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RASSEGNA STAMPA
LA TRAGEDIA DELLE FOIBE
La tragedia delle foibe e il racconto degli esuli
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Sergio Endrigo Una frase tratta dalla sua canzone"1947" spiega più di mille parole: "come vorrei essere un albero che sa dove nasce e dove morirà"
 
PASQUA 2014

Anteprima

 BONE PINZE E BONI OVI
DALL'ARENA DI POLA
ASSOCIAZIONE
LIBERO COMUNE DI POLA IN ESILIO

Ultimo aggiornamento ( sabato 19 aprile 2014 )
 
POLA, 15 - 18 MAGGIO

58° Raduno degli Esuli da Pola:

Pola, 15-18 maggio

Il 58° Raduno nazionale degli Esuli da Pola avrà luogo da giovedì 15 a domenica 18 maggio 2014 a Pola con base all’Hotel Brioni di Verudella. Questo il programma semi-definitivo con gli ultimi ritocchi.
Giovedì 15 maggio
Ore 17.00: arrivo dei partecipanti e loro accoglienza; consegna del pacchetto di “Benvenuto” con le istruzioni e la documentazione per lo svolgimento del Raduno.
Ore 19.30: dopo l’arrivo e la sistemazione, nella sala a vetri a lato dell’ingresso, apertura ufficiale del Raduno con l’intervento del Sindaco, un brindisi e do ciacole.
Ore 20.00: cena in albergo; a seguire tempo libero.
Ore 21.30: riunione della Giunta comunale.
Venerdì 16 maggio
Ore 08.00: dopo la colazione partenza in pullman.
Ore 09.00: partenza del battello da Fasana per Brioni Maggiore.
Ore 09.00-13.00: visita guidata a Brioni Maggiore.
Ore 13-00-14.30: pranzo sull’isola all’Hotel Neptun.
Ore 16.00: partenza del battello per Fasana con successivo rientro in albergo.
Ore 19.00-20.30: cena in hotel.
Ore 21.00: trasferimento alla Comunità degli Italiani di Pola per la proiezione del filmato Istria addio ed un intrattenimento musicale.
Sabato 17 maggio
Ore 09.00: dopo la colazione, in sala convegni dell’albergo, presentazione degli studi del dott. William Klinger e del dott. Gaetano Dato sulla strage di Vergarolla, dei tre volumi de “L’Arena di Pola” 1945-47 e degli atti del convegno sul prof. Mario Mirabella Roberti.
Ore 13.00-15.00: pausa pranzo.
Ore 14.30: in sala convegni dell’albergo, riunione del Consiglio e della Giunta comunale.
Ore 15.30: in sala convegni dell’albergo, Assemblea Generale dei Soci ed elezione di un Revisore dei Conti Supplente.
Ore 19.00-20.30: cena in hotel.
Ore 21.00: in sala convegni, assegnazione delle targhe di benemerenza “Istria Terra Amata” a Jan Bernas e, se potrà raggiungerci, a Simone Cristicchi, coautori dello spettacolo teatrale e del libro Magazzino 18.
Domenica 18 maggio
Ore 08.00: partenza in pullman dall’albergo.
Ore 09.00: S. Messa in duomo; a seguire omaggio al cippo in onore delle Vittime della strage di Vergarolla.
Ore 11.00-12.30: in un campetto a 5 di Verudella, partita di calcetto tra le rappresentanze della Comunità degli Italiani di Pola e del Libero Comune di Pola in Esilio, con premiazione finale.
Ore 13.00: trasferimento al Ristorante Bi-Village di Fasana per il pranzo, al termine del quale ci esibiremo in musiche e cantade e faremo la nostra foto di gruppo.
Ore 17.00: a questo punto la parte ufficiale del Raduno Nazionale degli Esuli da Pola si conclude, ma non tutti i Radunisti ripartono per le loro abitazioni. Quindi per coloro che si trattengono sino al giorno successivo:
Ore 19.00-20.30: cena in albergo.
Ore 21.00: serata libera.
Ore 23.30: rientro in albergo.
Per quanti non potessero raggiungere la città con mezzi propri il Libero Comune di Pola in Esilio metterà a disposizione un pullman, che partirà da Padova giovedì 15 e ripartirà da Pola alle ore 07.00 di lunedì 19 maggio.
Per il soggiorno tutto compreso (pernotti, pasti, trasferimenti in loco e gita) di coloro che si avvarranno di mezzi propri ripartendo nel pomeriggio di domenica 18 maggio i prezzi sono: camera singola € 240,00; camera doppia € 390,00; camera tripla € 530,00.
Questi invece i prezzi per il soggiorno tutto compreso di coloro che ripartiranno con il pullman la mattina di lunedì 19 maggio: camera singola € 340,00; camera doppia € 560,00; camera tripla € 765,00.
Potete comunicare la vostra adesione a Graziella e Salvatore Palermo scrivendo a Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo oppure telefonando ai numeri 0383 572231 o 327 3295736. La prenotazione andrà confermata con il versamento della quota di € 100 a persona o sul conto corrente postale n. 38407722 intestato a «L’Arena di Pola, Via Malaspina 1, 34147 Trieste», o tramite bonifico bancario intestato a «Libero Comune di Pola in Esilio, Via Malaspina 1, 34147 Trieste». In quest’ultimo caso occorre scrivere il codice IBAN dell’UniCredit Agenzia Padova Duomo: IT 83 G 02008 12103 0000 10056 393. Il codice BIC per chi abita fuori dall’Italia è UNCRITM1921. Sulla causale si specifichi: «Raduno Pola 2014». Ricordiamo a tutti di portare con sé la carta d’identità valida per l’estero!
 
Rassegna stampa n. 912 del 11/04/2014

 MAILING LIST HISTRIA

RASSEGNA STAMPA

a cura di Maria Rita Cosliani – Eufemia G.Budicin – Stefano Bombardieri

N. 912 – 11 Aprile 2014
    
Sommario


163 - Il Gazzettino 07/04/14 La Cassazione: «Esuli giuliano dalmati, lo Stato non risarcisce più»
164 -  Il Giornale 09/04/14  La Cassazione beffa gli esuli giuliani: "Stop agli indennizzi" (Fausto Biloslavo)
165 – Anvgd.it 08/04/14  Le associazioni degli esuli: «Ricorso a Strasburgo»
166 - Il Piccolo 09/04/14 Indennizzi negati agli esuli Sinagra: «Italia disattenta» (Roberto Urizio)
167 - Il Piccolo 06/04/14 Il borgo di Babici in festa per l'asilo italiano (p.r.)
168 - Il Piccolo 28/03/14 Trieste: Giorno del Ricordo dieci anni dopo (Ugo Salvini)
169 - La Voce del Popolo  07/04/14 Cultura – Cittanova: Racconti dolorosi di un'epoca (Kristina Blecich)
170 – La Voce del Popolo 10/04/14 «Magazzino 18» a Rovigno un altro pienone annunciato (Sandro Petruz)
171 - Secolo d'Italia 30/03/14 Cristicchi ricorda l’eroe “scomodo” della strage di Pola provocata dai comunisti di Tito (Francesco Signoretta)
172 - Avvenire 01/04/14 Goli Otok, a teatro la ferocia dei gulag di Tito (Fulvio Fulvi)
173 – La Voce del Popolo 01/04/14 "Endrigo '47" - Partirà, la nave partirà, dove arriverà, questo non si sa... (Gianfranco Miksa)
174 - Il Piccolo 06/04/14 Gorizia: Storico abbraccio tra Mandic e Pamich (Alex Pessotto)
175 - La Voce del Popolo 04/04/14 Rovigno: quando la città era un'isola (sa)
176 - Il Piccolo 06/04/14 Lettere - Al Magazzino 18 ho compreso il dramma dei miei genitori (Loretta Lucci)
177 -  Il Piccolo 03/04/14 L'accento del ministro che recide i legami con la terra d'origine (Michele Cortellazzo)


Rassegna Stampa della ML Histria anche in internet ai seguenti siti  :
http://www.arenadipola.it/
http://10febbraiodetroit.wordpress.com/



163 - Il Gazzettino 07/04/14 La Cassazione: «Esuli giuliano dalmati, lo Stato non risarcisce più»

La Cassazione: «Esuli giuliano dalmati, lo Stato non risarcisce più»

TRIESTE - Lo Stato italiano non deve risarcire ulteriormente gli esuli giuliani e dalmati che hanno perso i propri beni nei territori ceduti alla Jugoslavia con il Trattato di Pace del 1947, espropriati o nazionalizzati dal governo jugoslavo.

Lo sottolinea la Cassazione a Sezioni Unite. La Corte era chiamata a decidere sul ricorso presentato da alcuni esuli, e loro eredi, che avevano fatto causa alla presidenza del Consiglio e al ministero dell'Economia giudicando le somme versate loro come indennizzo tardive (furono stabilite solo con il trattato di Osimo del 1975, reso esecutivo negli anni '80) e «irrisorie».

Puntando su un precedente abbastanza recente, una sentenza del 2004 della Grande Camera della Corte europea dei diritti dell'uomo sui risarcimenti da parte della Polonia dopo gli accordi presi con le Repubbliche Sovietiche, i ricorrenti avevano portato in tribunale, a Trieste, lo Stato chiedendo di giudicare sul loro diritto a essere risarciti delle conseguenze dell'accordo di pace dopo la seconda guerra mondiale, perdendo sia in primo grado che in appello.

Ora la Cassazione (sentenza 8055, udienza del 25 marzo) sottolinea come in effetti ci sia «un diritto soggettivo della parte nei confronti della pubblica amministrazione», ma questo «non limita le scelte del legislatore nel determinare la misura dell'indennizzo» che è un intervento «ispirato a criteri di solidarietà della comunità nazionale», e non ad «un obbligo di natura risarcitoria per un fatto illecito, non imputabile allo Stato italiano».

Fu l'allora Jugoslavia con la propria politica di nazionalizzazione, a procedere all'espropriazione anche dei beni appartenenti a cittadini di nazionalità italiana. Quindi lo Stato italiano «non è autore della violazione», «poiché la privazione dei beni dei cittadini italiani si è verificata ad opera di uno Stato straniero, al quale il territorio su cui essi si trovavano è stato ceduto dall'Italia, soccombente nel conflitto bellico». E in questo - hanno osservato le Sezioni Unite - il caso è diverso da quello giudicato dalla Corte Europea, che si riferisce ad un accordo tra due stati usciti vincitori dal conflitto, riguardante la frontiera orientale della Polonia e gli accordi con l'Ucraina, la Bielorussia e la Lituania, «con l'assunzione, da parte dello Stato polacco, di una specifica obbligazione di risarcimento nei confronti dei propri cittadini».



164 -  Il Giornale 09/04/14  La Cassazione beffa gli esuli giuliani: "Stop agli indennizzi"
La Cassazione beffa gli esuli giuliani: "Stop agli indennizzi"
Associazioni dei profughi indignate, ora pensano di rivolgersi alla Corte europea per i diritti umani
Fausto Biloslavo
Gli esuli reclamano gli indennizzi per i beni rapinati da Tito dopo la fine della seconda guerra mondiale dallo Stato italiano considerandoli tardivi ed irrisori? Non se ne parla.
 Una sentenza del 25 marzo della Corte di Cassazione è la pietra tombale sulla richiesta dei profughi istriani, fiumani e dalmati. Adesso, però, si apre lo spiraglio di un ricorso alla Corte europea per i diritti dell'uomo.
«Siamo pronti a presentarlo per contestare l'elemosina elargita dall'Italia agli esuli - dichiara l'avvocato triestino Sardos Albertini -. Così lo Stato sarà chiamato a rispondere della violazione del diritto ad un risarcimento congruo per i beni scippati a chi è stato costretto a lasciare l'Istria e la Dalmazia». Gli fa eco Massimiliano Lacota, presidente dell'Unione degli istriani: «Una sentenza vergognosa, non solo una beffa. L'Italia, in maniera indubbia, si era assunta l'onere di risarcire gli esuli».
Non la pensano allo stesso modo i supremi giudici. Alcuni esuli ed eredi avevano fatto causa al ministero dell'Economia e alla Presidenza del Consiglio. La sentenza 8055 della Cassazione sancisce che, pur esistendo «un diritto soggettivo nei confronti della pubblica amministrazione» tuttavia «non limita le scelte del legislatore nel determinare la misura dell'indennizzo».
Il ricorso degli esuli faceva presente che le somme versate per i beni abbandonati erano irrisorie e tardive essendo state stabilite con il famigerato accordo di Osimo del 1975. La causa faceva riferimento al precedente della Corte europea dei diritti dell'uomo relativa ai risarcimenti da parte della Polonia dopo gli accordi presi con le Repubbliche sovietiche. I giudici italiani sostengono che «la privazione dei beni dei cittadini italiani si è verificata ad opera di uno Stato straniero, al quale il territorio su cui essi si trovavano è stato ceduto dall'Italia, soccombente nel conflitto bellico».
Gli esuli chiedono da anni a Roma un equo indennizzo per una cifra complessiva di sei miliardi e mezzo di euro. «Con l'ultimo governo Berlusconi si era arrivati quasi ad un accordo su 3-4 milioni, ma poi è saltato tutto» spiega Lacota. Ad Osimo l'ex Jugoslavia si impegnò a versare 110 milioni di dollari per i risarcimenti su un conto in Lussemburgo. Dopo le prime tranche è scoppiata la guerra che ha dilaniato il Paese bloccando i versamenti.
In seguito la Slovenia ha sborsato la sua quota e la Croazia no. L'Italia non ha mai toccato questi soldi. In Slovenia e Croazia ci sono ancora 1440 proprietà e immobili, magari ridotti a rudere, ma che potrebbero venire, in alternativa, restituiti.
«Provo profonda tristezza per questa sentenza. La soluzione è politica, anche se fino ad oggi abbiamo ricevuto solo briciole» sostiene Renzo Codarin, presidente della Federazione degli esuli. Al Piccolo, il quotidiano di Trieste dove vive una forte comunità di istriani e dalmati, il deputato Pd, Ettore Rosato, ammette che «la questione degli indennizzi agli esuli spetta alla politica, non agli organi giudiziari».
La parlamentare giuliana di Forza Italia Sandra Savino accusa la Cassazione di far parte di «un'Italia che si rifiuta di guardare al passato con la lucidità del presente».
Pochi mesi fa tre fratelli eredi di un'autofficina nel centro di Capodistria, oggi principale porto sloveno, hanno rifiutato con sdegno un risarcimento di Roma di 80 euro per la licenza sommati a 240 per i macchinari perduti e la licenza. A dieci anni dal giorno del Ricordo che ricorda il dramma dei profughi istriani e dalmati, lo Stato italiano continua a beffare gli esuli.




165 – Anvgd.it 08/04/14  Le associazioni degli esuli: «Ricorso a Strasburgo»
Le associazioni degli esuli: «Ricorso a Strasburgo» -  

Le associazioni degli esuli istriani, fiumani e delmati non mollano e annunciano l'intenzione di voler ricorrere alla giustizia europea contro la sentenza della Cassazione che nega loro ogni possibilità di ulteriore indennizzo per gli espropri patiti alla fine della seconda guerra mondiale. «La realtà è più complessa, la sentenza mi sembra sia solo un avallo ulteriore per un ricorso a livello europeo - commenta il direttore dell'Irci (Istituto regionale per la cultura istriano-fiumano- dalmata) di Trieste, Piero Delbello. L'Italia ha le sue responsabilità; tra Roma e Belgrado ci sono stati vari accordi nel tempo, quindi l'Italia non può dire "sono innocente"».

Peraltro, la «sentenza riconosce che c'è un diritto soggettivo della parte nei confronti della Pubbliche amministrazioni», dunque è «difficile pensare che questa questione debba ritenersi definitivamente chiusa». [...] «Le sentenze vanno rispettate - afferma il deputato triestino del Pd Ettore Rosato - ma sottolineo che la questione degli indennizzi degli esuli è di pertinenza della politica, non degli organi giudiziari».

Secondo Rosato, «la questione dell'equo e definitivo indennizzo degli esuli, sulla quale in più parlamentari, trasversalmente, ci siamo impegnati per lungo tempo, pertiene le scelte politiche e non quelle giudiziarie. Nonostante i grandi passi avanti compiuti dalla coscienza nazionale sul dramma dell'esodo - osserva Rosato - quando si tratta di mettere mano alla cassa, lo Stato diventa smemorato.

E le cancellerie dimenticano, con la stessa rapidità, di discutere questioni importanti di diritto soggettivo, come - conclude - la restituzione dei beni non denazionalizzati».




166 - Il Piccolo 09/04/14 Indennizzi negati agli esuli Sinagra: «Italia disattenta»
Indennizzi negati agli esuli Sinagra: «Italia disattenta»

Il parere dell’avvocato dopo la sentenza della Cassazione che chiuso a ogni ipotesi di risarcimento più consistente per i beni confiscati ai giuliano-dalmati

di Roberto Urizio

TRIESTE. La politica estera dello Stato italiano è più attenta alle esigenze degli altri Paesi che alle nostre. Il professor Augusto Sinagra, avvocato esperto di diritto internazionale che da sempre segue le vicende degli esuli istriani, fiumani e dalmati, non risparmia critiche all’Italia all’indomani della sentenza della Corte di Cassazione, che ha confermato quanto già stabilito dal Tribunale di Trieste in primo grado e in appello sui ricorsi presentati da alcuni esuli e loro eredi. Secondo la Suprema Corte, lo Stato non deve risarcire ulteriormente le persone che nei territori oggi sloveni e croati hanno lasciato terreni e proprietà e che lamentavano indennizzi irrisori da parte italiana.

Professor Sinagra, come valuta questa sentenza della Cassazione?
Per dare una valutazione bisognerebbe leggere le motivazioni della sentenza.
Si possono tuttavia fare alcune considerazioni generali relativamente al preannunciato ricorso alla Corte europea per i diritti dell’uomo.

Ci sono i presupposti per questo ulteriore ricorso?
Il presupposto è la violazione del protocollo di Roma del 1950, in particolare sul diritto di proprietà e dell’interesse patrimoniale. La giurisprudenza ha più volte riconosciuto le lesioni dei diritti patrimoniali e mi pare anche questo un caso di violazione.

Il fatto che le cause portate avanti in Slovenia e Croazia procedano più a rilento possono rappresentare un ostacolo per il ricorso a Strasburgo?
Questo sarebbe un ricorso in cui vengono messe in evidenza le responsabilità dello Stato italiano. A stretto rigore giuridico è vero che Slovenia e Croazia non hanno portato a termine tutti i gradi di giudizio, ma per giusta tutela il ricorso non potrà che coinvolgere anche Lubiana e Zagabria.

Da parte di alcune associazioni degli esuli sono state mosse critiche forti all’Italia in merito alla questione degli esuli. Le condivide?
Credo sia abbastanza chiaro che i danni di guerra siano stati sostanzialmente pagati dagli esuli se si considera il valore complessivo dei beni nazionalizzati nei territori ceduti all’allora Jugoslavia.
L’atteggiamento dell’Italia relativamente ai diritti di indennizzo da parte degli esuli è stato quantomeno passivo.

Ci sono critiche da muovere anche nei confronti di Slovenia e Croazia?
Onestamente non mi sento di criticare più di tanto l’atteggiamento di questi due Paesi che, come è normale che sia, fanno i propri interessi. Lascia invece qualche perplessità il comportamento dell’Italia in politica estera che pare più attenta alle istanze dei Paesi stranieri che alle proprie.




167 - Il Piccolo 06/04/14 Il borgo di Babici in festa per l'asilo italiano
l’inaugurazione

Il borgo di Babici in festa per l’asilo italiano

UMAGO Il piccolo borgo di Babici in festa per l'apertura della sezione d'asilo “Do re mi” che fa parte della scuola materna italiana Girotondo. La prima presidente della locale Comunità degli Italiani Ariella Altin che ha avuto l'onore di tagliare il nastro, ci ha dichiarato che un sogno sognato per 20 anni finalmente si è concretizzato. È sicuramente la rete prescolare quella che negli ultimi anni ha subito lo sviluppo maggiore nella verticale scolastica in lingua italiana in Croazia e Slovenia. Come ha ricordato il presidente della Giunta esecutiva dell'Unione Italiana Maurizio Tremul, da 4 anni a questa parte sono stati costruiti o ricostruiti 5 edifici adibiti all'educazione prescolare. Tra questi quello di Zara che ha segnato lo storico sconfinamento del sistema scolastico della Cni ben oltre i tradizionali confini del territorio istroquarnerino. Per la sezione Do re mi, cosi si chiama, il governo italiano ha erogato qualcosa come 270 mila euro. Come sottolineato dalla direttrice del Girotondo Roberta Lakoseljac, nel territorio umaghese la rete prescolare italiana ha compiuto passi da gigante rispetto al 1965 quando il regime jugoslavo permise la riapertura dell'asilo italiano. All'epoca i piccini iscritti erano solo 4 mentre oggi il numero è salito a 220 ripartiti in 7 sezioni che ricoprono praticamente tutto il territorio. Sono dislocate infatti a Moella, Comunella, Salvore, Petrovia, Punta, Babici e quella centrale a Umago. L'attuale presidente della Comunità degli Italiani Roberta Grassi Bartolic ha ringraziato coloro che si sono prodigati per la realizzazione del progetto, in primo luogo il governo italiano. Il sindaco di Umago Vili Bassanese si è compiaciuto del fatto che la città sia al primo posto in Croazia per lo standard pedagogico negli asili. Il nuovo presidente dell'Università popolare di Trieste Fabrizio Somma si è soffermato sull'importanza dell'educazione prescolare per il futuro della Comunità italiana e ha ringraziato il suo predecessore Silvio Delbello per i risultati raggiunti nel suo mandato. Il Console Generale d'Italia a Fiume Renato Cianfarani ha ribadito l'impegno della madrepatria a favore della sua unica minoranza autoctona oltre i confini nazionali. Dal canto suo il presidente dell'Unione Italiana Furio Radin ha sottolineato che nella nuova istituzione i bambini impareranno la lingua italiana che nella comunicazione giornaliera useranno assieme all'istroveneto, al croato e al ciacavo diventando cosi dei veri istriani.
(p.r.)



168 - Il Piccolo 28/03/14 Trieste: Giorno del Ricordo dieci anni dopo
CELEBRAZIONE

“Verdi”, Giorno del Ricordo dieci anni dopo

Il presidente della Lega Nazionale Paolo Sardos Albertini: «C’è ancora tanto da capire»

Conoscere e approfondire “ma soprattutto capire, perché su questo fronte c’è ancora tanta strada da fare”. Questo, per il presidente della Lega nazionale, Paolo Sardos Albertini, l’obiettivo della manifestazione di domenica al Ridotto del Verdi, con inizio alle 10.30, in occasione del decennale dell’entrata in vigore della legge istitutiva del “Giorno del Ricordo”.

 «Dopo anni di vergognoso silenzio – ha spiegato Sardos Albertini - la legge ha prodotto un primo fondamentale risultato, far conoscere il dramma delle foibe e dell’esodo. Ora bisogna guardare avanti – ha aggiunto – e capire per esempio che i martiri delle foibe furono le vittime del tentativo di Tito di dare vita, dopo quella di Stalin, a una nuova rivoluzione comunista, da raggiungere annientando brutalmente chiunque si opponesse». Dopo aver ringraziato il Comune «per la disponibilità del Ridotto del Verdi», Sardos Albertini ha illustrato il programma che prevede interventi intercalati da canti istriani e da filmati.

Interverranno il presidente dell’Unione degli istriani, Massimiliano Lacota, Renzo Codarin a nome della Federazione delle associazioni degli esuli istriani, fiumani e dalmati, il sindaco, Roberto Cosolini e il parlamentare Roberto Menia, padre della legge. Codarin ha osservato che: «Non va dimenticato che, per anni, abbiamo dovuto subire i negazionisti e i giustificazionisti. Oggi non bisogna cadere nel riduzionismo». Manuele Braico, presidente delle Comunità istriane e vice presidente dell’Università popolare ha auspicato che «lo studio della Giornata del Ricordo sia portato nelle scuole». Gli intermezzi musicali saranno del Coro dell’Associazione delle comunità istriane, diretto da Paolo Di Paoli Paulovich e della Gorizia guitar orchestra. Le immagini e i filmati sono stati curati da Franco Viezzoli.

Ugo Salvini



169 - La Voce del Popolo  07/04/14 Cultura – Cittanova: Racconti dolorosi di un'epoca
Racconti dolorosi di un’epoca

Scritto da Kristina Blecich

Cosa significa al giorno d’oggi essere italiani? Il senso d’italianità è soggettivo e intimo, ma è anche sinonimo di un’identità radicata che rischia di affievolirsi nel contesto europeo contrassegnato dall’abbattimento dei confini, di soccombere di fronte alla globalizzazione e alla crisi dei valori che caratterizza la nostra realtà. Cosa prova di fronte a tutto ciò chi ancora crede nella propria identità nazionale? Sono stati questi i temi discussi nel corso del Convegno intitolato “Italiani oltre i confini. Testimonianze di Italiani d’Istria e non solo”, tenutosi sabato presso la sede della Comunità degli Italiani di Cittanova. L’iniziativa, organizzata dall’Associazione Culturale “Cristian Pertan” in collaborazione con l’Unione Italiana, l’Università Popolare di Trieste e la CI di Cittanova, è stata un’ottima occasione per inaugurare il XV fondo librario in lingua italiana intitolato a Cristian Pertan, oltre che per discutere sul senso di appartenenza alla Comunità Nazionale Italiana in Istria come in Italia. L’incontro ha visto la partecipazione di rappresentanti di diverse associazioni di “esuli” e “rimasti”.


Libri in dono

Dopo una visita alla città, è stato dato il via ai lavori con l’apertura del Fondo librario e con una donazione di libri alla CI di Cittanova. A nome del sodalizio ha parlato la presidente Paola Legovich. Gabriele Bosazzi e Manoel Bibalo del Fondo Pertan, hanno quindi illustrato la propria attività e presentato i circa 150 volumi in italiano regalati alla CI, che sono andati ad arricchire la biblioteca del sodalizio.
Il gesto è stato “sigillato” con l’atto della firma da parte di Paola Legovich e Manoel Bibalo. La prima si è detta felice e orgogliosa di poter dare il benvenuto a tantissime autorità, tra cui Fabrizio Somma, neoeletto presidente dell’Università Popolare di Trieste, Maurizio Tremul, presidente della Giunta Esecutiva dell’Unione Italiana, Alessandro Altini, rappresentante dell’Associazione Culturale Cristian Pertan, Antonio Ballarin, presidente dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, lo storico Giuseppe Parlato, Arianna Braico, presidente della Comunità degli Italiani di Momiano, Antonio Martelli, rappresentante dell’Associazione Trieste Pro Patria, Emanuele Merlino, rappresentante dell’Associazione Comitato 10 febbraio, il professor Massimilano Rovatti, Lino Vivoda, Denis Visintin e Franco Biloslavo. Legovich ha ringraziato inoltre i rappresentanti del Fondo Pertan e i genitori di Cristian, presenti al Convegno.

La parola è passata quindi agli esuli, ai rimasti, agli istriani e a tutti coloro che si sentono, anche per motivi sentimentali, legati profondamente all’Istria. Il dibattito socio-culturale con testimonianze libere e sentite ha avuto inizio con una relazione di Fabrizio Somma. Il presidente dell’UPT lavora e collabora da ormai 28 anni con le varie istituzioni della Comunità Nazionale Italiana. Secondo lui, le Comunità degli Italiani sono indispensabili per la tutela e la promozione della cultura italiana.

Maurizio Tremul si è soffermato sull’italianità odierna e quella dell’esodo. “Oggi è più facile parlare di italianità in Istria che dieci o vent’anni fa. Per rimanere italiani bisognava andare via e si diventava esuli. I rimasti invece hanno accettato una nuova nazionalità. Ma una cosa che univa gli esuli ai rimasti era il fatto che sia gli uni che gli altri divennero stranieri. I primi perché non vennero accolti dalla loro nazione madre come avrebbero dovuto essere, e i secondi perché la loro terra venne occupata da stranieri. Ma se tutti se ne fossero andati dal proprio Paese natale, oggi non ci sarebbero più italiani in queste terre. Essere italiani oggi significa dunque operare per mantenere”, ha puntualizzato Tremul, aggiungendo che ormai non esistono più confini tra la Croazia e la Slovenia. “Ora bisogna abbattere quelli mentali”, ha detto ancora.

 Al numeroso pubblico si è rivolto anche Lino Vivoda, esule in Liguria, che ha condiviso con i presenti le proprie testimonianze di profugo. Nativo di Pola, il direttore del periodico “Istria Europa” ha fatto parte del convoglio partito da Ancona nel ‘47. “Una volta raggiunta l’Italia, gli istriani si erano sentiti male, e quell’Italia che per loro rappresentava l’unica speranza, invece che madre era diventata matrigna. Nonostante ciò, sono rimasti sempre italiani e di ciò vanno fieri”, ha ricordato commosso Vivoda.

Storie struggenti

A raccontare la propria esperienza anche Arianna Braico, presidente della Comunità degli Italiani di Momiano. Essendo molto giovane all’epoca dell’esodo, non lo ha vissuto in prima persona ma dopo essersi iscritta all’Università degli Studi di Trieste è stata trattata male e la sua esperienza non è stata per niente gradevole. Spesso si è sentita una studentessa di categoria B e i professori la chiamavano “croata”, seppur avesse più volte fatto notare loro di essere italiana. “Un italiano d’Istria – ha detto – subiva un trattamento diverso”. Oggi Arianna Braico si dichiara pertanto istriana di nazionalità italiana.

“La patria è una cosa e chi la gestisce, ovvero il governo, è un’altra”, è intervenuto brevemente Antonio Martelli, portavoce dell’Associazione “Trieste Pro Patria”, illustrandone l’attività. È stata poi la volta di Emanuele Merlino del Comitato 10 febbraio di Roma. L’Associazione, nata dopo la scomparsa di Cristian Pertan, si occupa della storia del ricordo, delle vittime delle foibe, di valorizzazione dell’identità e della tutela dei valori umani, morali e territoriali che rappresentano la nazione italiana.

Sabato sera si è parlato tanto anche di Simone Cristicchi e del suo spettacolo “Magazzino 18” che ha riempito le sale e i teatri dell’Istria. Secondo Antonio Ballarin, presidente dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia nonché figlio di profughi, l’italianità è l’appartenenza a un patrimonio storico, è l’amore viscerale per la propria terra. “La storia va raccontata e vanno rispettate le componenti culturali del territorio. Grazie al popolo dell’esodo la memoria viene raccontata”, ha detto. Si sono rivolti ai presenti anche Alessandro Altini, dell’Associazione Culturale Cristian Pertan, lo storico Denis Visintin e Franco Biloslavo, segretario della Comunità degli Italiani di Piemonte d’Istria. L’idea comune è stata rappresentata dal fatto che la cultura e l’identità italiana in Istria sono uniche e come tali vanno mantenute e salvaguardate. Il professore e sociologo Massimiliano Rovatti, anch’egli presente al Convegno e il quale si occupa di ricerche sociologiche dei confini, ha sottolineato l’importanza degli studi sull’identità nel territorio istriano. Il laboratorio sull’italianità si è concluso con l’esposizione dello storico Giuseppe Parlato che ha ribadito la differenza tra gli esseri umani e gli animali. “Le persone hanno la capacità di raccontare la propria storia e la storicizzazione nasce dalla coscienza della propria identità. Se esistono delle identità poco chiare, il dialogo non avviene” è stato precisato infine.

Angolo sportivo

A moderare la serata, Manoel Bibalo e Gabriele Bosazzi, figlio di esuli rovignesi. I due hanno spiegato che l’idea del Convegno, nato con l’intento di portare il discorso dell’italianità in Istria dopo l’abbattimento dei confini, è dovuta anche al campione olimpico e nostro connazionale Giovanni Cernogoraz.
Ieri, seconda giornata dell’evento, si è tenuto al poligono di Cittanova un torneo di tiro al piattello con dimostrazione di Cernogoraz.





170 – La Voce del Popolo 10/04/14 «Magazzino 18» a Rovigno un altro pienone annunciato

«Magazzino 18» a Rovigno un altro pienone annunciato

Scritto da Sandro Petruz
 
Riparte il tour istriano del celebre spettacolo “Magazzino 18” di Simone Cristicchi, che non poteva saltare una tappa importante come quella della Città di Rovigno, come confermano gli oltre 270 biglietti distribuiti per la serata allestita al Teatro “Antonio Gandusio”. Il cantautore romano si è esibito davanti a una sala gremita fino all’ultimo posto e alla presenza della vicepresidente della Regione Istriana Viviana Benussi, del sindaco e deputato Giovanni Sponza, dei vicesindaci Marino Budicin e William Uljanić, del presidente della CI “Pino Budicin”, Gianclaudio Pellizzer, del presidente dell’UPT, Fabrizio Somma, del presidente dell’associazione degli esuli rovignesi “Famìa ruvigni∫a” Francesco Zuliani e di numerosi altri rappresentani di spicco della CNI e della Città di Rovigno, nonché di numerosi esuli e membri delle Comunità di tutta l’Istria.

Sul palco del “Gandusio” Cristicchi ha di nuovo indossato i panni di Duilio Persichetti, al quale viene dato il compito di archiviare le masserizie degli esuli ancora conservate al Magazzino n. 18 del Porto Vecchio di Trieste. Sedie, armadi, pianoforti, utensili da cucina, giocattoli, ritratti e tant’altro custodito nel magazzino, che rappresentano le lacrime e le sofferenze del dramma che gli esuli italiani d’Istria, Fiume e Dalmazia hanno dovuto affrontare.
Durante la serata, Cristicchi attraverso i personaggi che interpreta nelle due ore del suo spettacolare monologo riesce a portare sul palco tutta la sofferenza che gli esuli hanno subito in quel buio periodo storico. “Magazzino 18”, che si avvale della collaborazione ai testi di Jan Bernas e dell’impeccabile regia di Antonio Calenda, è stato apprezzato dal pubblico rovignese con uno scrosciante e sentito applauso finale. Un’opera che sicuramente farà ancora parlare di sè e che è riuscita a riportare in auge e far conoscere al pubblico italiano ma anche a quello croato e sloveno una pagina di storia dei propri Paesi, che per troppi anni è rimasta in disparte. Alla fine dello spettacolo due alunne della Scuola Elementare Italiana “Bernardo Benussi” hanno omaggiato l’artista con un dono floreale a nome della Comunità degli Italiani di Rovigno “Pino Budicin”.
Un copione scritto osservando da vicino le sensazioni che regala
la Terra istriana

Prima dell’inizio dello spettacolo siamo riusciti a scambiare due battute con l’artista romano, che ha raccontato di avere visitato Rovigno per la prima volta l’estate scorsa come turista, scoprendo il centro storico, il Canale di Leme, l’isola di Santa Caterina e le deliziose specialità dei ristoranti locali, che portano ancora avanti la tradizionale cucina italiana di Rovigno.
Il cantautore ha ricordato di avere scritto “Magazzino 18” prendendo spunto e osservando attentamente le varie località dell’Istria per scoprire da vicino quali sono le sensazioni che questa terra regala.
“Ritornare a distanza di un anno a Rovigno nei panni di attore di teatro con uno spettacolo pensato e dedicato a questa terra è un’emozione veramente incredibile” ha dichiarato Cristicchi, aggiungendo che in quest’opera ci sono diversi legami con la città di Rovigno. Partendo dal grande Piero Soffici, con la canzone “Curiva zèi par el mondo”, che il cantautore ha confessato di aver adattato perché con tutta la buona volontà non è riuscito a imparare la “faviela” rovignese, e con la poesia “No dimentichemo”, di un altro grande della storia di Rovigno, il poeta Bepi Nider.




171 - Secolo d'Italia 30/03/14 Cristicchi ricorda l’eroe “scomodo” della strage di Pola provocata dai comunisti di Tito
Cristicchi ricorda l’eroe “scomodo” della strage di Pola provocata dai comunisti di Tito

Il commento di Francesco Signoretta

Un’immagine ingiallita dal tempo. E una scritta: «Il dott. Geppino Micheletti in una rara foto presta i primi soccorsi in strada, dopo lo scoppio sulla spiaggia di Vergarola (18 agosto 1946). Salverà tantissime vite. Un eroe sconosciuto». Simone Cristicchi rilegge un’altra terribile pagina di storia, di quelle che è difficile trovare sui libri di scuola perché scomoda. Siamo nell’agosto del 1946. Sulla spiaggia di Pola esplose un deposito di materiale bellico e morirono almeno ottanta persone. In quel momento, l’Istria era rivendicata dalla Jugoslavia di Tito, che l’aveva occupata da almeno un anno. Pola invece era in mano alle truppe britanniche e quindi non veniva controllata dagli slavi.  Gli italiani erano i nemici, i fascisti da cacciare, da perseguitare.

La spiaggia era gremita di bagnanti, tra i quali molti bambini. Ai bordi dell’arenile erano state accatastate ventotto mine antisbarco – per un totale di circa nove tonnellate di esplosivo – ritenute inerti perché erano stati tolti i detonatori. Alle 14,15 l’esplosione delle mine provocò una strage. Alcune persone rimasero schiacciate dal crollo dell’edificio della “Pietas Julia”.  I soccorsi furono complessi e caotici, anche per il fatto che alcune persone furono letteralmente “disintegrate”. Nell’opera di assistenza medica si distinse in particolar modo proprio il dottor Geppino Micheletti che – nonostante avesse perso nell’esplosione i figli Carlo e Renzo, di 9 e 6 anni – per più di ventiquattr’ore consecutive non lasciò il suo posto di lavoro. Ma di quest’uomo, di questo eroe, non parla mai nessuno, un silenzio che dura da decenni. Perché allora – come accaduto in seguito per tanti episodi in cui c’erano responsabilità politiche ben precise, “rosse” – si tentò di dare la colpa agli altri. Era fin troppo chiaro che la strage di Vergarolla fosse un attentato organizzato da chi aveva interesse a mandar via la popolazione di lingua italiana dalla maggiore città istriana, e cioè i comunisti di Tito. Ma non si doveva dire. L’Unità ne diede notizia dopo i funerali. Il titolo: «Gli angloamericani responsabili della strage di Pola». La tesi del quotidiano dell’allora Pci era che era stata una disgrazia, dovuta all’incuria degli angloamericani. La stessa Unità, in quelle settimane, conduceva una campagna di stampa in difesa degli interessi jugoslavi nella regione, contro «i servi del fascismo e dell’Italia fascista». Ora quella pagina di storia, una ferita dolorosissima per il popolo italiano, è stata ricordata di nuovo da lui, da Cristicchi, che – tra le aggressioni dell’estrema sinistra – ha avuto il grande merito di riparlare delle foibe e dell’esodo istriano grazie allo spettacolo Magazzino 18. E basta leggere uno dei tanti commenti, postati sotto l’immagine di Geppino Micheletti, il dottore, l’eroe: «È una delle storie più toccanti… non so quante persone al posto suo avrebbero avuto una simile forza. Grazie per aver pubblicato la sua foto, ora so che volto ha questo immenso eroe, il cui ricordo resterà indelebile nella mia memoria per il resto della mia vita».





172 - Avvenire 01/04/14 Goli Otok, a teatro la ferocia dei gulag di Tito
Goli Otok, a teatro la ferocia dei gulag di Tito


D​al 1949 al 1955 sono stati oltre 30.000 i deportati nei campi di concentramento di Goli Otok e del vicino arcipelago di Arbe, in Croazia. Di questi, 4.000 non sono più tornati a casa (i corpi sono stati ammassati in fosse comuni) e molti di quelli che l’hanno potuto fare si sono tolti la vita o sono impazziti. Comunisti perseguitati da comunisti, sottoposti ad atroci torture e a raffinati "lavaggi del cervello" finalizzati a un ravvedimento dimostrabile solo rendendosi carnefici o delatori dei propri compagni di prigionia. Si trattava soprattutto di partigiani, ex combattenti della guerra di Spagna, dirigenti e militanti del partito comunista jugoslavo rimasti fedeli a Stalin dopo lo "strappo" titino da Mosca del giugno 1948, "traditori" che avendo aderito al Cominform (l’Internazionale dei Paesi filosovietici) dovevano essere "rieducati" in un gulag per capire dove sorgesse davvero il "Sol dell’avvenir": non all’ombra del Cremlino, cioè, ma sotto la guida del maresciallo Tito.
Goli Otok, l’Isola Calva in cui la gelida bora e il sole cocente hanno pelato nei secoli le chiome di un colle svelandone tutta la sua aridità, è stato un lager tra i più terribili della storia, dove la ferocia degli aguzzini è stata uguale a quella nazista. Quattordici baracche, brande nella sporcizia, dodici ore di lavoro al giorno nella cava di pietra o in officina, quattro fagioli quattro dentro la gamella, acqua poca o niente, umilizioni tante, condite da sputi, calci, sevizie e la condanna finale al disprezzo collettivo. E ancora bastonate a chi si lamentasse, botte fino a morirne.

Tra i prigionieri che sopravvissero a quell’inferno senza piegarsi mai, un antifascista fiumano, Aldo Juretich, uno dei pochi a voler raccontare, anni dopo, l’agghiacciante esperienza nel gulag durata 22 mesi. «Perché, in casi come questi, il testimone vive un conflitto interiore lancinante, tra il dovere di far conoscere agli altri quella orribile realtà e la consapevolezza che ciò è destinato a trasformarsi in incubi spaventosi come quelli che hanno tormentato il sonno di Aldo per quarant’anni» spiega Renato Sarti, il drammaturgo triestino fondatore del Teatro della Cooperativa di Milano che ha raccolto la storia dell’ex deportato traducendola in un testo teatrale (vedi box).
«Sapevo che viveva a Monza e lo cercai dopo aver letto Goli Otok (il libro del giornalista istriano Giacomo Scotti che descrive la barbarie del gulag titino, ndr) nel quale si parlava di lui: raccontava cose che mi sconvolsero e che quasi nessuno sapeva» ricorda Sarti. E così i due, dopo essersi incontrati, divennero molto amici. «No, di più – precisa l’autore della piéce –, perché Aldo è stato per me come un padre adottivo, mi ha insegnato il rigore etico, il vero valore della libertà e della giustizia, la fede nelle capacità umane e persino l’ironia che pesca nel profondo dell’animo: era (è morto nel 2011, ndr) un uomo di grande cultura, amava Dante, conosceva a memoria passi della Divina Commedia e dell’Eneide, citava il Cyrano di Rostand, cantava brani della Traviata... Ma aveva come un’ossessione, temeva cioè che la sua sofferenza a Goli Otok fosse stata inutile e che altri, in futuro, avrebbero potuto vivere una simile condizione di disumanità». È proprio per questo che Sarti ha deciso di scrivere un’opera teatrale sull’"isola dei dannati" tramutandola però, nel sottotitolo, in un’"isola della libertà": «Perché Juretich è l’emblema di una speranza contro la ferocia di cui è capace l’uomo, anche se, beninteso, con questo testo non vogliamo santificarlo...». Nemmeno di fronte alle macerie del comunismo la dignità di Juretich è stata spezzata. Riassumeva così la sua grande delusione per un’ideologia travolta dalla Storia: «Abbiamo vinto una volta sola nella nostra vita, quando ci hanno messo in galera».  

Anche il regista e attore Elio De Capitani, direttore artistico dell’Elfo-Puccini di Milano, si è gettato a capofitto nel progetto del quale cura, insieme con Sarti, produzione, regia e interpretazione. Sarà lui, infatti, a dare voce e corpo sul palcoscenico alle sofferenze e al grido di libertà di Aldo: «Un’adesione totale, la mia – commenta – perché sin dall’inizio di questa avventura teatrale, magicamente, non ho mai guardato il copione, è accaduto tutto senza diaframmi come fosse un miracolo della parola: merito di Aldo che ha saputo raccontarsi facendo trasparire l’anima, ma c’è qualcosa di misterioso in questo, come un parallelismo con il "Verbo che si è fatto carne"...».

Non è, insomma, teatro e basta. «Stavolta non indosso l’anima del personaggio, mi sembra di averlo davanti mentre mi sollecita stravolgimenti interiori: mi emozionano, mi sollevano la sua grandiosa dignità – conclude De Capitani – e le cinque o sei note della musica di Carlo Boccadoro che distilla la storia, che mi entrano dentro dandomi l’energia necessaria a sostenere la "parte"». Ma la chiave di tutto sta, forse, nel finale struggente, quando Aldo, parlando con un ex compagno di prigionia gli dice, guadando fuori dalla finestra: «Ecco, vedi, ci hanno tolto tutto, ma quel meraviglioso tramonto nessuno ce lo potrà levare mai».  
 
Fulvio Fulvi




173 – La Voce del Popolo 01/04/14  "Endrigo '47" - Partirà, la nave partirà, dove arriverà, questo non si sa...  
Partirà, la nave partirà, dove arriverà, questo non si sa...

Scritto da Gianfranco Miksa

È un documentario che racconta la vicenda umana e artistica del cantautore Sergio Endrigo, dall’infanzia trascorsa a Pola all’esodo nel 1947. Parla di Pola, della sua musica, dell’amicizia che lo legava al collega croato Arsen Dedić. Un autore, Endrigo, che seppure lontano dalla sua città natia, non è stato mai dimenticato dai polesi né dagli istriani, tanto che gli hanno voluto rendere il giusto omaggio con la pubblicazione del doppio CD “Hommage a Sergio Endrigo 1947”, con il sostegno della locale Comunità degli Italiani.

È un documentario dedicato ad Endrigo, in cui si parla di lui e dell’esodo, qui visto come una ferita ancor sempre aperta, insanabile nella struttura della città dell’Arena. “Endrigo ’47”, di Ines Pletikos, è stato di recente proposto sulla prima rete della Radiotelevisione croata (HRT), ma avava “debuttato” qualche mese fa in occasione dell’entrata della Croazia nell’Unione Europea, proprio mentre sul primo canale dell’HRT andava in onda la cerimonia dell’adesione.

Come spiega l’autrice stessa – che abbiamo raggiunto mentre è alle prese, al Teatro Popolare Istriano, con lo spettacolo “Blak”, su testo di Milan Rakovac, storia d’amore tra due giovani a Pola nel 1947, con una ricostruzione degli eventi storici fatta attraverso il protagonista principale dell’opera, ricoverato al reparto psichiatrico dell’ospedale polese –, a causa della coincidenza con la festa europea, il lavoro è stato visto da pochissimi spettatori, ecco perché la recente replica è stata vissuta come una seconda prima, che ha avuto un successo maggiore.

Crème de la crème dell’Istria musicale

“Tutto ebbe inizio circa un anno fa – esordisce l’autrice alla domanda di com’è nato il progetto “Endrigo ’47” –. Sono stata avvicinata dal redattore in pensione dell’HRT, Silvije Hum, che possedeva immagini di repertorio dell’ultima visita di Sergio Endrigo all’amico Arsen Dedić nella primavera del 2005. Mi raccontò del suo desiderio di fare un film su Endrigo. Gli avevano parlato di me come di un’apppassionata di Endrigo e dopo diverse settimane di preparazione decise di affidarmi il progetto. Hum aveva in mente di realizzare una piccola trasmissione nostalgica, costruita sui ricordi di Dedić e corredata da immagini d’archivio. Io non mi trovai d’accordo con tale impostazione e riuscii a convincerlo dell’importanza del contesto politico dell’intera storia. Poi anche gli autori e produttori del progetto musicale ‘Hommage a Sergio Endrigo 1947’, Edi Cukerić e Mauricio Ferlin, accolsero l’invito a partecipare al film e in breve tempo misero in piedi un concerto nell’ambito del Forum Tomizza a Capodistria, invitando i musicisti del progetto, che sono poi stati ripresi per il documentario. L’iniziativa ha visto l’adesione di Massimo Savić, Danijel Načinović, Bojan Šumonja, Franko Krajcar, Livio Morosin, Dario Marušić, Tamara Obrovac e di tanti altri musicisti istriani”.

Un ipotetico incontro

Oltre a loro il documentario vede pure la partecipazione dello scrittore e giornalista Milan Rakovac.

“Infatti, tra i tanti artisti figura pure Milan Rakovac, che ha scritto appositamente per il corto la poesia ‘Endrigo Blues’, poi messa in musica da Tamara Obrovac e Uroš Rakovec. È una canzone che parla di un ipotetico incontro tra due autobus nel ’47: uno parte da Pola e l’altro arriva in città. In uno vi è il piccolo Sergio con la madre e il fratello, nell’altro si trova Milan, anche lui con la madre e il fratello, entrambi però senza i padri e nonni. Uno lascia la sua città natale, per approdare chissà in quali lidi. L’altro lascia il proprio villaggio e arriva in una città fantasma desolata e demolita dalla guerra, una nuova civiltà. Ci si chiede chi siano i vincitori e chi i vinti”.

Universo incontaminato

Parte del documentario è incentrata sull’amicizia intercorsa tra il cantante croato Arsen Dedić e Sergio Endrigo.

“Arsen Dedić ha insistito tanto al fine di preservare il loro universo incontaminato. Un mondo che ha generato e mantenuto la loro profonda amicizia, nonostante l’abisso dovuto alla tormentata storia del territorio. Arsen gli ha scritto nel 1970 la canzone ‘Kud plovi ovaj brod’ (Dove va questa nave), musicata da Esad Arnautalić. La nave della canzone è il piroscafo ‘Toscana’ con il quale gli esuli partivano da Pola verso l’ignoto. Proprio a causa dell’amicizia con Arsen, Sergio frequentava la Croazia. Ed è stato proprio Arsen e riportarlo per la prima volta a Pola, città che ovviamente non era la Pola della sua infanzia. Pola con l’esodo si è svuotata e nella nostra memoria collettiva si è verificato un vuoto che si va estendendo tanto più quanto ci immergiamo nel nostro inconscio collettivo. La vita dei nostri concittadini è inseparabile dalla nostra. Ciò è stato bene espresso da Cukerić e Ferlin che lavorando sul progetto ‘47 hanno affermato di percepire Endrigo come un loro parente”.

Ha avuto delle difficoltà nel realizzare il documentario in quanto parla apertamente dell’esodo, un argomento che in certi ambienti della Croazia è ancor sempre vissuto con una certa riluttanza?

“Ci sono state delle difficoltà dovute soprattutto all’ottenimento dei diritti per i filmati dell’esodo da Pola risalenti al 1947, e che sono conservati all’Archivio della Cineteca italiana ‘Istituto Luce’. Quale autrice del lavoro, ho insistito perché questi siano parte del corpo del film, altrimenti non ha senso nemmeno aprire l’argomento. Presentare gli originali filmati dell’epoca era l’unico possibile approccio documentaristico all’intera storia”.

Precedentemente ha realizzato un altro cortometraggio su un altro grande compositore di Pola, Antonio Smareglia?

“Quando si ascoltano le sue opere, in particolare ‘Oceàna’, ‘Abisso’ e ‘La Falena’, realizzate in collaborazione con il librettista, poeta e giornalista Silvio Benco, e caratterizzate da un suono sensuale, sinfonico e denso, è difficile non chiedersi chi sia l’autore di queste musiche, quando sono state composte e in quale contesto. Ogni nuova informazione su Smareglia ha rappresentato per me una scoperta affascinante. Nonostante sia nata a Pola, dove ho frequentato la scuola di musica, e possiedo una buona infarinatura relativa a questioni culturali, sia a livello globale e locale, fino a poco tempo fa non possedevo alcuna nozione del compositore Antonio Smareglia. La mia ignoranza mi ha particolarmente sorpreso costringendomi a prendere la giuste misure. In questo modo è nato il documentario su Smareglia”.




174 - Il Piccolo 06/04/14 Gorizia: Storico abbraccio tra Mandic e Pamich
L’ex deportato e l’amico d’infanzia protagonisti al Rotary, che ha consegnato 41mila dollari al Centro disabili di Fiume

Storico abbraccio tra Mandic e Pamich

di Alex Pessotto

Quando lasciò, alle sue spalle, quel monito che della più bieca storia fa parte (“Arbeit meicht frei”, “il lavoro rende liberi”) Oleg Mandic, con tutta probabilità non poteva sapere che, un giorno, di quella storia sarebbe stato testimone prezioso. La sua, infatti, è la storia dell’ultimo a uscire vivo da Auschwitz, la storia di un 11enne che si trovò nel reparto del dottor Mengele. Storia raccontata ieri, al pubblico della sede goriziana dell’università di Trieste. Che ha fatto il paio con un’altra, preziosa testimonianza. Quella di Giovanni Pamich, a lungo primario chirurgo a Gorizia e Monfalcone. Che, assieme al fratello Abdon, olimpionico nella marcia - ieri impossibilitato a essere presente - nel ’47 compie una rocambolesca fuga da una Fiume ormai titina per seguire il padre prima a Trieste, per lavoro, e dopo a Milano: ma da Fiume a Trieste per i fratelli Pamich è un viaggio da romanzo per non parlare dei successivi trasferimenti:
sì Milano ma anche Udine e Novara, rifugiandosi in campi profughi. Al di là delle loro storie va detto che i fratelli Pamich, assieme a Oleg, da bambini giocavano assieme. La storia li ha divisi, poi voluti assieme. Ma è grazie al Rotary, in particolare, se si son ritrovati. Per un abbraccio, ma, soprattutto, per portare la loro testimonianza. Che ha il sapore di un invito, specie per i più giovani, a non arrendersi mai, come ha sottolineato il giornalista Roberto Covaz nel presentarli, ieri, con molti studenti fra il pubblico. E sempre il Rotary club Gorizia, con a capo Bruno Augusto Pinat (gli subentrerà Roberto Collini), ha raccolto, rivolgendosi anche ad altri Rotary club del Nord-Est, e consegnato un service di oltre 41mila dollari a favore del Centro di assistenza a persone colpite da disabilità gravi situato a Fortica, Kraljevica, nei pressi di Fiume. Davvero un’iniziativa lodevole. Al punto che vi hanno preso parte, fra gli altri, l’arcivescovo Redaelli, il sindaco Romoli, il rettore dell’ateneo triestino Fermeglia, il presidente dell’Unione Italiani Istria e Dalmazia, Maurizio Tremul, il generale di corpo d’armata Luigi Federici, il parlamentare europeo e presidente della Commissione agricoltura, Paolo De Castro, nonché la governatrice Debora Serracchiani. Quest’ultima, collegando l’incontro
all’attualità: «Così com’è l’Europa non va bene, certo - ha detto -. Ma una forza d’animo va ritrovata. E dobbiamo eleggere al Parlamento europeo chi l’Europa la vuole cambiare ma la rispetta. Io non potrei pensare a tornare in un’Europa con muri e barriere».




175 - La Voce del Popolo 04/04/14 Rovigno: quando la città era un'isola
Rovigno: quando la città era un’isola

Lo storico Marino Budicin, che detiene la carica di vicesindaco e di vicepresidente del sodalizio rovignese, ha dato vita nella CI a un fantastico e interessante viaggio nella storia del centro storico rovignese.
La conferenza, dal titolo “Lo sviluppo urbano di Rovigno con particolare riguardo alla topografia della piazza della Riva”, ha attirato un numeroso pubblico di tutte le età, tra alunni, studenti e pensionati, ma anche guide turistiche che hanno colto l’occasione per approfondire le proprie conoscenze in merito all’affascinante storia della città di Santa Eufemia, che fino al 1763 è stata un’isola. Marino Budicin, ricercatore e vicepresidente del CRS, durante la presentazione si è avvalso di numerosi disegni, schizzi e cartoline d’epoca, per presentare al meglio l’evoluzione urbana di una della città più particolari al mondo, evidenziando che il centro storico rovignese è uno degli esempi più rappresentativi dello spazio antropico istriano, che rivela una chiara matrice storico-sociale popolana in funzione abitativa. Lo storico ha sottolineato che il centro rovignese, nonostante presenti inconfondibili tratti e modelli edilizi e artistico-architettonici veneziani, a causa della particolare conformazione geologica, non ha potuto sviluppare appieno la tipica tipologia dell’ordito urbano veneto-veneziano, che vede la platea magna (communis) coronata dalle sedi pubblico-istituzionali più importanti.


Piazza della Riva

La piazza della Riva, che portò anche il nome di Vittorio Emanuele, oggi piazza Tito, è stata presentata edificio per edificio e nella sua evoluzione del tempo grazie ad alcuni disegni di Rocco Venerandi, che si custodiscono presso l’Archivio di Stato di Venezia, agli schizzi rovignesi dell’architetto triestino Pietro Nobile del 1815, custoditi dall’Archivio di Stato di Fiume e alla documentazione del segretario comunale Giuseppe Gaetano Natorre, che a metà Ottocento disegnò le antichità urbane rovignese, comprese quelle della piazza della Riva.
Il relatore ne ha illustrato le evoluzioni partendo dall’Arco di Balbi, che in realtà fu eretto dal podestà Bernardo Barbaro nel 1678-79, poi modificato dalla famiglia Balbi. Sulla sinistra dell’Arco che porta al centro storico si ergeva Palazzo Pretorio, il cui pianoterra venne riadattato nel 1891 per l’apertura del “Caffè del Muncipio” e dove l’8 dicembre del 1913 venne inaugurato l’albergo “Adriatico”, tutt’oggi in funzione. Nel 1756 a fianco dell’Arco dei Balbi è disegnato l’edificio del “Granaio”, eretto nel 1680 dal podestà Daniele Balbi nell’area a ridosso delle mura riservata fino allora alla cosiddetta “berlina”. Nel 1772 questo edificio divenne sede del Monte di pietà e la lapide che ricordava l’erezione del granaio venne sistemata sulla nuova trabeazione dell’Arco dei balbi.
Dall’altra parte della piazza prevale l’edilizia abitativa; nell’edificio centrale agli inizi del secolo XX la famiglia Ghira aprì l’omonimo caffè (oggi “Viecia batana”). Nell’angolo sud-est della piazza si trovavano l’edificio che ospitava un forno privato e la sede dei piloti rovignesi, nonché quello delle cosiddette “beccarie pubbliche” (carceri), che con la sua loggia si apriva verso la piazza. Nel 1857 il vecchio Corpo di guardia fu rifabbricato ad uso di caffè commerciale e in quell’epoca venne eretta la Torre dell’orologio, ricostruita nel 1907, quando vi venne murato il leone che fino al 1843 si trovava sopra l’architrave del Porton del ponte.

Gli stendardi marciani

Grazie agli schizzi è possibile vedere una delle strutture più interessanti che si ergevano al centro della piazza, dove oggi è presente una fontana:
sono gli stendardi pubblici, con il pilo centrale e le 2 colonne marciane con S. Eufemia e il Leone di S. Marco. In base allo stemma posizionato sul pilo centrale la loro costruzione è attribuibile al podestà Francesco Baffo, tra il 1592 e il 1593. Rovigno e Canea (Creta) sono gli unici centri della Serenissima a poter vantare 2 colonne marciane, al pari di Venezia. Con la caduta della Repubblica marinara, il leone marciano fu scambiato con una statua raffigurante San Giorgio, il compatrono di Rovigno.

La Torre del Porton del ponte

Durante la conferenza il relatore ha spiegato che a partire dalla metà del XVII secolo e soprattutto con lo sviluppo dell’abitato sulla terraferma, l’ampia area tra la cinta muraria cittadina e l’antemurale sul canale che divide l’isola della terraferma assunse sempre maggiore rilevanza. In base agli scritti dello storico Bernardo Benussi, l’antemurale sul canale venne eretto nel XII secolo e presentava al centro la Torre del Porton del ponte, alla quale si aveva accesso attraverso un ponte oltre il canale. Il disegno del 1756 riporta l’unica raffigurazione conosciuta del ponte, che in origine era levatoio e che poi venne costruito in pietra, sostenuto da due archi.
Dagli scavi realizzati in piazza del Ponte nel 1998 è emerso che la sua lunghezza era di circa 8 metri o 4 “passi” veneziani. Inoltre, durante gli scavi sono venuti alla luce i resti della tomba di Nicolò Calucci, cavaliere di S. Marco, morto nel 1622, che erano custoditi nella chiesa del SS.mo Salvatore, che si ergeva a fianco della Torre.

Un patrimonio da salvaguardare

Il vicesindaco ha concluso l’affascinante relazione ricordando che piazza della Riva è il risultato di corsi storici e di una sedimentazione urbana tanto particolari quanto ricchi, complessi e interessanti, che l’hanno plasmata gradualmente quale punto nevralgico e di confluenza più importante dell’abitato rovignese. “Un patrimonio che abbiamo ricevuto in eredità, che presenta testimonianze storico-architettoniche ancora in situ e che ha dietro di sé una splendida storia da salvaguardare”, ha concluso lo storico.
Il pubblico ha ringraziato il relatore per l’affascinante esposizione con un lunghissimo applauso, mentre il presidente della CI, Gianclaudio Pellizzer, ha annunciato che presto verrà organizzato un giro turistico della città; a far da cicerone sarà il professor Marino Budicin.

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176 - Il Piccolo 06/04/14 Lettere - Al Magazzino 18 ho compreso il dramma dei miei genitori
Al Magazzino 18 ho compreso il dramma dei miei genitori

LA LETTERA DEL GIORNO

Invio copia della lettera con cui ho ringraziato Piero Delbello per la generosa dedizione con cui si prodiga e per come ci ha illustrato e fatto rivivere le persone (e la “roba”) che lì, nel Porto Vecchio di Trieste, hanno lasciato tutto. Per la prima volta, nei miei settant’anni di vita, ho avuto la consapevolezza di cosa abbiano patito i miei genitori in quei terribili giorni. È stato davvero commovente! Dal giorno della visita al Magazzino 18, penso ai miei genitori con un altro sentimento ed interpreto in un modo del tutto nuovo i loro repentini cambi di umore, la loro improvvisa irritabilità e la loro frustrazione. Insomma, ho finalmente capito le loro difficoltà ad accettare la loro nuova vita. Per tutto ciò e per la persona nuova in cui mi riconosco dopo quell’evento, voglio esprimere un profondo ringraziamento a Delbello, all’Irci e a quanti contribuiscono a sostenerli e a farli conoscere, compreso il Piccolo. «Caro dottor Delbello, mercoledì 19 marzo, tre settimane fa, sono venuta a visitare il Magazzino 18. Verso la conclusione della visita, ci ha invitati a porre la firma sul registro dei visitatori e, qualora lo avessimo desiderato, una frase, una riflessione... Non sono riuscita a scrivere nulla: le emozioni, quella folla di foto ingiallite così vive e presenti, i ricordi personali e le sue parole cariche di dolorosa memoria, mi hanno ammutolita. Mai ho vissuto così intensamente l’evento che ha sconvolto la vita dei miei genitori, nonni e zii. Partiti di notte in pieno inverno con un treno che, dopo pochi chilometri da Pola, si fermò perché erano saltati i binari; con una bambina di due anni in braccio e uno di sei per mano (i miei cugini) dovettero percorrere molta strada a piedi nella speranza di trovare un altro treno che li portasse lontano dalla propria terra, verso un futuro ignoto. Avevo finalmente chiare quelle tragiche difficoltà che i miei genitori mai vollero ricordare e raccontare: dallo strazio dovuto al coatto abbandono della terra natia, alla lunga solitudine e alla disperazione che ne derivò, perché qui, nel Veneto, all’inizio erano ed eravamo fardelli ingombranti da nascondere, fantasmi senza diritti e senza futuro, infine profughi dalle “numerose colpe”. Le scrivo tutto questo, perché nei giorni che sono seguiti a quel 19 marzo, mi sono chiesta, durante qualche notte insonne, come faccia lei a rivivere e rinnovare il ricordo di tanto dolore. Perché dalle sue parole e dagli accenni alla sua infanzia, così dura e difficile, questo dolore mi è sembrato troppo pesante da sopportare e perpetuare. Il compito, la missione, che si è assunto è ammirevole e degno di grande stima, ma mi permetta di aggiungere che i suoi cinquantatre anni (l’età di mio genero) dovrebbero essere rischiarati anche da un nuovo raggio di sole, dal profumo di questa primavera precoce colma di colori e di interessanti promesse... La saluto con sincero affetto.»

Loretta Lucci
Venezia




177 -  Il Piccolo 03/04/14 L'accento del ministro che recide i legami con la terra d'origine
L’accento del ministro che recide i legami con la terra d’origine

 Il responsabile del dicastero dell’Economia accetta di essere chiamato Pàdoan: non viola la legge, ma rinnega etimologia e storia

di MICHELE CORTELLAZZO

Rainews24, sabato 29 marzo, ore 9. La conduttrice annuncia un servizio sul Ministro dell’Economia Pier Carlo Padoàn. Parte il servizio, nel quale si parla del Ministro Pier Carlo Pàdoan. Una doppia possibilità di pronuncia del cognome del Ministro dell’Economia che è frequente in questi mesi. Il problemino l’aveva già notato immediatamente l’elefantino del Foglio, cioè l’attento direttore Giuliano Ferrara, al momento della formazione del governo.

Elencando i ministri, ha osservato: «Matteo ha sbagliato l’accento del cognome: Padoàn, non Pàdoan». Con Ferrara stanno Gian Antonio Stella, che ha dedicato al tema un articolo sul «Corriere della Sera» del 12 marzo (con i competenti commenti del Presidente onorario dell’Accademia della Crusca Francesco Sabatini e della dialettologa Maria Teresa Vigolo), Antonio Di Lorenzo, nel «Giornale di Vicenza», io stesso nel blog «Parole» (http://cortmic.myblog.it/) e una miriade di siti e blog che si occupano di questioni linguistiche.

Il punto è, secondo me, di una chiarezza cristallina: i cognomi come Padoan sono cognomi di origine veneta e, in quanto tali, portano l’accento sull’ultima sillaba. Quindi Padoàn. Allo stesso modo, portano l’accento sull’ultima sillaba Padovàn, Trevisàn, Visentìn, Furlàn, Milàn, e poi Padoìn, Bordìn, Lorenzìn, Benettón, Sansón, Stefanèl, e via dicendo.

Che Padoàn sia un cognome di origine veneta, anche se il ministro è nato a Roma da padre torinese, è altrettanto indubbio. Lo dimostra la distribuzione geografica (ricavabile dal sito www.gens.info): all’evidentissimo nucleo veneto si accompagnano due addensamenti a Milano e Torino, secondo una configurazione tipica dei cognomi veneti, legata all’emigrazione interna del secondo dopoguerra, e qualche altra sporadica presenza in giro per la Penisola (ad es. a Roma).

Ma i politici, usi a parlare di cose che non sanno, non sono d’accordo. Il saputello Pippo Civati, ad esempio, ha sostenuto che «Pàdoan è nato in Piemonte quindi si pronuncia ‘Pàdoan’», sbagliando persino la biografia del ministro. A sua volta, il vice-ministro allo Sviluppo economico, Claudio De Vincenti, economista romano, a «Tg3 Linea notte» del 12 marzo, ci ha rassicurati, informandoci, come se fosse un’ovvietà, che il cognome è Pàdoan, aggiungendo, con un sorrisino di supponente superiorità, che quello che aveva scritto Stella quel giorno si riferiva al dialetto.

Spero che il vice-ministro, sia un bravo economista. Ma in linguistica è davvero impreparato e dovrebbe evitare di parlare di lingue, dialetti e pronunce, anche se provocato dai conduttori dei telegiornali. E mi dispiace che a sua volta Maurizio Mannoni, che conduceva la trasmissione, non abbia avuto la curiosità di chiedergli come pronuncia il cognome della ministra della Salute, Beatrice Lorenzin (di padre istriano).
L’affermazione di De Vincenti relativa al dialetto è del tutto inconsistente. Non penso alla convinzione di alcuni che il veneto sia una lingua e non un dialetto: questione nominalistica e oziosa, che non appassiona i linguisti e divide le istituzioni (la Regione Veneto ha una legge per la tutela del patrimonio linguistico, il cui articolo 2 è intitolato «lingua veneta», mentre il Friuli Venezia Giulia ne ha una per la «valorizzazione dei dialetti di origine veneta»).

Penso ad altro, e cioè al fatto che si potrebbe tirar fuori il dialetto a proposito della realizzazione della “n” finale di questi cognomi, che in Veneto è velare (cioè come la “n” di ancora o dell’inglese spelling), ma non a proposito dell’accento. Quello sulla vocale finale è in modo incontrovertibile l’accento etimologico, e ne possiamo essere certi quando pronunciamo le varianti derivate dalla forma plurale (Padovàni, Trevisàni, Furlàni, Milàni), accentate da tutti sulla “a”.

 

E poi, i cognomi possono anche essere di origine regionale, ma non sono più dialettali quando diventano patrimonio dell’anagrafe.

Questa minima vicenda ci apre lo sguardo su alcuni problemi di ordine più generale, legati al policentrismo, linguistico oltre che culturale, del nostro Paese e alla definizione di chi possa essere il “padrone della lingua”.

Nel caso specifico: è lecito cambiare la forma dei cognomi? Se sì, chi è legittimato a farlo? Un tema credo particolarmente sentito in una terra in cui sono stati ortopedizzati con la forza i cognomi che sapevano di esotico (i Vidossich e i Cencig, per capirci) e nella quale è norma socialmente condivisa quella della ritrazione dell’accento nei cognomi di stampo veneto (Crèvatin, Trèvisan).

Detto in altri termini: se, motivazioni sballate a parte, Civati e De Vincenti hanno ragione, e Padoan vuole farsi chiamare con l’accento sulla prima sillaba, ne ha il diritto? Se a un cittadino non piace il suo cognome, o lo ritiene frutto di un errore anagrafico, non può cambiarlo a piacimento, ma deve intraprendere una procedura formale, che riveste carattere eccezionale ed è ammissibile «esclusivamente in presenza di situazioni oggettivamente rilevanti, supportate da adeguata documentazione e da significative motivazioni».

Ma ognuno ritiene di poter spostare come vuole l’accento, per ignoranza o per volontà di nobilitazione, e non c’è bisogno di nessuna procedura, perché non cambiano i documenti anagrafici, che, secondo le norme dell’ortografia italiana, segnano l’accento solo se la parola finisce con una vocale e questa è accentata. Non so cosa spinga il Ministro a farsi chiamare Pàdoan. Forse un’identità onomastica acquisita per rispecchiamento della forma usata dai suoi conterranei romani: un processo necessario, per garantirsi un’accettabilità sociale ed evitare sdoppiamenti di personalità anagrafica (ossitona in famiglia, parossitona nella vita sociale).

Ma il prezzo di questa scelta è quello di recidere i legami con il proprio passato familiare, cancellando le tracce che gli avi lasciano su di noi non solo con i caratteri fisici, ma anche con l’onomastica. Il saldo è positivo? Comunque sia, io preferisco stare dalla parte dell’etimologia e della storia, e continuerò a chiamare il ministro secondo la forma tradizionale Padoàn, come immagino facessero suo nonno e suo bisnonno. Spero che non gli dispiaccia troppo. In caso contrario, renzianamente, me ne farei comunque una ragione.

Si ringraziano per la collaborazione della Rassegna Stampa: L’Università Popolare di Trieste e l’Assoc. Nazion.Venezia Giulia e Dalmazia - ANVGD di Gorizia
Vi invitiamo conoscere maggiori dettagli della storia, cultura, tradizioni e immagini delle nostre terre, visitando i siti :
http://www.mlhistria.it
http://www.adriaticounisce.it/
http://www.arupinum.it



 
La Gazeta istriana marzo 2014

 


La Gazeta Istriana  a cura di Stefano Bombardieri, M.Rita Cosliani e Eufemia G.Budicin


anche in internet ai seguenti siti  :
http://www.arenadipola.it
http://10febbraiodetroit.wordpress.com/


Marzo 2014 – Num. 43


15 -  La Voce della Famìa Ruvignisa n.178 settembre-ottobre 2013 - Le nostre letture - Recensione del libro di Vivoda "In Istria prima dell'esodo" (Gabriele Bosazzi)
16 - L'Arena di Pola 16/01/14 -  1943: i giorni che sconvolsero la Venezia Giulia (Paolo Radivo)
17 - La Voce del Popolo 04/01/14 E & R -  Da Napoli al Collegio (Sergio Fogar)
18 - L'Arena di Pola 16/01/14 "Un sufion de vita nova": inizia così il 2014! (Tito Lucilio Sidari)
19 - Difesa Adriatica Febbraio 2014 Il Collegio "Niccolo Tommaseo" di Brindisi (1946-1951) (Egone Ratzenberger)
20 - Il Piccolo 03/01/14 Antonio Foscari, così si vive in un gioiello del Palladio (Elisabetta d’Erme)
21 - Corriere della Sera - La Lettura 19/01/14  I crimini dei collaborazionisti croati (Carlo Vulpio)


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15 -  La Voce della Famìa Ruvignisa n.178 settembre-ottobre 2013 - Le nostre letture - Recensione del libro di Vivoda "In Istria prima dell'esodo"

In Istria prima dell’esodo

Lino Vivoda è un esule da Pola noto a tanti istriani per il suo impegno di lunga data nella divulgazione della nostra storia e nel riallacciamento dei rapporti con la terra natìa e con gli italiani rimasti; si tratta anche di un amico della Famìa Ruvignisa, che ha partecipato al nostro ultimo raduno. Il buon Lino è stato per molti anni membro del comitato nazionale dell’ANVGD, fino a divenirne vice presidente, nonché co-fondatore e per alcuni anni sindaco del Libero Comune di Pola in Esilio; durante la sua lunga attività nelle associazioni degli esuli ha scritto sei libri e moltissimi articoli su riviste, narrando il dramma dell’esodo da Pola, la successiva vita dei campi profughi e l’inserimento nella vita italiana del dopoguerra.

Recentemente, il nostro ha dato alle stampe e presentato il suo settimo libro, intitolato “In Istria prima dell’esodo. Autobiografia di un esule da Pola“, un’opera piacevole da leggere, per il suo stile semplice e genuino, nel raccontare le esperienze vissute in prima persona, ma anche nelle parti in cui vengono narrati alcuni fatti storici frutto di ricerche dell’autore.
Il libro si apre proprio in maniera molto intima, con la descrizione dei genitori e dei famigliari più stretti ed affezionati dell’autore con le relative esperienze di vita. Un racconto personale, che però assume molta importanza anche per il lettore estraneo, in quanto tratta esperienze di vita comuni a tanti istriani e che sono estremamente rappresentative della storia contemporanea delle nostre terre.

A partire dai nonni Giovanni Vivoda e Maria Clarich, arrivati a Pola rispettivamente da Sergobani e da Jursania, due paesini dell’Istria interna siti nella zona di Pinguente, per aprirvi delle attività commerciali, quando la città viveva un periodo di prosperità per la presenza dei cantieri navali e della base navale della Marina austro ungarica. Il padre di Lino, Riccardo, era come molti suoi concittadini un operaio dei cantieri di Scoglio Olivi, convinto sostenitore delle idee socialiste, ma buon patriota; le sue idee infatti lo portarono ad esporsi nelle violente dispute tra italiani e filo-slavi nel 1946, a rimuovere la bandiera rossa da una torretta dei cantieri per ripristinarvi il tricolore, cose che gli costarono un’aggressione ed un agguato sventato per poco. Anche la vicenda della zia Fanny (Francesca) testimonia un pezzo di storia interessante: sposatasi con un austriaco residente a Pola, alla fine della Prima Guerra Mondiale lo seguì nel suo rientro in Carinzia, dove entrambi combatterono da volontari nella difesa dei carinziani dalle truppe del nascente stato SHS (futura Jugoslavia) che intendevano occupare ed annettere la regione, resistendo fino all'arrivo delle truppe italiane che ristabilirono l'ordine e permisero lo svolgimento del plebiscito del 1920 che assegnò la Carinzia alla nuova Austria. Dopo i piacevoli capitoli che raccontano di un Vivoda ragazzino vivace, ma soprattutto tracciano un bell'affresco di Pola italiana, inizia una significativa  parte dedicata alla descrizione dei tragici fatti che accompagnarono la seconda guerra mondiale.

Questa fase si apre con il ricordo del porto di Pola completamente gremito di unità da guerra illuminate, il 10 giugno 1940 giorno dell’entrata in guerra dell’Italia, con il papà Riccardo che disse a Lino “Osserva bene, perchè uno spettacolo così non lo rivedrai mi più”; in effetti, nessuno avrebbe più visto il porto di Pola italiana affollato ed illuminato in quel modo. Una delle parti più concitate del racconto è quella che narra i bombardamenti alleati sul capoluogo dell’Istria, particolarmente intensi e ripetuti a partire dal primo del 9 gennaio del '44, fino alla tremenda e distruttiva serie del gennaio-febbraio del '45; ovviamente la causa di tanto accanimento era la presenza della base della Marina Militare, ma come in tutta Italia, tali bombardamenti a tappeto andarono ben oltre il colpire gli obiettivi militari o strategici, finendo per distruggere interi rioni, provocando innumerevoli lutti e lasciando senza casa centinaia di persone. Il racconto di Vivoda rende bene l'idea del clima di paura e di lutto che si respirava in città; dal febbraio del '44 anche i Vivoda si aggiunsero alla lunga lista dei “sinistrati”, in quanto la loro casa, posta all'inizio della via Sergia accanto a Piazza Foro, fu seriamente danneggiata dalle bombe, costringendoli a trasferirsi in altra sistemazione. Nel dopoguerra, la rimozione delle macerie fece emergere dei resti di un'abitazione romana oggi visitata da molti turisti e conosciuta come la “casa di Agrippina”.

Nel luglio del 1944 le autorità decisero lo sfollamento della città, proprio per porre la popolazione al riparo da questi massacri venuti dal cielo; la famiglia Vivoda fu tra le più fortunate, potendosi trasferire a Gallignana presso la casa degli zii di parte materna, evitando così i disagi dei campi di sfollamento, allestiti generalmente in Friuli. Proprio in questo bel paesino istriano si colloca il racconto dei tragici fatti dell’8 settempre del ’43, capitolo che si può aggiungere alle tante preziose testimonianze di quel tragico momento della storia d'Italia; dopo aver visto transitare centinaia di soldati italiani sbandati, malconci ed esausti in ritiro dai Balcani, Lino assistette all'arrivo dei primi partigiani, su una ventina di “minadore”, le corriere usate per il trasposto dei minatori dell'albonese. Un giorno, i partigiani radunarono tutti gli uomini del paese con il pretesto di scavare trincee per difendersi dai tedeschi; in realtà, si trattava di scavare una fossa, sull'orlo della quale furono uccisi e poi sepolti un gruppo di prigionieri, in parte militari tedeschi, in parte civili; la loro sorte fu nascosta per tanto tempo, finché la fossa venne scoperta con il ritrovamento di resti umani appena negli anni novanta. Furono invece riesumate dalla squadra di pompieri del maresciallo Harzarich le salme ritrovate in due cave di Bauxite della zona di Gallignana, poi sepolte in una fossa tra il duomo ed il cimitero di Pisino, cui recentemente ha reso omaggio la Famìa Ruvignisa.

Lino Vivoda racconta il movimentato episodio che lo vide protagonista all'arrivo dei tedeschi a Gallignana: dopo tutto ciò che era successo, con la presa di potere dei partigiani e le vittime che fecero questi ultimi, tutti erano impauriti dalla probabile reazione delle truppe germaniche ed al loro arrivo tanta gente si rifugiò di corsa nella vallata sotto al paese, compreso Vivoda con la mamma e la sorellina neonata. I tedeschi intimarono però di far rientro in paese, dove stava già bruciando una casa in cui era stata trovata una bustina con la stella rossa. Il dodicenne Lino fu separato dalla famiglia e messo con il gruppo di uomini; a quel punto il nostro usò tutta la sua astuzia ed il poco tedesco che conosceva: con una frase azzeccata ad un giovanissimo ufficiale riuscì a farsi rilasciare; gli altri una trentina circa, furono invece portati a Dachau e solo 4 di essi fecero ritorno.

Alla fine della guerra, i partigiani di Tito entrarono a Pola senza trovare resistenza, visto che l’ultima guarnigione della Marina tedesca si trincerò nell'area tra Stoja, Forte Musil e la Fabbrica Cementi, nella speranza di riuscire a resistere all’esercito jugoslavo fino all’eventuale arrivo delle truppe alleate, lasciando ad una sessantina di militi della X Mas il compito di mantenere l'ordine pubblico e presidiare le strutture strategiche, in accordo, sembra, anche con emissari del movimento partigiano; il 29 aprile, prima di questo passaggio di consegne, l'ammiraglio tedesco Georg Waue fece affiggere un manifesto, il cui testo integrale è riportato in questo libro, in cui ringraziava la popolazione e ne lodava il senso civico dimostrato durante l'occupazione e persino scusandosi per le occasioni in cui i tedeschi avevano agito con spietatezza, un caso forse unico in Italia e in Europa. I partigiani disarmarono subito gli uomini della Decima che non opposero resistenza e furono rinchiusi nel campo dell'aeroporto di Altura; servirono invece vari giorni per ottenere la resa dei tedeschi ben fortificati nella zona di Forte Musil; essi deposero le armi appena l'8 maggio, in quanto il Feldmaresciallo Jodl aveva firmato la resa della Germania e continuare a combattere avrebbe significato essere giudicati al di fuori delle leggi di guerra. Come in altri casi, la resa fu seguita da una sanguinosa vendetta: i primi militari tedeschi che capitarono a tiro furono ammazzati sul momento, l’ammiraglio Waue ed i suoi ufficiali vennero fucilati e la maggior parte dei militi italiani fu trucidata in maniera brutale, altri vennero imbarcati sulla nave Lina Campanella, saltata sulle mine al largo di Fasana.

Nel maggio del '45 anche Pola entrò per più di un mese in un tunnel di terrore con innumerevoli arresti prevalentemente notturni dei cosiddetti “nemici del popolo”, che Vivoda quantifica in oltre un migliaio. Il racconto dell'autore riporta un personaggio noto ai rovignesi: il “gobo Trani”, un fascista di Pola che fu accusato di essere stato il responsabile dell'uccisione di Pietro Ive, durante gli scontri tra fascisti polesani e socialisti rovignesi nel febbraio del 1921. Il Trani venne rintracciato a Pola dai partigiani e portato a Rovigno, dove venne sottoposto a vari maltrattamenti e poi ucciso; Vivoda racconta di averlo visto rinchiuso in una gabbia di legno trascinata dai carcerieri, con lo sguardo terrorizzato e con i segni delle percosse subite.

Molto interessante il capitolo dedicato alla prima occupazione titina, durante la quale si inaugurò la sistematica abitudine di far arrivare a Pola abitanti slavi del contado inneggianti alla Jugoslavia ed al comunismo, simulando così una città a maggioranza croata, entusiasta verso il nuovo regime e desiderosa di unirsi alla Jugoslavia.

L’accordo Tito-Alexander stabilì il momentaneo ritiro delle truppe jugoslave da Gorizia, Trieste e Pola in attesa del trattato di pace, ritiro che in quest’ultima città fu però tutt’altro che indolore. Infatti le truppe inglesi arrivarono appena il 16 giugno, ma le prime manifestazioni di esultanza della popolazione italiana furono violentemente contrastate dai filo-titini che si trovavano ancora preponderanti in città, i quali aggredirono e malmenarono i piccoli gruppi spontanei di italiani e strapparono le prime bandiere tricolori. Il periodo di occupazione alleata che accompagnò la città sino all’entrata in vigore del Trattato di Pace fu decisamente acceso e turbolento, forse ancor più che a Trieste, viste le innumerevoli manifestazioni e scontri di piazza tra la maggioranza della popolazione che esternava la sua italianità e la componente filo-slava, le cui file erano ingrossate da gente venuta da fuori città e che invece reclamava l’annessione alla Jugoslavia di Tito. L’autore fornisce un’interessante descrizione delle principali manifestazioni, ma anche degli scontri di piazza, che si verificavano molto spesso anche tra piccoli gruppi; non fu sempre facile neanche il rapporto con le autorità inglesi, che anche qui istituirono la Polizia Civile della Venezia Giulia, cui la gente affibbiò il nomignolo di “bacoli neri”, non solo per il colore della divisa.

Si trova anche una dettagliata descrizione di tutte le associazioni, partiti e gruppi italiani che si organizzarono in quel periodo, ispirati a diverse ideologie e provenienze politiche. Fu intensa anche l'attività giornalistica, che doveva contrastare quella del “Nostro giornale”, foglio filo-titoista che si dedicava ad un'intensa propaganda per l'annessione alla Jugoslavia e che proprio per questo la gente soprannominò il “Mostro giornale”; nacquero così “El Spin”, “Democrazia”, “La posta del lunedì” e soprattutto “L'Arena di Pola”, il vero giornale polesano, passato alla storia per aver testimoniato ed accompagnato l'esodo dei suoi cittadini, che ancora oggi esce “in esilio” per tenere uniti gli esuli ed i loro discendenti.
Il punto forte di questo libro è indubbiamente il capitolo che tratta la strage di Vergarolla, che Vivoda ha considerato una specie di “rivelazione” tenuta in serbo per tanto tempo, in quanto porta all’opinione pubblica gli ultimi importanti dettagli frutto di tanti anni di ricerche personali e giunge a rivelare il nome di un altro degli esecutori materiali dell’eccidio. Come noto, il 18 agosto del '46, 28 mine di profondità precedentemente disinnescate esplosero nella spiaggia di Vergarolla affollata di famiglie accorse per le gare di nuoto della società Pietas Julia, uccidendo almeno 64 persone, contando solo quelle che furono riconosciute. Le autorità militari alleate avviarono un’inchiesta, le cui precise conclusioni rimasero nascoste fino a pochi anni fa quando dei documenti riguardanti Vergarolla sono stati trovati presso gli archivi dei servizi segreti inglesi di Kew Garden, a Londra, da due giornalisti triestini che pubblicarono quanto scoperto in un dossier. Tali rapporti del servizio segreto inglese, di cui uno intitolato significativamente “sabotage in Pola”, citano come fonte definita attendibile il controspionaggio italiano che agiva in stretta collaborazione coi servizi inglesi, e danno per certa la matrice terroristica dell’esplosione, come opera dell’OZNA.

Il documento cita il nome di uno dei “sabotatori” che avrebbero innescato le mine e che sarebbe scomparso successivamente al fatto, il fiumano Giuseppe Kovacich, già indicato da un altro documento precedente alla strage come un agente dell’OZNA “molto attivo nel perseguire gli italiani”. Un’ulteriore informativa fornita dall’intelligence italiana a quella inglese aveva segnalato inoltre, sempre nel mese di luglio, dei movimenti sospetti alla periferia di Pola, con protagonista un esponente comunista italiano, che avrebbe distribuito delle armi ad altre persone e che in seguito, ricercato della polizia, sarebbe fuggito a Fasana, occupata dagli jugoslavi. Un tanto combacerebbe con alcune testimonianze del giorno della strage.
Queste notizie comparvero sulla stampa appena dopo 62 anni dalla strage, ma diversi anni prima alcune verità erano comunque emerse grazie alle silenziose ricerche di alcuni volenterosi, tra cui proprio Lino Vivoda, che nella strage perse il fratello Sergio di soli 8 anni. In questo lavoro, l’autore riporta che poco dopo la strage un ufficiale inglese ed il rovignese Bepi Nider, che allora si trovava a Pola, trovarono in una cava prossima alla spiaggia di Vergarolla tracce di un innesco, identico a quelli usati allora nelle miniere dell'Arsa (a pochi chilometri da Pola); proprio nella vicina cittadina di Albona, aveva un delle sue più importanti sedi istriane l'OZNA. Dopo aver scritto in merito vari articoli sulla stampa degli esuli ed aver rilasciato interviste a giornali istriani, Vivoda entrò in contatto con un giornalista del quotidiano croato Glas Istre, che si era appassionato della vicenda e nel 1999 aveva scritto vari articoli su Vergarolla, rivelando un fatto inedito: un ex partigiano jugoslavo, suicidatosi anni prima, avrebbe lasciato una lettera in cui si diceva schiacciato dal rimorso, per aver fatto parte del gruppo che organizzò la strage, su incarico dell'OZNA; il giornalista riuscì persino a combinare a Vivoda un appuntamento con i familiari del suicida, con l’accordo di “acquistare” il biglietto; a questo punto, però, consapevole della delicatezza della questione ed allarmato dalle condizioni poste, cioè di doversi presentare da solo in luogo isolato, Vivoda non si fidò a recarsi all’appuntamento; il biglietto manoscritto, che il giornalista croato dice di aver visto personalmente, non è stato quindi mai recuperato. In questo libro, tuttavia, si riporta il nome dell’ex partigiano suicida: Ivan (Nini) Brljafa, che da ulteriori ricerche è risultato essere uno dei primi membri del partito comunista croato clandestino di Pola, nonché, durante la guerra, un “gappista” responsabile di un attentato contro una mensa di ufficiali tedeschi ed in seguito membro dell'OZNA, attivo tra Fasana e Peroi, nell'agro polesano. Circostanze che sembrano accreditare l’ipotesi di un suo coinvolgimento nella strage della spiaggia polesana.

Questa ulteriore fatica dell’amico Lino Vivoda è quindi particolarmente importante, sia nel dare un contributo concreto al chiarimento degli aspetti più spinosi ed ancora irrisolti della storia istriana, sia perché, sullo sfondo dei ricordi di gioventù dell’autore, riaffiorano immagini e storie di una Pola che non c’è più, riemerge un prezioso affresco di Pola italiana.  

Gabriele Bosazzi



16 - L'Arena di Pola 16/01/14 -  1943: i giorni che sconvolsero la Venezia Giulia
1943: i giorni che sconvolsero la Venezia Giulia
Ha avuto luogo a Isola il 28 e 29 novembre 2013 un intenso convegno scientifico internazionale sul tema 8 settembre 1943: i giorni che cambiarono la Venezia Giulia. Nel numero precedente abbiamo riassunto la parte iniziale della prima giornata. Ora proseguiamo con la parte finale della stessa.
La connazionale Erika Sporčić (Scuola Media Superiore Italiana, Buie) ha rilevato come il movimento indipendentista croato prese corpo dopo il colpo di stato di re Alessandro, che il 6 gennaio 1929 istituì una dittatura personale trasformando il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni in Regno di Jugoslavia e centralizzandolo ulteriormente. Allora i dirigenti del Partito Croato del Diritto ripararono in Italia, Germania, Austria, Ungheria, Belgio, USA e Argentina. Con il nome di ustascia (insorti) organizzarono un movimento rivoluzionario volto a far sorgere tramite la lotta armata una Croazia indipendente, militarista, autoritaria e cattolica. Mussolini li protesse offrendo loro anche campi di addestramento. Dopo l’assassinio di re Alessandro a Marsiglia per mano ustascia nel 1934, la Francia pretese da Mussolini l’espulsione dei suoi protetti, ma egli si limitò a confinarli sull’isola di Lipari. A guidare questo nucleo di 480-550 fuoriusciti era Ante Pavelić, che il 10 aprile 1941 proclamò sulle ceneri del Regno di Jugoslavia lo Stato Indipendente Croato, satellite di Italia e Germania. Lo Stato ustascia subì sempre più l’influsso tedesco e dopo l’8 settembre si basò esclusivamente sul loro appoggio.
Lorenzo Salimbeni (Lega Nazionale, Trieste) ha parlato della maldestra gestione del Governatorato di Dalmazia, istituito nell’aprile 1941 con le Province di Zara, Spalato e Cattaro e sciolto il 7 agosto 1943. Ci furono sovrapposizioni di competenze e progettualità contrastanti fra militari, gerarchi e civili, incapaci di sradicare la guerriglia titoista. L’8 settembre le truppe italiane, pur in maggioranza numerica ma divise in due catene di comando, si trovarono allo sbando fra reparti tedeschi, già in possesso di porti, aeroporti e punti strategici, e partigiani. Nelle Bocche di Cattaro la divisione Emilia fronteggiò insieme ai cetnici i tedeschi fino al 16 settembre, quando il generale Ugo Buttà scappò via mare in Italia con altri ufficiali superiori, mentre i subordinati o si arresero, o si unirono ai tedeschi, o si diedero alla macchia.
Nel Montenegro interno le unità italiane si organizzarono contro i tedeschi o passarono alla lotta partigiana.
Il 10 settembre le avanguardie tedesche entrarono a Zara, che divenne un’enclave della RSI con crescente presenza tedesca. Alcuni italiani combatterono con i tedeschi o gli slavi anti-comunisti, altri con i partigiani. Ancora il 10 settembre i partigiani presero il controllo di Sebenico, ma poi si sfilarono.
L’11 settembre le truppe tedesche e croato-ustascia circondarono Ragusa e ottennero un accordo per il disarmo delle truppe italiane, che il 12 avviarono all’internamento nei lager.
A Spalato, dopo trattative anche con i cetnici, l’11 settembre le truppe italiane consegnarono le armi ai partigiani, che uccisero 106 persone fra italiani, cetnici e simpatizzanti ustascia. A Clissa italiani e tedeschi resistettero per quasi due settimane ai partigiani, cui si erano aggiunti militari italiani. Il 27 settembre i tedeschi occuparono Spalato e fucilarono 46 ufficiali italiani, mentre gli ustascia scatenarono la repressione contro gli italiani e scalpellarono i leoni veneziani.
Ad Arbe i prigionieri del campo (tra cui diversi anziani ebrei) presero il controllo dell’isola aggregandosi ai partigiani. I pochi rimasti furono poi sterminati dai nazisti.
Hitler consentì a Pavelić, che aveva denunciato tutti i trattati con l’Italia, di annettersi la bramata Dalmazia salvo Zara, ma stroncò sul nascere le sue velleità di occupazione dell’Istria, volendo gestire direttamente il Litorale Adriatico.
«Dall’aprile 1941 – ha rilevato Nevenka Troha (Istituto di Storia Contemporanea, Lubiana) – il movimento di liberazione sloveno organizzò la resistenza anche nei territori “sottratti alla Slovenia nella passata guerra imperialista”. Nell’agosto 1941 Oskar Kovačić, membro del Comitato centrale del Partito Comunista Sloveno, giunse nella Venezia Giulia. In autunno arrivarono i primi sette partigiani. La formazione delle organizzazioni del PCS sul territorio dello Stato italiano fu approvata nell’agosto 1942, su richiesta di Tito, dal Comintern, che pretese altresì lo sviluppo del movimento partigiano assieme agli italiani. Dal luglio 1941 Palmiro Togliatti da Radio Mosca incitava a stringere un patto d’alleanza tra il popolo italiano e quello sloveno. Nel marzo 1942 invece invitò gli italiani ad unirsi ai partigiani jugoslavi. Nel gennaio 1942 Umberto Massola, a nome del PCI, pubblicò il Manifesto del PCI per il diritto all’autodeterminazione e alla riunificazione del popolo sloveno. Contemporaneamente tra i due partiti vi furono tensioni relative non solo alla questione territoriale, ma anche alla condotta del PCS, che, avendo una forza maggiore, trattava subordinatamente i compagni italiani. Questi, come aveva scritto Kardelj nel maggio 1942, con il rafforzamento del movimento partigiano nella Venezia Giulia avrebbero dovuto contribuire ad estendere la rivoluzione. Nel gennaio 1943 la direzione del PCS strinse a Trieste un accordo con Vincenzo Marcon-Davilla in cui tracciava una linea di separazione tra l’attività del PCS e del PCI in città e su quella base furono costituite le organizzazioni comuni Unità Operaia. Della richiesta pubblica di includere Trieste entro la futura Slovenia libera e riunita nella Jugoslavia libera e democratica, avanzata dal Comitato esecutivo del Fronte di Liberazione, il 20 agosto 1943 fu informato Umberto Massola. Questi non concordava con l’annessione della Venezia Giulia, compresa Trieste, alla Slovenia, come scrisse nella lettera del 6 ottobre 1943, e ripeté le posizioni del PCI, vale a dire il riconoscimento dei diritti fondamentali degli sloveni all’autodecisione e alla secessione nonché la contrarietà alla richiesta di zone particolari».
«Dopo l’8 settembre al confine orientale – ha dichiarato Ezio Giuricin (Centro di Ricerche Storiche di Rovigno) – almeno in una prima fase si manifestarono, dando vita a difficili rapporti di collaborazione, sovrapponendosi ed a tratti confrontandosi, due diverse Resistenze: quella italiana e quella jugoslava (croata o slovena). Si trattò di due concetti diversi di lotta di liberazione: nazionale e sociale per i croati e gli sloveni; sociale, diretta prevalentemente a scacciare l’occupatore ed a lavare l’onta della repressione nazi-fascista, per gli italiani. La Resistenza jugoslava era monopolizzata dal Partito Comunista Jugoslavo attraverso le strutture del Movimento Popolare di Liberazione in un contesto caratterizzato da un disegno rivoluzionario di radicale sovvertimento sociale e nazionale del territorio polarizzato da un chiaro progetto di annessione territoriale. La Resistenza italiana, almeno nelle fasi immediatamente successive alla caduta del fascismo e all’armistizio, tentava invece di seguire lo schema – ampiamente collaudato in tutta l’Italia settentrionale – della collaborazione fra le forze antifasciste democratiche nell’ambito dei CLN o dei Comitati di salute pubblica. Diverse erano anche le concezioni dei comunisti: per quelli croati e sloveni il disegno rivoluzionario risultava subordinato a quello di liberazione e di espansione nazionale. I comunisti italiani invece erano legati a una visione internazionalista in cui l’obiettivo della costruzione di una “società più giusta” prevaleva su ogni considerazione nazionale. Ben presto, a causa dell’isolamento delle strutture resistenziali italiane dell’Alta Italia, della dissoluzione delle istituzioni e del disordine seguiti al crollo del fascismo e alla capitolazione dell’esercito italiano, e con l’espansione e il graduale affermarsi del ruolo egemonico del MPL jugoslavo, gli antifascisti italiani persero gradualmente ogni autonomia e soggettività, vedendosi costretti a confluire negli organici e a sottostare alle direttive croate e slovene. La tesi iniziale dei comunisti e in generale degli antifascisti italiani secondo cui la soluzione del problema dei confini doveva essere rinviata al dopoguerra venne abbandonata in seguito all’evolversi degli eventi, in un contesto contrassegnato dal graduale rafforzarsi delle posizioni jugoslave».
«Dal 25 luglio all’8 settembre – ha aggiunto Giuricin – vennero gradualmente liberati i prigionieri antifascisti giuliani, che raggiunsero le rispettive località. Subito dopo l’armistizio a Pola si formò Comitato nazionale antifascista italiano guidato tra gli altri dal comunista Edoardo Dorigo e dall’ex deputato social-riformista Antonio De Berti, che il 9 settembre promossero uno sciopero generale e un comizio subito respinto dalle truppe badogliane con 3 morti e 16 feriti. A Rovigno un numeroso gruppo di antifascisti guidati dal comunista Pino Budicin organizzò un comizio e un corteo per le vie della città con la bandiera italiana; anche loro vennero dispersi da militari e Carabinieri senza però incidenti. In molte località dell’Istria sorsero Comitati di salute pubblica, espressione delle forze politiche antifasciste e di ciò che rimaneva dell’amministrazione italiana, per autoregolamentare il territorio evitando il caos totale. Fra l’8 e il 15-20 settembre ci fu un’insurrezione quasi spontanea, promossa, gestita e controllata prevalentemente da elementi antifascisti locali italiani, croati o sloveni. Ma quasi subito prevalsero le strutture organizzative del MPL croato. Nella seconda metà di settembre cominciarono ad affluire dai territori liberati della Croazia numerose unità partigiane non originarie del luogo con dirigenti e commissari politici, tra cui molti istriani croati fuoriusciti durante il fascismo. Il 24 settembre si costituì a Pisino il comando operativo partigiano dell’Istria, che formò subito un tribunale militare. Nel frattempo in molte località, a seguito della sollevazione spontanea, si erano verificati arresti di individui considerati collaborazionisti del regime fascista, anche se non tutti lo erano, facendo semplicemente parte dell’amministrazione italiana od essendo ostili all’annessione. Dal 22 settembre si ebbe il tragico fenomeno delle foibe perché, a seguito del cambio ai vertici delle strutture partigiane, si verificò una resa dei conti con l’esecuzione sommaria di moltissimi prigionieri. Si parla di 500-700 persone. Non fu o fu solo in parte una jacquerie o una forma di giustizialismo popolare, bensì un’azione preordinata della polizia politica in nuce delle formazioni partigiane che si tradusse nell’eliminazione di quelli che sarebbero diventati testimoni scomodi davanti alla grande offensiva tedesca che dal 28 settembre mise a ferro e fuoco l’Istria uccidendo circa 2.000 persone. Il trattamento dei prigionieri fu diverso da località a località».
«L’assoggettamento della Resistenza italiana da parte dei comunisti jugoslavi – ha continuato Giuricin – fu più rapido nell’Istria croata che dove esercitava la propria azione il Fronte di Liberazione sloveno. Gli antifascisti italiani avrebbero dovuto accettare la linea annessionistica oppure sarebbero stati espulsi dal MPL. Il 10 dicembre 1943 Pino Budicin, alla prima Conferenza regionale del PCC istriano, denunciò, accanto ad alcuni sconcertanti aspetti sciovinistici dell’azione del MPL croato, anche i metodi con i quali erano stati eliminati i fascisti o i supposti “nemici del popolo”. Nel febbraio 1944 egli morirà insieme ad Augusto Ferri per mano fascista dopo un’imboscata. Il suo posto sarà preso prima dall’albonese Aldo Negri e poi dal rovignese Aldo Rismondo, entrambi uccisi in imboscate. All’epoca risale anche la fucilazione del comunista albonese Lelio Zustovich, giustiziato dai titini perché anti-annessionista. A Trieste i nazi-fascisti eliminarono tutti i comunisti italiani che, come Luigi Frausin, portavano avanti una politica autonoma e azzerarono ben tre compagini del CLN. La nascita dell’Unione degli Italiani dell’Istria e di Fiume, concepita nel luglio 1944 dai comunisti croati in vista del temuto sbarco anglo-americano sulla costa occidentale istriana, era volta ad addomesticare e controllare l’antifascismo italiano saldandolo con quello jugoslavo. A Rovigno per due volte consecutive fra il 1944 e il ’45 vennero eliminate le strutture del PCC guidate da comunisti italiani che rivendicavano una posizione autonoma, mentre i combattenti del Battaglione “Pino Budicin” furono mandati a morire nel Gorski Kotar».
«Nell’area del confine orientale – ha affermato Leonardo Raito (Università di Padova) – l’armistizio non comportò solo lo sbandamento organizzativo e morale dell’esercito, ma anche l’improvvisa scomparsa di ogni articolazione dello Stato italiano, ampliando ancor di più il carattere di cesura del momento storico. Si accelerarono i processi che si stavano delineando fin dal 1942, quando l’attività partigiana aveva trasformato quel territorio in zona di guerra. Diverse unità si fecero sopraffare da contadini croati senz’armi. Tre corpi d’armata, forti ognuno di 50.000 uomini, cedettero il passo ai circa 5.000 tedeschi in marcia dalla Slovenia. Eclatanti risultano i casi di Fiume, dove il generale Gastone Gambara al comando di 50.000 unità si arrese a un colonnello tedesco accompagnato da due motociclisti, e di Pola, dove 40.000 italiani tra soldati e marinai si arresero a un’esigua colonna tedesca. Una colonna di soldati autotrasportati diretta all’Isonzo si lasciò disarmare da un gruppo di contadini ubriachi. Ma a Monfalcone gli operai dei cantieri organizzarono la Divisione Proletaria, che insieme ai partigiani sloveni si oppose all’invasione tedesca di Gorizia riportando un centinaio di morti. Tentativi di opposizione all’avanzata tedesca si ebbero anche a Tarvisio e in Val Canale. In Istria l’insurrezione del settembre 1943 rappresenta per i croati il momento culminante della propria epopea di liberazione nazionale, mentre ha per gli italiani una valenza fortemente traumatica. Le condanne a morte e gli infoibamenti non furono violenze legate a sollevazioni contadine, ma al rapido costituirsi di un contropotere partigiano, che si giovò di quadri provenienti da oltre confine ma che fu bruscamente interrotto dalla dura occupazione tedesca. Dopo le decisioni di Jajce del 29 novembre ’43 il Consiglio Territoriale Antifascista di Liberazione della Croazia e il Fronte di Liberazione sloveno si considerarono i soli legittimi detentori del potere in Istria. Nel Litorale Adriatico il supremo commissario Friedrich Rainer cercò di far leva sulle nostalgie asburgiche. Tale strategia aveva una valenza etnica e politica anti-italiana. Nelle zone slovene fu ripristinata l’amministrazione in lingua slovena, a Lubiana venne nominato sindaco il generale Rupnik, a Fiume fu insediato un prefetto croato e a Pola un viceprefetto croato. Fu data ampia diffusione alla stampa slovena, vennero istituite trasmissioni radiofoniche in lingua slovena e riaperte scuole con lo sloveno come lingua d’istruzione. Un certo apporto collaborazionista si ebbe da parte sia italiana che slovena (i belogardisti)». (continua)

Paolo Radivo



17 - La Voce del Popolo 04/01/14 E & R -  Da Napoli al Collegio
Da Napoli al Collegio

a cura di Roberto Palisca
di Sergio Fogar

Arriva l’autunno e a Padova mi iscrivono alla prima elementare. La scuola è vicina, in piazza del Duomo: tutt’oggi è la “Carrarese”. L’aula è piena di bambini ma anche di gente adulta. Ricordo gran confusione attorno a me. Mi fanno tirare tante aste sui quadratini del quaderno: il mio rendimento è nullo. Le vicissitudini m’impediscono un regolare corso di studi e un apprendimento consono alla mia età. Nel marzo del 1950 gli zii traslocano e vanno ad abitare in un palazzo non lontano dalla Basilica del Santo, m’iscrivono a un’altra scuola elementare, ripeto la prima.

Esempio di patriottismo in classe

Comincio ad ambientarmi, mi trovo bene con la zia e lo zio, sono più sereno. Ogni tanto, ascoltando i discorsi dei grandi che parlano di me, precisano a estranei che sono il nipote, che la mia mamma è morta per colpa di un soldato tedesco e che il mio papà è in un campo di concentramento, risvegliando in me la solita precarietà e l’incertezza della mia esistenza. Pure la maestra ci mette del suo. Tiene lezione alla maniera Deamicisiana e mi porta come esempio di patriottismo davanti agli altri bambini, imbarazzandomi non poco.
 
È il 13 marzo del 1951. Con mia grande sorpresa ricompare papà. Si ferma qualche giorno, poi scompare di nuovo. Pure gli zii Emilia e Renato arrivano improvvisamente. Provengono da Genova, dove hanno trovato casa e cercano di ricostruirsi una nuova vita dopo l’esodo. La loro presenza mi rasserena. Risvegliano in me bei ricordi passati e mai sopiti. La loro permanenza dura pochi giorni, poi scompaiono nuovamente. Purtroppo la zia si ammala e viene ricoverata in ospedale. La cosa appare seria ma viene operata e la salvano. In conseguenza di questa situazione mio zio deve prendere delle gravi decisioni. Oltre al problema della moglie in ospedale, si ritrova costretto ad affidare a parenti il piccolo Antonio e me. Io vengo accudito da sua cugina e dal marito. Hanno due figli, abitano in zona Stanga e sono esuli da Fiume pure loro. La figlia più grande ha pressappoco la mia età. Mi rendo conto che sono ancora una volta “parcheggiato“.
 
Con la bravura dei medici e sicuramente con l’intervento dall’Alto, la zia viene dimessa dall’ospedale e torna a casa. Tempo dopo ritorna pure qui la cicogna. Nel cesto questa volta c’è una bambina. È ormai evidente che non sono più in grado di tenermi. Scrivono a mio padre il quale si affretta a fare quanto serve per affidarmi a un istituto. La zia mi prepara la valigia con il corredo. Mentre la riempie mi fa mille raccomandazioni sul comportamento da tenere. Non può immaginare quale linguaggio sentiranno le mie orecchie qualche mese dopo. Pure la maestra patrocina una gara di solidarietà nei miei confronti. Così parecchi bambini della mia classe mi donano qualcosa. Il 27 febbraio del 1952 arrivo a Napoli e mi ricongiungo felicissimo al mio papà.

Arrivo a Napoli, che da pochi mesi ho compiuto otto anni. Il viaggio da Padova è stato lungo. Mio zio è uomo di poche parole. Io tengo il naso appiccicato al finestrino del treno, osservo il mondo esterno che veloce mi corre incontro e mi arrovello a pensare al perché, pali e fili della luce mi vengano incontro in un saliscendi continuo. Il viaggio è terminato. La realtà napoletana che mi accoglie è totalmente diversa dal mondo cui ero abituato. Lo zio riparte subito. Immagino con quanto sollievo farà il viaggio di ritorno.
 
 Camminando osservo con stupore che alcuni palazzi portano ancora evidenti i segni della guerra. Pure il rumore della città è diverso, caotico. Fuorigrotta è un popoloso quartiere a nord di Napoli. Qui iniziano i Campi Flegrei. Incrociamo donne con pancioni e tanti bimbi che giocano in strada, poco vestiti, forse per la mitezza del clima, ma anche per povertà. In fondo alla via, quasi a chiuderla un muro con un cancello di ferro su cui un cartello porta scritto “Centro di raccolta profughi - Canzanella 1001”.

Una nuova dimora: la B 7

Appena varchiamo il portone, un poliziotto armato di fucile ci blocca il passo. Papà si qualifica e cerca di convincere l’incredulo celerino che io sono suo figlio e che d’ora in avanti avrei abitato con lui. Ci lascia passare. Proseguiamo verso l’interno del campo. A sinistra la baracca con una croce sul tetto significa che funge da cappella; la successiva da uffici e direzione. Entriamo e mio padre mi presenta a dei signori: qualche carezza e benevoli sorrisi. Mi è piacevole sentire che parlano il nostro dialetto veneto. Noto pure il tono di rispetto nei confronti di papà. Usciamo con dei fogli in mano ed entriamo in un’altra baracca dove c’è scritto “Magazzeno”. Li porgiamo a un signore, che in cambio ci consegna del pagliericcio, due lenzuola, una coperta, una gamella, un cucchiaio e una forchetta d’alluminio, tutti indispensabili accessori dei quali conservo ancora la ricevuta.

Papà “tramaca” il tutto nella mia nuova dimora: la B7. È una baracca uguale a tante altre, con una trentina di posti letto nel perimetro interno, due porte ai lati. Dentro, due lampade coperte da un tubo di cartone blu pendono dal tetto d’amianto; sono accese per la notte, dopo le venti.
Durante il tragitto, mi colpisce la gente che ci incrocia. Continuo a chiedermi in che razza di posto sono finito. Papà ha sistemato i due letti dove la baracca fa angolo e ha teso un filo. Sopra ha appeso due coperte per coprire la vista a chi entra o esce dalla vicina porta, per avere un minimo di privacy. Questa è sgangherata, costruita con assi d’abete grezzo, invecchiata nei decenni dalle intemperie. É di colore grigio, a ogni apertura cigola e quel pomeriggio stride molto, a causa del continuo viavai dovuto al mio arrivo.

Il “Canzanella” era in realtà un campo costruito per prigionieri della Prima, riutilizzato per accogliere dopo la Seconda disastrosa Guerra, rimpatriati e profughi dell’Istria, da Fiume, dalla Dalmazia, o dalle ex colonie, dalla Romania odalla Russia. Una baracca per le docce calde ogni 15 giorni. Un’altra, vicino a noi, divisa longitudinalmente a metà e con dei buchi sul pavimento affiancati e separati da muretti divisori alti circa un metro, funge da servizi igienici. Nessuna porta. Dall’altro lato tre grandi stanze in cui, da arrugginiti tubi che sporgono dal muro, sgorga in continuazione acqua fredda nella vasca sottostante. Papà mi lava tra le due brande. Usa un catino e un vaso da notte da lui costruiti con la lamiera ricavata da fusti di nafta vuoti, all’epoca facilmente reperibili nei dintorni.
 
Ha costruito pure un secchio e una stufetta dove la sera si riscalda attorniato dagli altri: si fanno quattro chiacchiere, ricordi di una vita che fu e speranze future, tra una fumatina e un bicchiere di vino. Mentre io, dalla branda, ascolto i loro discorsi, mi addormento. Inizio a vivere, così, in una realtà allucinante. I giorni passano mentre mi abituo a quella vita di nessuna regola, dove non c’è traccia di figure femminili: solo uomini con le loro storie, i loro drammi, epilogo assai triste al rimpatrio, in questo vergognoso lager nazionale. Papà mi fornisce subito di raccomandazioni. “Non disturbare le persone che riposano“. “Non avvicinare gli altri“.
 
Mi dice di stare sempre vicino a lui o a gente di sua fiducia. Nonostante tutto sono felice. La sera, quando ci corichiamo, lui mi stringe a sè e io mi stringo a lui. Gli chiedo di parlarmi della mamma, che ho visto solo in fotografia. Voglio sapere tutto di lei: il colore dei capelli, quello degli occhi... E così mi addormento, ascoltando i racconti di quando era marinaio a bordo di vecchie carrette e poi sul sommergibile “Pier Capponi“.

Le amicizie del Collegio

Dopo due settimane arriva il fatidico 10 marzo 1952 in cui entro al Collegio: l’orfanotrofio “Castello di Baia”. Inizio una nuova esperienza di vita, bella, con amicizie durate nel tempo e tanti ricordi, tra le tristi entrate e le felici uscite per le vacanze. Il Collegio è dentro al Castello Aragonese, tra i paesi di Baia e Bacoli. Domina il mare sottostante al quale si accede da un ripido tornante che porta alle tre spiaggie e al faro. Appena scendiamo dal trenino (Cumana), che da Napoli porta a Torregaveta, ci troviamo sul porto antistante e da qui arriviamo a destinazione con un piccolo bus.
 
Più tardi, capelli rapati a zero, dotato di lenzuola e coperta, scarpe nere e bella divisa, mi ritrovo inserito tra altri 150 orfani. Purtroppo, data la mia provenienza, inizialmente non riesco a comprendere la  parlata locale, ma dopo pochi giorni mi arrangio già con più facilità. Arrivano le vacanze di Pasqua e in divisa da marinaio mi presento così a papà, che appare visibilmente orgoglioso del mio aspetto.

Le vacanze estive e quelle natalizie si susseguono nei cinque anni di permanenza a Napoli. Tante le persone conosciute che per la loro umanità porto nel cuore, primi tra tutti i miei zii, sia paterni che materni, che non ci hanno fatto mai mancare il loro solidale aiuto. Il fratello e la sorella di papà con le loro famiglie si sono stabiliti a Genova. Zia Angela ha tre figli, i due maschi sono imbarcati su navi mercantili della Cosulich. Spesso attraccano a Napoli e così arrivano da noi con generi di conforto vari, nonostante la vita non sia facile neppure per loro. L’altra sorella, zia Nicky emigrata negli Stati Uniti, ha raggiunto i suoi genitori. Ci scrive spesso e allega alle sue lettere anche qualche prezioso dollaro. Ne manda uno anche a me ma viene sequestrato dai Carabinieri.

(3 e continua)





18 - L'Arena di Pola 16/01/14 "Un sufion de vita nova": inizia così il 2014!
Un sufion de vita nova”: inizia così il 2014! 

E così inizia il libro ’Sta mia cara e vecia Pola di Sergio Zuccoli, pubblicato da “L’Arena” nel 1978. «Un sufion de vita nova / che se senti per le strade, / per le rive sue bagnade...».
Ricordate? Uno spirito nuovo con nuove iniziative, per la nostra Pola e per le associazioni degli esuli. Da dove cominciamo? Prima di tutto: auguri a tutti di un Buon e Sereno 2014!
Come è nostra tradizione, intendiamo ricordare il  “Un sufion de vita nova”: inizia così il 2014!
passato e lavorare per il futuro, sempre e dovunque.

Proprio in questo ambito, su mandato del Consiglio Comunale, il nostro Sindaco Tullio Canevari ha avuto i necessari contatti per un possibile rientro della nostra Associazione Libero Comune di Pola in Esilio nella Federazione delle Associazioni degli Esuli, dopo anni di separazione. Infatti si sono individuati un nuovo spirito di collaborazione e nuove prospettive di azione comune in campo istituzionale e in campo culturale. I risultati non si sono fatti attendere: il 13 gennaio 2014 l’Esecutivo della Federazione riunito a Padova ha accolto la richiesta; tale decisione verrà portata alla ratifica del Consiglio della Federazione stessa e poi del LCPE. Pertanto la Federazione, arricchita nuovamente di una voce, la nostra, sarà ancor più rappresentativa e le relazioni con le istituzioni pubbliche e private risulteranno più semplici e produttive. Le iniziative culturali beneficeranno delle comuni esperienze e di un più vasto apporto di idee, sempre mantenendo l’attuale autonomia d’azione delle singole organizzazioni; per capirci con due esempi, ricordiamo i nostri tre più recenti Raduni annuali tenuti a Pola, che hanno avuto tanto ampi riconoscimenti, ed il recente ottimo Incontro Mondiale “Sempre Fiumani” a Fiume.

Un auspicio forte sarebbe che anche altre Associazioni entrassero nella Federazione, dopo i necessari chiarimenti sulle autonomie e le peculiari caratteristiche di ciascuna; difficile sì, impossibile no.

Una partita di calcio fra italiani esuli e residenti a Pola, che avverrà durante il Raduno a Pola in maggio: non vi sembra un’idea vincente? L’iniziativa è del più giovane fra i nostri Consiglieri, Giuliano Moggi, coadiuvato dall’Assessore per i Giovani, Andrea Manco, e da altri giovani entusiasti, di varie zone d’Italia e di mezza Istria. Fra effettivi e riserve si cominciano a contare numerosi partecipanti; speriamo che le tribune siano sufficienti per accogliere tutti i tifosi.

Sempre a Pola, ci auguriamo con forza di poter estendere i contatti con gli attuali cittadini polesani italiani, per raccontarci i ricordi tristi e terribili, ma anche quelli lieti e le ciacole, e di realizzare il sogno di una rappresentazione di Magazzino 18 di Simone Cristicchi nella nostra Arena: questi sono gli strumenti concreti di comprensione reciproca e di riconciliazione, così come lo sono le Messe in italiano, le cerimonie svolte insieme per Vergarolla, nel nuovo “Parco delle Vittime di Vergarolla” ed in navigazione sul tragico specchio d’acqua, le commemorazioni dei Defunti, di tutti i Defunti, la Giornata Internazionale di Studi sul Professor Mirabella Roberti, gli spettacoli di schietto teatro italiano tenuti nella Comunità degli Italiani, per ricordarne alcuni.

Come già sapete, i tre grandi volumi di copie anastatiche de “L’Arena di Pola” degli anni 1945-46-47, opera poderosa curata da Argeo Benco e Silvio Mazzaroli con l’aiuto di vari polesani, già presentati con ottime accoglienze, verranno distribuiti a numerosi centri di studio e biblioteche in Italia ed altrove. Oltre a ciò, verrà messa a disposizione la “informatizzazione” di tutti i numeri de “L’Arena” degli anni dal 1948 al 2000, opera ancor più poderosa ed impegnativa curata per vari anni da Argeo Benco, così consentendo a studiosi e a chiunque, in tutto il mondo, di esaminare sul proprio computer i contenuti di 52 anni di pubblicazioni, effettuando le ricerche tramite date, oppure autore, oppure parole-chiave, come nomi di persona, di luogo, di oggetto, di evento; insomma una possibilità di ricerca amplissima che potrà dare luogo a nuovi studi, ma anche a rileggere le più belle pagine de “L’Arena”, scegliendo l’argomento o l’autore preferito.

La strage di Vergarolla, la più grave strage della Repubblica Italiana, viene studiata attualmente su documenti e testimonianze originali, con metodologia storica, su mandato del nostro Libero Comune; in attesa dei risultati dello studio, siamo positivamente colpiti dall’attenzione che esso ha sollevato in alcune personalità politiche e confidiamo che l’attenzione della Nazione possa finalmente rivolgersi anche a questo luttuoso evento, per tanti anni colpevolmente ignorato e coperto, come fu colpevolmente ignorato e coperto il dramma delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata.

Il Giorno del Ricordo 2014, nel decennale dell’istituzione della solennità, presenta una novità importante: mentre la massima cerimonia celebrativa è programmata come di consueto a Roma, alla presenza del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano (ma nel Palazzo del Senato), quest’anno sarà Milano la sede prescelta, dalla più vasta associazione di esuli, la ANVGD, e dal suo Presidente Antonio Ballarin per gran parte delle altre manifestazioni di maggior rilevanza. Il nostro Libero Comune parteciperà ai vari eventi con i Consiglieri ed i Soci residenti nell’area lombarda e darà la più ampia informazione possibile dei singoli eventi, tramite messaggi informatici a Soci e simpatizzanti.

Grazie al Comitato ANVGD di Milano, per opera del presidente Sergio Trevisan, del Segretario Gianluca Kamal e dei collaboratori, sin d’ora è confermato lo spettacolo teatrale “Giulia” nella Sala Merini della Provincia di Milano in Piazza Oberdan, alle 11:00 del 15 febbraio 2014. Altre manifestazioni sono programmate nelle scuole in Provincia (Parabiago, Arese, Binasco...). Sono in corso i contatti per la programmazione dello spettacolo di Simone Cristicchi Magazzino 18, finalmente anche per Milano, dopo il clamoroso successo ottenuto a Trieste, in Istria e in altre regioni.

La scelta di Milano, che è alla vigilia della grande Expo del 2015, gratifica il Comitato Provinciale ANVGD milanese, la cui attività è in progressivo aumento, ed attira l’attenzione sul capoluogo lombardo, dove è allo studio l’erezione di un grande monumento alle Vittime delle foibe e all’Esodo e dove si terrà un Convegno Internazionale sulla Letteratura Dalmata, grazie all’iniziativa di Giorgio Baroni, professore emerito di Letteratura Italiana all’Università Cattolica di Milano.
Un’altra importante celebrazione del Giorno del Ricordo è programmata a La Spezia, su iniziativa del nostro Assessore Andrea Manco e del Delegato ANVGD Vittorio Sopracase, con il coinvolgimento delle Autorità cittadine.

Il 2014 va visto anche come l’inizio delle commemorazioni mondiali della Grande Guerra, che produsse distruzioni e sofferenze di vastità mai prima vista e che, nella nostra Patria, consentì ai fanti, ai marinai e agli aviatori di tutte le regioni italiane, nessuno lo dimentichi, ed ai nostri “irredenti” di realizzare la Redenzione nelle nostre Terre.
Istria, addio è il titolo della nuova versione cinematografica, in lingua italiana, della rappresentazione teatrale originale Istria terra amata – La Cisterna, recitata in dialetto istro-veneto. Ne siete già stati informati e ci auguriamo che ciascuno di Voi collabori alla sua più ampia diffusione nelle Scuole, sia per via informatica, sia tramite i DVD che verranno messi a disposizione.

Verrà pubblicato un volume che raccoglie le Leggende Istriane in dialetto originale ed in lingua italiana, frutto della passione di Maria Secacich, la professoressa che le raccolse per la sua tesi di laurea nel lontano 1933, e di Iginio Udovicich, suo pronipote, che le ha riordinate e presentate per il pubblico.
Con la guida del nostro Sindaco Tullio Canevari, nuove iniziative ancora attendono di essere lanciate ed il Direttore de “L’Arena” Paolo Radivo ve ne darà conto nel corso dell’anno. Da parte del Libero Comune di Pola in Esilio e de “L’Arena di Pola”, a tutti Voi, ai Vostri Famigliari ed in particolare ai Vostri Giovani, ancora I MIGLIORI AUGURI DI BUON 2014!

Tito Lucilio Sidari
Vice Sindaco del Libero Comune di Pola in Esilio



19 - Difesa Adriatica Febbraio 2014 Il Collegio "Niccolo Tommaseo" di Brindisi (1946-1951)
Il Collegio “Niccolo Tommaseo” di Brindisi (1946-1951)
Storia, esperienze e testimonianze
L’Assemblea ordinaria della  “Libera Unione Muli del Tommaseo, tenutasi nel settembre 2013, ha rinnovato le cariche sociali e il nuovo Direttivo per il biennio 2013-2015, risultandone  nuovo Segretario generale l’ambasciatore Egone Ratzenberger, originario di Fiume. La scelta di Brindisi quale sede del  Seminario sul confine orientale  2014 permette di riaprire un capitolo, fra i molti, meno conosciuto della storia dell’esodo e dell’approdo nella Penisola dei profughi dalla Venezia Giulia, ovvero dell’accoglienza in Puglia dei giovani in età scolare,  per i quali fu necessario apprestare un collegio, il “Niccolò Tommaseo”, che nell’anteguerra era stato Accademia Marinara dell’Opera Nazionale Balilla.   Abbiamo dunque richiesto all’ambasciatore Ratzenberger una memoria di quegli anni in cui fu ospite del “Tommaseo”, unitamente a centinaia di giovani profughi per i quali quell’esperienza fu per tanti versi indelebile e fondamentale.
Forse a nome di tutti  quei genitori che¡ all’indomani dell’esodo si preoccupavano degli studi dei loro figli e quindi del loro  futuro lascerei per un attimo parlare mia madre: ≪Mi avevano  detto che a Roma in via  Guidobaldo del Monte presso piazza Euclide vi era un ufficio distaccato della Pubblica Istruzione che si occupava di  collocare in un Collegio sito a Brindisi i ragazzi profughi  giunti dai nostri territori. Sul  mezzo pubblico che mi trasportava chiesi peró  di piazza Oiclide, lasciando interdetti  bigliettaio e passeggeri finche un anziano, probabilmente colto signore interpretó  correttamente la richiesta  fatta con pronuncia di stile  tedesco. E piu tardi, un altro signore cortese preposto all’ufficio surriferito chiese  che il ragazzo (ero io) partisse  immantinente per il Collegio  dato che l’anno scolastico era ben avanzato (eravamo a  febbraio) e fu cosi che mi ritrovai due giorni dopo, doverosamente accompagnato da mia madre, a scivolare con il treno nella ferace Puglia fra immensi alberi d’olivo dalle foglie argentate splendenti al  sole - la giornata infatti era  bella - circondati da un dialetto musicale, borbottato,  enunciato, scandito da tanta gente che dopo Foggia scendeva e saliva con forte vocio,  cio che faceva spicco dopo il silenzio della notte.
Eravamo infatti partiti da Roma a mezzanotte e cinque con un treno “diretto” che non ho mai capito se fosse l’ultimo convoglio della sera o il primo della mattina (era l’ultimo) e che si disfaceva a Foggia del troppo moderno locomotore elettrico per ostentare nelle Puglie una onesta locomotiva a vapore, il cui fumo, se ti affacciavi, era pregno di frammenti di carbone a cui piacevaannidarsi sotto le vesti, infilarsi nei capelli o, meglio ancora, negli occhi.
Mentre a Brindisi ci dirigemmo poi al collegio con una inusitata carrozzella. Un arrivo come si deve. Ma da quello che ho sentito ad esempio dai “muli” Sedmak e Faraguna abbastanza frequente. Mentre i primi anni gli arrivi erano piu spartani come vedremo.
Arrivare al collegio di Brindisi era tornare un po’ a casa, perche superata la barriera dei dirigenti e degli istitutori si passava subito  all’idioma ufficiale che era ovviamente il nostro dialetto veneto, si ritrovavano atteggiamenti e comportamenti delle nostre terre, si incontravano anche antichi compagni di scuola. Ma si facevano subito anche nuove amicizie, soprattutto nel campo sportivo che era per tutti estremamente  importante tanto che i campioncini (di calcio o di atletica che fossero) godevano un giusto prestigio che altri potevano solo sognare e certamente non ne godevano quegli sciocconi dei “bravi a scuola”.
Mi si perdonerà  se dico che le mie valutazioni nel  collegio crebbero nell’estate quando fu accertato che nuotavo molto bene. Il Collegio  non era esclusivamente nostro e ció nel senso che venivano accettati anche ragazzi  indisciplinati o pigri della Puglia del sud ma anche di Roma, nonche ragazzi profughi provenienti dalla Grecia, dalla Francia o dalle Colonie.   Alcuni di essi avevano trascorso tutta la guerra ospitati in qualche convitto.
Come nacque il Collegio
Come nacque il Collegio?  Roma si era gia posto il problema di come provvedere all’istruzione dei  figli dei profughi che sempre piu numerosi affluivano in Italia coi loro  genitori. Da varie parti si pensava di creare un’apposita  istituzione perche le famiglie  non potevano provvedere alle rette scolastiche e alle relative spese attinenti all’istruzione.
Esse dovevano lottare per sopravvivere, cosa abbastanza fattibile date le qualificazioni  dei nostri capifamiglia d’allora,  ad esempio se abitavano a Tortona che e vicina a Torino e Milano, a Chiavari prossima a Genova ma non certo a Laterina,  a Tirrenia, a Gaeta, a  Chieti, a Catania dove la fantasia del Ministero degli Interni e del relativo ministro,  aveva ben pensato a confinare i profughi senza darsi alcun pensiero dell’occupazione dei  padri. Pero essi non nutrirono  rancori. Eravamo pur sempre nella nostra Italia, eravamo liberi e si parlava qui quella  preclara lingua che tanto commuove il cuore con i suoi suoni e con le ardenti cadenze dei suoi poeti.
Si narra anche che l’iniziativa dell’apertura fu presa  in prima battuta dall’ex-direttore del seminario di Fiume, don Tamburini, coadiuvato  da un altro ex e cioe il professore del liceo scientifico della citta liburnica Troili, incaricato in seguito della direzione  del Collegio. Gli inizi furono  difficili perche il Collegio che  come edificio faceva parte della  Gil dimagrita nel frattempo  a Gi (Gioventu Italiana)  riceveva fondi assai scarsi per le necessita dell’Amministrazione anche perche l’Accademia Navale di Livorno che dal  1943 in poi aveva soggiornato in quelle mura aveva lasciato  in loco 22 inservienti che occorreva  pagare; e cio avveniva a carico dei 5 milioni messi a disposizione dallo Stato e che  pero dovevano eziandio bastare  per il cibo.
A questo proposito va considerato che i convittori erano pur sempre ragazzi compresi fra i quindici e i vent’anni ed oltre ed alcuni avevano avuto esperienze militari ed un difficile dopoguerra e pertanto il loro appetito dopo gli anni del conflitto e quelli susseguenti era robusto assai. Dicono che i menu si incentrassero molto sui ceci, sconosciuti nelle nostre lande e, ahime, spesso guardati con sospetto. Mentre, come sapete, sono eccellenti leguminose che, sebbene in misura minore, spadroneggiarono altresi nei tempi miei (1950-1952).
I primi passi
Quali furono i primi passi del Collegio?   Fu costruito appunto come collegio navale della Gil ed edificato, bisogna pur dirlo, in uno stile moderno ed arioso; le palazzine di abitazione  che contenevano altresi una  sala riunioni e una palestra costituivano piuttosto  dei corpi laterali a guisa di ali per riversarsi sull’ampio cortile che a sua volta si lanciava verso la pineta e il mare.
Sul finire della guerra venne,  come si diceva, adibita ad Accademia Navale che non ci lascerà  solo i 22 inservienti di  cui sopra ma anche attrezzi e suppellettili che ci furono di grande utilità . Ci lasciarono  anche un capocameriere che dicevano avesse qualche anno prima servito il re e la regina  rifugiatisi, come noto, nella citta pugliese. Uomo di grande distinzione, dava un certo tono alla nostra mensa.
Il nome scelto per il Collegio fu appunto quello di Niccoló Tommaseo di Sebenico che con il Dizionario della Lingua Italiana ed altre  pubblicazioni, oggi un po’ trascurate, e senz’altro il piu illustre scrittore delle nostre terre, almeno nell’Ottocento. Un uomo geniale, diviso tra  alti momenti etici e forti pulsioni carnali. Mentre si puó  dire invece che nel Novecento  viene Svevo.
Le testimonianze
Come arrivarono i primi  allievi? Lascio parlare  Lallo Cosatto (anni 88!):  "Ero fra i primi trenta  che andarono a Brindisi accom accompagnati dal prof. Troili. Partimmo dal Collegio Aricci di Brescia dove ci avevano collocato; a Milano - era fine settembre - ci misero in un vagone   tutto nostro e sbarcammo a Brindisi ventisette ore piu  tardi. Il motivo di un tale ritardo?   Vi erano interruzioni e difficoltà un po’ dappertutto  ma soprattutto laddove si era  attestata la linea Gotica e cioé  a Ortona. Arrivati a Brindisi  alle undici di sera dovemmo ancora scarpinare per tre  km fino al Collego; fu nostra fortuna il fatto che i bagagli erano ben leggeri, il che era dovuto alla poverta dei tempi.
Nei giorni successivi aiutammo Troili a sistemare un po’ il collegio e le camerate coadiuvati  dagli inservienti mentre le guardarobiere si dichiaravano pronte a cucire e a mettere in ordine i nostri abiti  che pero non c‘erano o erano  davvero sdruciti.
Tu mi chiedi se ci furono delle proteste per il vitto e indubbiamente se ne registrarono alcune ma i convittori mangiavano in quel   torno di tempo certamente meglio della maggior parte degli italiani≫.
Cosatto che ha avuto esperienze di combattimento e di campo di prigionia ritiene che il cibo fosse certamente  accettabile anche se in parte  scarso in relazione alla nostra  età e alle nostre abitudini ma  ben presto - aggiungo io - le nostre famiglie cominciarono ad inviare ai loro rampolli dei  pacchi, le cui derrate venivano in gran parte spartite, talora anche sottratte con audaci spedizioni notturne, ma che comunque nutrivano il lontano  figlio.
Un altro episodio di  quegli anni é dovuto al fatto  che molti convittori avevano ancora la loro famiglia oltrecortina e pertanto non sapevano  dove recarsi in estate e  pertanto il Troili organizzó  nella Sila un campo estivo che funzionó molto bene, salvo  il fatto che un fulmine colpi  due ragazzi di cui uno si rimise abbastanza rapidamente  mentre l’altro rimase purtroppo offeso ad una gamba e perse  quasi la vista.
Mentre il Collegio cominciava a funzionare con tranquilla regolarità qualche  problema sorse invece con la  direzione, affidata, come si  diceva, al prof. Troili amatissimo  dai convittori, e che fu invece rivendicata per i maggiori   titoli in suo possesso, da  un certo prof. Prandi. Sembra che il Prandi fosse di carattere puntiglioso e vendicativo e  che non gradisse troppo l’atmosfera aperta ed informale che si era instaurata al Niccoló  Tommaseo.
Si fini col  registrare delle vive tensioni con tentativi di allontanamento  da Brindisi di qualche collegiale, tensioni poi attenuatesi con l’ottenimento del  diploma da parte di parecchi convittori anziani che se ne andarono e col trasferimento del Prandi ad una consimile istituzione sorta a Grado e trasferitasi poi a Gorizia e cioé il Collegio Fabio Filzi.
Il suo successore prof. Prosperi era invece persona prudente e riservata. Non parlava molto con gli allievi e lasciava volentieri questo  compito  all’apparentemente  iracondo vicerettore prof. Pagliari che curava la disciplina e la faceva rispettare, ma senza calcare la mano, anche perché  amava e praticava lo sport  e pertanto si sentiva legato ai  ragazzi giuliani che quasi tutti eccellevano in qualche disciplina.
Gli allievi nel mondo
Nel Collegio erano  ospitate come scuole l’Istituto Nautico da cui sono usciti fior di nostri comandanti che ben presto si disseminavano nel mondo (a quel  tempo  come giovani  ufficiali,  si capisce),  e che mandavano  ai loro amici in collegio  splendide cartoline da Panama  o ad esempio dal Giappone e che facevano il giro del  Collegio. Si apriva cosi per  noi l’ampio mondo.
Il cortile  centrale, sede dei nostri dopocena, dove si udivano i  canti nostrani oppure, dall’altoparlante, le canzoni popolari italiane  del sud nonché  il parlottío di vari crocchi di amici, sembrava ampliarsi a  dismisura riempiendo la corte di effluvi esotici. Quest’aura  di paesi lontani dava peró  un  ulteriore prestigio agli allievi  del Nautico che sovente noi  denominavamo i ≪Signori  del Nautico≫ e che erano inquadrati  dagli istitutori piu  autorevoli come Decleva e  come Callochira,  che senza  motivo i titini avevano tenuto in carcere per cinque anni.
Nel Collegio c’erano comunque allievi di tutte le scuole, delle medie, delle magistrali, dei licei classico e scientifico. Quest’ultimo fu ospitato nel  collegio fino a giugno 1950 e si trasferi poi al centro di Brindisi.
Forse nel collegio lo Scientifico (che era la mia scuola) per certi aspetti stava meglio come ad esempio  per gli spazi, per l’aria e la  luce. Nell’intervallo si andava  sull’ampio campo sportivo e  si percepiva nel cielo il ronzio degli apparecchi militari di  addestramento. Volavano ben alto sulle nostre teste, credo  per scrutare appunto il futuro  che si celava dietro l’orizzonte.  Avranno visto molte cose che si conobbero solo dopo.
Nel 1951 il Collegio Tommaseo  fu disperso e gli allievi che abitavano al nord andarono a Gorizia e Trieste mentre  quelli del centro erano dirottati  sui Convitti Nazionali del  Centro Italia. Ma il Collegio  non fu chiuso e funzionó  ancora  per qualche anno anche  se gli eventuali ragazzi profughi  venivano dirottati altrove  e le Puglie sembravano avere  meno ragazzi sfaticati.
Poi il Collegio fu chiuso davvero ed e rimasto li abbandonato ció  che a noi dispiace molto.  E nessuno sa decidersi a fare  qualcosa.
Egone Ratzenberger



20 - Il Piccolo 03/01/14 Antonio Foscari, così si vive in un gioiello del Palladio
Antonio Foscari, così si vive in un gioiello del Palladio

Nato a Trieste, in “Tumulto e ordine” pubblicato da Electa ripercorre la storia della Malcontenta che ha ospitato Le Corbusier, Djaghilev, Rubinstein
di Elisabetta d’Erme
Una villa alle porte di Venezia, uno strano mènage a trois sullo sfondo dei turbinosi anni '20 e la favola di un immobile d'inestimabile valore che torna a quella stessa famiglia che l'aveva commissionato a un grande architetto quattro secoli prima. Questa la trama di “Tumulto e ordine. Malcontenta 1924-1939” (Electa, pagg. 246, euro 29) di Antonio Foscari che narra la biografia della Villa Foscari, detta La Malcontenta, progettata nel 1560 da Andrea Palladio per Nicolò e Aloysius Foscari. Dopo esser passata nei secoli per diverse mani, a inizio ’900 La Malcontenta era usata come granaio e così la videro nel 1924 l'anglo/brasiliano Bertie Landsberg, il suo compagno franco/greco Paul Rodocanachi e l'amica anglo/francese Catherine d'Erlanger. L'acquistarono e la trasformarono in un centro d'attrazione per i grandi artisti del tempo, la nobiltà europea e l'aristocrazia industriale americana. Una storia d'amore, d'arte, architettura, restauri, rispetto e sensibilità per la materia e il paesaggio, e di splendidi affreschi nascosti da uno strato di pittura bianca. Nell'irripetibile temperie culturale e artistica degli anni tra il 1924 e il 1939 la villa ospitò e vide passare Le Corbusier, Sergej Djagilev con i suoi Balletti Russi, Cole Porter e Arthur Rubinstein, ballerini come Serge Lifar, scenografi come Oliver Messel, politici come Winston Churchill, fotografi come Cecil Beaton e molti altri. Un mondo che la proclamazione delle leggi razziali del 1938 avrebbe disperso tra i continenti. Nel 1973 la Villa Foscari/Malcontenta, dichiarata Patrimonio dell'umanità dall'Unesco, venne infine “donata” ad Antonio Foscari da Lord Claud Phillimore, che a sua volta l'aveva ereditata da Bertie Landsberg. Nato a Trieste nel 1938, Antonio “Tonci” Foscari, si è laureato in Architettura all’Università di Venezia, dove è stato docente di Storia dell'Architettura. Oltre a quello della sua villa, ha curato il restauro di importanti edifici veneziani: Palazzo Grassi, il Teatro Malibran e Palazzo Bollani. È stato Presidente dell'Alliance Française di Venezia e fa parte del consiglio d’amministrazione del Louvre. È nato a Trieste, che legami ha con la città? «Anche mio fratello è nato a Trieste, all'epoca mio padre era dirigente della Società Cellina, poi ci trasferimmo a Padova ma, a seguito dei bombardamenti, nel 1943 andammo a Mira, in una villa di mia nonna, e da lì in bicicletta andavamo a far visita ai signori della Malcontenta. Di Trieste mi resta il soprannome Tonci, perché quando appena nato mi portarono in piazza Unità una signora chiese “come si chiama questo bambino?” e mia madre rispose “Antonio” e lei disse “Ah! Tonci”. Mio padre pensò che fosse molto bello esser stato battezzato per strada, così d'allora sono Tonci». I tre abitanti della Malcontenta nel '900 erano ricchi outsider, Rodocanachi, architetto mancato, Landsberg, poeta minore, la contessa d'Erlanger, pittrice dimenticata... «Come in un processo alchemico elementi non eccellenti possono combinarsi a formare un metallo prezioso, così quelli che lei chiama outsider hanno dato vita a una situazione - per alcuni versi effervescente e per altri drammatica - che a distanza di decenni ho ritenuto opportuno evocare. Dimenticati per anni, ora stanno uscendo libri su Misia Sert, Coco Chanel, Elsa Maxwell, Cole Porter e tutto l'entourage di Diaghilev, personaggi che appartenevano al loro giro d'amici, tutti passati per La Malcontenta. Racconto la storia d'una stagione veneziana di grande cosmopolitismo. Negli anni '20 Venezia era sotto il “governo” di Giuseppe Volpi, che aveva autorità e ricchezza illimitata. Più che un fascista era un vero capitalista. Voleva portare a Venezia la mondanità internazionale. Inventò il Festival del Cinema e la città e il Lido divennero il luogo ideale per la circolazione di avanguardie, aristocrazie sbandate, élite, eccentrici, ovvero il “terreno di coltura” del Moderno». Lei è ora il proprietario di questo gioiello, quale politica di conservazione ha adottato? «Bertie Landsberg si identificò con questo edificio in modo totale, lo amò d'un amore esclusivo e romanticamente ne accettava anche la rovina. Con mia moglie Barbara cerchiamo d'assicurare a questa fabbrica una conservazione ottimale. Come Bertie per l'illuminazione notturna usiamo quasi solo candele. Ma c'è una differenza: noi riconosciamo come qualità il decadimento, ma non il degrado; la solitudine ma non l'abbandono». Cosa significa abitare una villa palladiana? «Le case di Palladio erano abitate da molte persone e l'attuale vita domestica occidentale non potrà mai riprodurre l'alto grado di comunione che esisteva nel '500. Come i miei antenati mi divido fra la casa veneziana e La Malcontenta, casa di campagna. Ma noi non l'abbiamo però mai considerata un attrezzo domestico privato. Amiamo questo oggetto architettonico tanto prezioso da appassionati: le dedichiamo mille attenzioni e l'apriamo al pubblico. Per la mia famiglia che è sparsa per il mondo, tra New York e Buenos Aires, La Malcontenta è la casa in cui idealmente ci possiamo ritrovare».


21 - Corriere della Sera - La Lettura 19/01/14  I crimini dei collaborazionisti croati
Ex Jugoslavia
I crimini poco conosciuti dei collaborazionisti croati.
Genocidio nei Balcani .La violenza ustascia contro i serbi ortodossi
di CARLO VULPIO
Non c`è stato soltanto l`Olocausto degli ebrei. Il primo genocidio dell`età contemporanea è stato quello degli armeni, un milione e 200 mila persone (o forse due milioni) massacrate dagli ottomani. Poi ci sono stati i crimini staliniani, molti milioni di morti, che sono soltanto una parte della tragedia sovietica. Infine, c`è stato l`Olocausto dei serbi ortodossi, ancora oggi praticamente sconosciuto, in cui sono state eliminate 700 mila persone (o forse un milione).I carnefici di quest`ultima mattanza avvenuta durante il secondo conflitto mondiale e organizzata sul modello nazista- furono gli ustascia (letteralmente «ribelli») croati, guidati dall`ultranazionalista Ante Pavelic. Il quale si autoproclamò Poglavnik (Duce) dello Stato indipendente
di Croazia (in realtà, un satellite della Germania e dell`Italia) e attuò una politica di pulizia etnica nei confronti di «tutti gli altri», con particolare riguardo, naturalmente, verso zingari, ebrei e gli stessi croati che si opponevano agli ustascia, ma con speciale cura per i serbi. Non tanto e non solo perché costoro erano il nerbo della resistenza guidata dal comunista Tito, il maresciallo della futura Jugoslavia postbellica, ma soprattutto perché i serbi erano cristiani ortodossi e dunque, per un cattolico integralista fanatico come Pavelic, dovevano essere i primi della lista. E così, se agli ebrei toccò di essere «marchiati» con la stella gialla a sei punte, la stella di Davide, cucita sul bavero della giacca, i serbi furono contrassegnati da una fascia infilata al braccio con una lettera P di colore blu. P come pravoslavni, cioè ortodossi.
I lager degli ustascia, fatti costruire alle stesse vittime, erano disseminati per tuttala Croàzia, la Bosnia e l`Erzegovina, ma poiché il loro programma era quello di «eliminare quanti più serbi possibile nel minor tempo possibile», vennero utilizzati anche i lager che i tedeschi avevano costruito nel resto della ex Jugoslavia.
Soltanto negli ultimi anni però, e non dappertutto, si è cominciato a ricordare le vittime con testimonianze visibili, come il piccolo monastero alla memoria costruito a Herzeg Novi, in Montenegro, o la scultura che dal 2007 sorge a Banja Luka, Republika Srpska di Bosnia Erzegovina, significativamente chiamata Pioppo dell`orrore.Fino ad allora, fatta eccezione per il monumento del lager principale di Jasenovac (un enorme Fiore di pietra dello scultoreBogdan Bogdanovìc, ìnaugurato nel 1966), il genocidio serbo aveva trovato accoglienza soltanto nell`Holocaust Memorial Museum di Washington e, alcuni anni dopo, all`Holocaust Memorial Park di New York. Al di là dell`Oceano. Mentre èda questa parte, a un centinaio di chilometri da Zagabria, che si trova Jasenovac, centro e luogo simbolo dello sterminio (vi sarebbero state eliminate circa 8o mila persone), e tuttavia un nome che non dice niente se non lo si accompagna con la stolida definizione di «Auschwitz dei Balcani», quasi che, per essere riconosciuto, il male di casa a Jasenovac avesse bisogno diessere paragonato a quello di Auschwitz. Jasenovac era un «complesso» di otto campi di sterminio (cinque grandi e trepiù piccoli), con le camere di tortura e i boia, i quali impiccavano, accoltellavano, strangolavano, bruciavano vivi i deportati. O più «pietosamente» li abbattevano con un colpo alla nuca, senza distinguere tra adulti e bambini, donne e vecchi, ma facendo grande attenzione a eliminare i serbi in quanto serbi, come pure gli ebrei e i rom in quanto tali. Il tutto, spesso e volentieri, davanti a una cinepresa.
Oggi Jasenovac è un luogo silenzioso, impregnato di una tristezza che richiede solo contemplazione. Anche l`acqua dei quattro fiumi che la circondano (Sava, Trebeí, Una e Struga) e le fronde degli alberi che colorano la pianura sembrano non voler fare troppo rumore qui, dove persino le SS inorridivano dinanzi agli «eccessi criminali» degli ustascia, con i
quali i militari italiani si scontrarono più volte per frenarne la furia sanguinaria. Ma c`era poco da fare, quando nel lager di Jasenovac a dispensare la morte con le proprie mani era addirittura un frate francescano, Miroslav Filipovic-Majstorovic, soprannominato Fra` Satana (espulso dall`ordine appena vennero scoperti i suoi crimini), che guidò il campo dal 1942 e fu giustiziato nel 1945.
Ne nacque anche uno scontro fra la Jugoslavia di Tito e il Vaticano. La prima accusòl`arcivescovo di Zagabria, Alojzije Stepinac, di aver coperto e favorito gli ustascia e per questo lo condannò a 16 anni di carcere. La Chiesa di Roma rispose prima con Papa Pio XII, che nel 1953 nominò Stepinac cardinale, e poi con PapaGiovanni Paolo 11, che nel 1998 lo beatificò. Per chi lo accusa, Stepinac è stato un cinico favoreggiatore di Pavelic, che non avrebbe esitato financo a praticare la conversione forzata di massa dei serbi. Per chi lo difende, tutto questo sarebbe una montatura, come dimostrerebbero le testimonianze di perseguitati serbi, rom ed ebrei, che invece Stepinac avrebbe salvato anche attraverso lo stratagemma della «conversione».
Resta il fatto che il dolore e la rabbia per Jasenovac sono poi esplosi durante la guerra degli anni Novanta, che ha sancito la dissoluzione della Jugoslavia. Un dolore e una rabbia che ancora covano sotto la cenere, se è bastata, nei mesi scorsi, una intervista di Bob Dylan alla rivista «Rolling Stone» per scatenare una polemica feroce. «Se avete il Ku Klux Klan nel sangue, i neri possono sentirlo, anche oggi. Così come gli ebrei possono sentire il sangue nazista, e i serbi il sangue croato», ha detto Dylan. Parole che gli sono costate l`incriminazione per ingiurie e istigazione all`odio in seguito a una denuncia della Comunità dei croati francesi. Ma apparedifficile immaginare un Dylan razzista. Meravigliose canzoni a parte, il suo vero nome è Robert Allen Zimmerman e i suoinonni, ebrei ucraini, fuggirono in America per scampare alle persecuzioni antisemite della Russia zarista.

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