Festival dell’istrioto di Sissano.

Daria Deghenghi

277 - Il Piccolo 02/10/14 Lettere -  BASTA CON LE MISTIFICAZIONI STORICHE DI ANPI E HONSELL

BASTA CON LE MISTIFICAZIONI STORICHE DI ANPI E HONSELL
Continua un po' alla spicciolata l'insediamento nel nostro territorio di cippi, monumenti e targhe dedicati dall'Anpi ai partigiani comunisti che hanno lottato contro i nazi-fascisti. Ma essi hanno lottato anche per far si che queste terre non fossero più italiane bensì jugoslave. Naturalmente nelle motivazioni si riportano sempre le mezze verità “eroiche”, mentre quelle “infamanti” vengono del tutto trascurate. Eppure queste mezze verità hanno significato la morte per persone che da italiani non condividevano questi intendimenti e vi si opponevano; per altre hanno significato deportazioni o internamenti nei campi di concentramento titini. Per tutti, se la lotta partigiana fosse andata a buon fine, ci sarebbe stato il mancato ottenimento della libertà e della democrazia, come avvenuto in Jugoslavia, dove si è dovuto attendere per averle circa 50 anni. E' tempo per l'Anpi di fare chiarezza: o riconosce che aver voluto queste terre jugoslave è stato un errore oppure deve mettere in evidenza che la lotta partigiana giuliana (e in parte friulana) aspirava a rendere jugoslave queste nostre terre.

L'Anpi deve ciò sia alle sue che alle altre vittime ed anche ai viventi. Nel frattempo eviti di fare false celebrazioni.
 
E tanto per rimanere sul filone delle mistificazioni, alla commemorazione, avvenuta il 7 settembre a Basovizza, di quattro presunti martiri sloveni il sindaco di Udine Honsell ha fatto un intervento a dir poco sconcertante dichiarando a chiare lettere che dobbiamo tutti sentirci partigiani sloveni ricordando il processo, a suo dire farsa, a questi quattro "eroi". E' arrivato perfino a dichiarare che i profughi italiani dall'Istria e la Dalmazia del dopoguerra sono vittime della tragedia della guerra imperialista fascista. Ora posso anche comprendere che da chi si presenta alle commemorazioni con una negazionista come la Kersevan non ci si possa aspettare un esempio di obiettività ma non credevo che si possa essere tanto ignoranti o in malafede da mistificare dei fatti storici e perfino chiedere che tali accadimenti vengano fatti conoscere nelle scuole.
 
Questo è anche il mio auspicio ma ovviamente riportando la realtà dei fatti e non delle falsità costruite ad arte. I quattro che loro chiamano "eroi" sloveni erano tre sloveni e un croato (da Sussak) che agivano sotto l'egida di una organizzazione terroristica (TIGR: Trst, Istra, Gorica e Rijeka, cioè le terre da conquistare con ogni mezzo) al soldo del regno di Jugoslavia, dove non esistevano partigiani comunisti ma nazionalisti avidi di conquista. Questi "eroi" hanno ucciso un lavoratore della stampa, ovviamente italiano e lasciato in poltrona a rotelle a vita gli altri tre feriti. Gli attentati "eroici" consistevano nel mettere ordigni esplosivi in asili e scuole sia italiani che sloveni tra cui anche la colonia della Lega Nazionale. Non sono "eroi" perchè hanno pagato con la vita, in seguito all'esecuzione della sentenza di un regolare processo al quale hanno preso parte anche osservatori stranieri. Le pene di allora prevedevano la pena di morte per gli assassini acclarati e gli stessi sono stati rei confessi.
 
Altri appartenenti all'organizzazione TIGR che pure hanno combinato grossi guai, hanno subito pene minori. Quel che è peggio, è che a questi assassini, giustiziati in base alle leggi vigenti all'epoca, vengono ogni anno tributati onori da istituzioni pubbliche e nelle celebrazioni partecipano la presidente della Provincia (è stata immortalata con tanto di fascia, quindi ufficialmente) e una serie di sindaci con fascia tricolore. Intervengono pure ministri della vicina repubblica di Slovenia, scortati da militari in divisa e portano una corona di plastica in omaggio. La cosa peggiore in assoluto è che è sempre presente Il labaro della rinata organizzazione TIGR e che nessuna autorità ha pensato di denunciare l'esistenza oggi di una organizzazione terroristica ed i suoi componenti (è registrata come associazione? qual è il suo fine previsto dallo statuto?) e tutto questo stomachevole teatrino viene propinato ai ragazzini delle scuole di lingua slovena ai quali fin da piccoli viene inculcato l'odio per l'Italia.

Urizio Luca  Presidente Lega Nazionale Gorizia

278 - Il Piccolo 06/10/14 Zara - In Consiglio si litiga su Calle Larga, interviene la polizia

In Consiglio si litiga su Calle Larga, interviene la polizia

ZARA Sempre più arroventato il clima politico a Zara, dove il consiglio comunale – in mano alle destre nazionalistiche – sta cercando di affossare l’iniziativa tesa al ripristino dello storico toponimo di Calle Larga. La principale via di Zara è intitolata Široka ulica, o Strada larga, un nome antistorico, che non piace ad una cospicua fetta di abitanti della città del maraschino. Proprio per riavere l’antico nome di Calle Larga, prima dell’estate era stata promossa la raccolta di firme, che aveva visto l’adesione di poco meno di 11 mila persone (Zara ha 76 mila abitanti), numero sufficiente ad inserire la questione del ripristino all’ordine del giorno del parlamentino municipale. L’argomento avrebbe dovuto essere trattato già nei mesi estivi, ma le autorità si sono rifiutate di rispettare quanto chiesto anche da 9 consiglieri cittadini, adducendo vari motivi per il mancato inserimento del tema nei lavori del parlamentino, la qual cosa ha fatto infuriare le opposizioni di centrosinistra e gli organizzatori della petizione. Anzi, quest’ultimi sono stati tacciati nei mesi scorsi di volere italianizzare Zara e di essere elementi anticroati. L’altro giorno il consigliere municipale di Azione Giovani (all’opposizione), Marko Pupi„ Bakra„, ha preso la parola nel corso della sessione del parlamentino, criticando con dure parole l’Accadizeta (centrodestra, al potere a Zara) e affermando che non tornerà al suo posto fino a quando il consiglio non avrà in agenda la delicata questione. Per ore gli addetti al servizio d’ordine a palazzo comunale hanno tentato di schiodarlo dalla posizione, ma senza risultati concreti e c’è voluto l’intervento della polizia in quella che sarà ricordata come una delle riunione più burrascose del consiglio cittadino di Zara degli ultimi anni. Pupi„ Bakra„ è stato portato in commissariato, assieme al suo collega partitico Ante Rubeša, unitosi a lui nella protesta. (a.m.)

279 - La Voce di Romagna 07/10/14 Libro - Gorizia - Poggiolini, un eroe romagnolo

UN LIBRO RICOSTRUISCE UN SECOLO DI PRESENZA DELLA GUARDIA DI FINANZA A GORIZIA
Poggiolini, un eroe romagnolo
FEDERICO SANCIMINO E MICHELE DI BARTOLOMEO 
partono dall’inizio della Grande guerra per arrivare alla caduta del confine con la Slovenia

Grazie a “Dal primo colpo di fucile all’ultima frontiera. La Guardia di Finanza a Gorizia e provincia: una storia lunga un secolo” edito da Leg (Libreria editrice goriziana), di Federico Sancimino e Michele Di Bartolomeo, è possibile conoscere le vicende delle Fiamme Gialle originarie dell’Emilia-Romagna che hanno combattuto nella zona del capoluogo isontino durante la Prima guerra mondiale. Tra i caduti da ricordare il sottotenente Ennio Poggiolini da Lugo. I due autori, in servizio presso il Comando provinciale della Guardia di Finanza di Gorizia, con un lavoro particolarmente approfondito e suddiviso per periodi storici, permettono al lettore di compiere un intenso viaggio nella storia del Corpo. Si parte dalla notte tra il 23 e il 24 maggio 1915, quando a Brazzano due finanzieri in servizio sul ponte del Judrio, allora confine tra il Regno d’Italia e l’Impero Austro Ungarico, esplodono i primi colpi, per poi affrontare le complesse e tormentate vicende del “Confine orientale” ed arrivare ai giorni nostri, quando per effetto dell’adesione della Slovenia, prima all’Unione Europea poi agli accordi di Schengen, è cambiato il tradizionale binomio finanziere - confine. Importanti documenti sono stati rinvenuti anche in archivi sloveni e croati.

Ennio Poggiolini nasce a San Lorenzo di Lugo nel 1888; conseguita la licenza tecnica decide di intraprendere la carriera militare. Così nel 1908, su invito del concittadino Tullo Masi, all’epoca comandante generale del Corpo, sceglie la Guardia di Finanza. Allo scoppio delle ostilità ha il grado di brigadiere ed è in forza al II Battaglione di frontiera. E’ promosso sottotenente sul campo e il 28 luglio 1916 riceve un encomio solenne per un’azione alla trincea dei Sacchi. Successivamente passa al XII Battaglione, nel frattempo unito al II. Muore nelle trincee di Nova Vas, nei pressi di Gorizia, la sera del 24 agosto 1916. Con Regio decreto del 26 ottobre 1919 alla sua memoria viene conferita la medaglia di Bronzo al Valor militare. Nella motivazione viene evidenziato che sprezzante del pericolo si offriva spontaneamente per il collocamento di cavalli di frisia ed istrici sul davanti delle trincee recentemente conquistate e fortemente battute dal tiro di fucileria.
Mentre ispezionava il tratto di fronte affidato al suo plotone, sempre incurante del fuoco avversario, cadeva colpito a morte. L’eroico ufficiale viene sepolto nel cimitero di Doberdò del Lago; la tomba viene individuata dalle sorelle Natalia, Diva e Maria, che riporteranno la salma a Lugo, dove verrà poi traslata nel cimitero monumentale. Sancimino e Di Bartolomeo pubblicano un passo significativo di una lettera di Poggiolini, inviata alla sorella Natalia, cui era molto legato. Il documento è stato fornito da Massimo De Giovanni, pronipote del valoroso ufficiale. I due finanzieri – ricercatori storici hanno contattato la famiglia del caduto ed è grazie a Massimo De Giovanni che si devono anche importanti notizie e l’immagine pubblicata.“Sono sempre in trincea; tutte le sere esco in servizio di esplorazione sulle rive dell’Isonzo è un servizio delicatissimo, sono nove notti che non riposo e ti giuro Natalia, non mi sento affatto stanco, per nulla avvilito. Il mio cuore palpita per quei 700 figli di madre che sono dietro di me nelle trincee oscure e basse i quali si fidano di me, dell’opera mia. L’orgoglio di sentirmi protettore di tantissimi individui nelle trincee, mi riscalda, mi dà la forza per tutto sopportare serenamente”. All’eroico ufficiale verrà intestata la caserma della Brigata di Colle Pietro, località fino al 1947 in provincia di Gorizia, oggi Petrovo Brdo in Slovenia, frazione del comune di Tolmin (Tolmino). L’edificio, individuato da Sancimino e Di Bartolomeo, è oggi adibito a casa di riposo.
A Poggiolini è stata anche intestata l’attuale caserma del Reparto tecnico logistico amministrativo Emilia Romagna di Bologna. Tra gli ufficiali emiliano romagnoli delle Fiamme Gialle che hanno preso parte alla Prima guerra mondiale, da ricordare anche Ivo Pesavento, nato a Comacchio nel 1876. Nel maggio 1915, con il grado di maggiore, viene posto al comando del XV Battaglione mobilitato. Durante il periodo bellico alterna il comando del Circolo (oggi Comando provinciale) di Bologna a quello dei reparti mobilitati con il grado di tenente colonnello. Nel novembre 1920, con il grado di colonnello, è assegnato quale ufficiale addetto alla Legione territoriale di Trieste, coadiuvando il comandante, il colonnello Sante Laria, che aveva combattuto sul Podgora rimanendo gravemente ferito. Con il grado di maggiore, dal 1925 al 1929, aveva comandato il Circolo di Gorizia Giuseppe  Giorgi, nato a Bologna nel 1879. E’ stato mobilitato con il XV Battaglione. Ha terminato la carriera nel 1936 con il grado di colonnello. Persirio Marini, nato a Ferrara, con il grado di colonnello, nel 1942 è destinato al comando della Legione di Trieste. Nel corso della Prima guerra mondiale era stato decorato con la medaglia di Bronzo al Valor militare per un’azione sul Carso svoltasi tra il 21 e il 24 luglio 1915. All’ufficiale verranno conferite anche due Croci di guerra al Valor militare. Nel 1948, dopo aver comandato la Legione di Udine, il colonnello Marini verrà destinato a quella di Bologna. E’ stato posto in congedo nel 1955 con il grado di generale di Brigata. Con decreto del presidente della Repubblica del 31 ottobre 2007 gli è stata conferita la medaglia d’Oro al Valore della Guardia di Finanza per il comportamento tenuto tra l’8 settembre 1943 e il 12 giugno 1945.
Per quanto riguarda il periodo dell’occupazione jugoslava di Trieste, si legge nella motivazione “mantenne contegno fiero e fermo contro gli occupanti che operavano arresti indiscriminati tra i suoi dipendenti, offrendosi al loro posto per ottenere la libertà. Luminoso esempio di attaccamento al Corpo, di altissimo senso di responsabilità e del dovere”. Tra gli episodi della Prima guerra mondiale che hanno visto protagonista la Guardia di Finanza in Emilia – Romagna, la cattura di un idrovolante austriaco. L’immagine pubblicata è stata fornita dal Museo storico della Guardia di Finanza grazie alla cortesia del direttore, il capitano Gerardo Severino. I fatti risalgono alla notte tra il 27 e il 28 maggio 1915. L’idrovolante austriaco L. 40 decollato da Pola per una missione di bombardamento su Venezia, in seguito alla rottura dell’albero motore, esegue un ammaraggio di emergenza nella palude di Volano, parte meridionale delle foci del Po. Il velivolo e l’equipaggio, composto dal tenente di vascello Woseck e dal guardiamarina Von Bachich vengono catturati da una pattuglia della Guardia di Finanza, che con un deciso intervento impedisce l’autodistruzione da parte dei due ufficiali. E’ il primo aereo nemico a venire catturato.

Successivamente il velivolo viene condotto all’idroscalo di Porto Corsini per la valutazione delle caratteristiche e la rimessa in efficienza del motore, “giudicato guaribile” in sette giorni. Dopo tre giorni, il 31 maggio, una commissione guidata dal tenente di vascello pilota Luca Scelsi ne accerta le caratteristiche superiori a quelle dei velivoli italiani e propone allo Stato Maggiore la riproduzione in serie, affidandone la costruzione alla ditta Nièuport Macchi di Varese. Così tra il 1915 e il 1917 verranno costruiti 136 Macchi L. 1 che differivano dal modello originale austriaco solo nel motore. Già a settembre verranno consegnati i primi dieci esemplari. Ed è proprio ai comandi di uno dei nuovi Macchi che il 22 dicembre dello stesso anno perderà la vita il tenente di vascello Giuseppe Miraglia, nato a Lugo, all’epoca comandante della stazione idrovolanti di Venezia. Miraglia era legato da fraterna amicizia a Gabriele D’Annunzio, con il quale aveva effettuato il 7 agosto 1915 un volo su Trieste.

Aldo Viroli


Si ringraziano per la collaborazione della Rassegna Stampa: L’Università Popolare di Trieste e l’Assoc. Nazion.Venezia Giulia e Dalmazia - ANVGD di Gorizia


Ultimo aggiornamento ( sabato 18 ottobre 2014 )
 
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