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RASSEGNA STAMPA
L'ESODO DEI GIULIANI DALMATI

 

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 In una intervista del 1991, il braccio destro di Tito, Milovan Gilas, dichiarò:

 “Nel 1945 io e Kardelj fummo mandati da Tito in Istria.

Bisognava dimostrare alla Commissione Alleata che quelle terre erano jugoslave.

Era nostro compito indurre tutti gli italiani ad andar via con pressioni di ogni tipo”.

“E così fu fatto”

 

Ultimo aggiornamento ( domenica 26 ottobre 2014 )
 
Rassegna stampa n. 921 del 11/10/2014

MAILING LIST HISTRIA
RASSEGNA STAMPA

a cura di Maria Rita Cosliani – Eufemia G.Budicin – Stefano Bombardieri

N. 921 – 11 Ottobre 2014
    
Sommario


268 - Il Piccolo 08/09/14 Non cancelleremo mai il nome di Tito (Mauro Manzin)
269 - La Voce del Popolo 18/09/14 Rovigno nel cuore degli esuli (Sandro Petruz)
270 - Il Giornale  18/09/14  La Scozia d'Italia? Un sogno possibile solo per i veneti (Carlo Lottieri)
271 - La Voce del Popolo 18/09/14 Corso di laurea dedicato a Missoni
272 - L'Arena di Pola 22/09/2014 Non ha senso opporsi al corso della storia (Silvio Mazzaroli)
273 - Aise 22/09/14 LA VOCE DEL POPOLO (CROAZIA) -  “TORNAR” A PIEMONTE D'ISTRIA, UNO DEI SIMBOLI DELL'ESODO (Ilaria Rocchi)
274 - La Voce del Popolo 29/09/14 Un invito alla riflessione - Raduno del LCFE (Rosanna Turcinovich Giuricin)
275 - La Voce del Popolo 29/09/14 ExTempore:  Sentita partecipazione della Regione Veneto (Tiziana Dabović)
276 - La Voce del Popolo 29/09/14 Sissano: Istrioto, un'idioma ormai in estinzione (Daria Deghenghi)
277 - Il Piccolo 02/10/14 Lettere -  BASTA CON LE MISTIFICAZIONI STORICHE DI ANPI E HONSELL (Luca Urizio)
278 - Il Piccolo 06/10/14 Zara - In Consiglio si litiga su Calle Larga, interviene la polizia (a.m.)
279 - La Voce di Romagna 07/10/14 Libro - Gorizia - Poggiolini, un eroe romagnolo (Aldo Viroli)

Rassegna Stampa della ML Histria anche in internet ai seguenti siti  :
http://www.arenadipola.it/
http://10febbraiodetroit.wordpress.com/
http://www.adriaticounisce.it/


268 - Il Piccolo 08/09/14 Non cancelleremo mai il nome di Tito

«Non cancelleremo mai il nome di Tito»
Fiume e l’Istria bocciano la proposta dell’Hdz di eliminare dalla toponomastica il defunto Maresciallo.
«Ricordo ancora vivo»

di Mauro Manzin
 
 TRIESTE. «Cancelleremo il nome di Tito dalla toponomastica della Croazia», aveva gridato il leader dell’Hdz (centrodestra) Tomislav Karamarko dal palco di Dubrovnik il giorno dedicato ai martiri di tutte le dittature. «Riscriveremo la storia - aveva aggiunto - perché ciascuno occupi il posto che si merita e Tito, che viene descritto come un viveur e una persona a modo altro non era se non un dittatore».
Apriti cielo. Era meglio che il presidente del maggior partito di opposizione in Croazia promettesse, qualora risultasse vincitore alle prossime elezioni politiche, di aumentare le tasse. Perché a scatenarsi contro di lui non è stata solo la nipote del defunto presidente della Jugoslavia, Saša Broz, ma anche le principali forze politiche dell’Istria e del Quarnero dove storicamente la maggioranza politica va ai socialdemocratici, come a Fiume “la rossa”, e alla Dieta democratica istriana (Ddi).
Ad alzare la voce è proprio il primo cittadino di Fiume, Vojko Obersnel (Sdp). «Intanto Karamarko aspetti le elezioni per vedere chi sarà in grado di cambiare qualcosa - esordisce il sindaco - e poi studi bene che cosa diceva di Tito il primo presidente della Croazia, Franjo Tudjman alla cui memoria è solito inchinarsi». «Sotto l’incomprensibile politica dello Stato indipendente della Croazia di Ante Paveli„ (Ndh) l’Istria e Fiume - aggiunge - erano sotto la sovranità italiana, ma con la guida di Tito sono ritornate sotto l’ala della Croazia. In questi luoghi la gente guarda in tutt’altra maniera verso Tito».
 
269 - La Voce del Popolo 18/09/14 Rovigno nel cuore degli esuli

Rovigno nel cuore degli esuli

Scritto da Sandro Petruz


ROVIGNO L’amore per il luogo natio non sfiorisce mai e per questo motivo gli esuli dell’Associazione “Famìa Ruvignisa” hanno festeggiato il 57.esimo incontro nell’amata Rovigno, in occasione delle festività di Sant’Eufemia. Il raduno annuale dell’Associazione che riunisce gli esuli rovignesi, si è concluso con un pranzo conviviale all’hotel “Eden”, cui hanno partecipato pure la vicepresidente della Regione Istriana, Viviana Benussi, il vicesindaco Marino Budicin e il direttore del Centro di Ricerche Storiche, Giovanni Radossi. Intervenuto pure il giovane Alessio Giuricin, che ha presentato il suo scritto dedicato alle storie che suo nonno gli raccontava in dialetto rovignese, che gli è valso il premio speciale “Famìa Ruvignisa” al Concorso Mailing List Histria 2014. Ai convenuti, un centinaio, sono stati distribuiti il vocabolario italiano-rovignese scritto dal prof. Libero Benussi e il libro “Svolta dolorosa - nuova svolta”, della prof.ssa Franca Dapas. L’incontro è stato arricchito da un suggestivo concerto di Nives Veggian Budicin e Sergio Preden - Gato, che hanno presentato diverse famose bitinade rovignesi. Si è concluso con il brano che è considerato l’inno della città, “La viecia batana”, intonato da tutti i presenti con l’accompagnamento musicale al pianoforte del maestro Massimo Brajković.

Quattro giorni intensi

Nei quattro giorni di permanenza, gli esuli hanno organizzato un programma veramente ricco e intenso, che è iniziato con la partecipazione alla “Serata in famiglia” presso la Comunità degli italiani. Una serata che il presidente dell’Associazione, l’ing. Francesco Zuliani, ha definito superlativa sia per l’organizzazione che per la bravura del coro della “Marco Garbin” e dei giovani cantanti del sodalizio rovignese, che hanno dato vita a un bellissimo spettacolo musicale.

Gli esuli hanno visitato pure il cimitero cittadino per una cerimonia di commemorazione dedicata a tutti i caduti rovignesi della Seconda guerra mondiale, a coloro che sono stati deportati nei campi di concentramento, alle vittime delle foibe e a tutti gli esuli che sono morti lontano dal luogo natio. I discendenti delle famiglie Manzin e Rocco hanno donato al cimitero due lapidi, rispettando la volontà dei propri cari. L’Associazione ha pure deposto tre corone di fiori in ricordo del grande maestro Piero Soffici, del pentatleta rovignese Silvano Abbà e di tutti i caduti.

Nella ricorrenza della giornata patronale, come ogni anno si è svolta la messa solenne nella chiesa di Sant’Eufemia, che riveste un significato particolare per tutti gli esuli rovignesi, perché è lì che molti di loro hanno ricevuto i primi sacramenti.

Tra i vari incontri, pure quello con lo storico e giornalista Guido Rumici, che ha presentato le sue ultime ricerche sull’Istria dal 1940 al 1952, e una visita alla città di Pola con due guide d’eccezione, come la prof.ssa Claudia Milotti e Lino Vivoda, che hanno presentato l’enorme patrimonio storico romano della città.

2015 dedicato a Piero Soffici

Momento molto atteso, l’Assemblea annuale, che ha visto l’approvazione delle linee guida per il futuro, basate sulla divulgazione della storia dell’Istria alle generazioni più giovani e sulla continuità della collaborazione con i “rimasti” perché, come ha sottolineato più volte il presidente dell’Associazione, i rovignesi sono un popolo unico, unito da una storia comune ma diviso dal destino. L’Associazione continuerà a lavorare pure sulla promozione e valorizzazione dei personaggi storici di Rovigno. In particolare, il prossimo anno verrà celebrato in modo adeguato il decimo anniversario della scomparsa del maestro Soffici, che ha musicato in maniera impareggiabile l’amore che ogni rovignese nutre per la sua città. L’ing. Zuliani ha inoltre esortato i membri dell’Associazione a seguire il suo esempio e a portare i propri familiari a Rovigno per far conoscere da vicino le bellezze naturali e la storia di questa città.

“Questo raduno mi rimarrà nel cuore soprattutto per aver portato i miei nipotini, Luca di 15 anni e Marco di 7, a conoscere il mare e la costa della mia Rovigno e far sentire loro le nostre bitinade, affinchè comprendano quanto questa città sia un luogo indimenticabile”, ha rilevato Zuliani.

270 - Il Giornale  18/09/14  La Scozia d'Italia? Un sogno possibile solo per i veneti

La Scozia d'Italia? Un sogno (possibile) solo per i veneti

La Serenissima vanta una storia gloriosa e un'economia forte. E desidera l'indipendenza, a differenza della Lombardia

di Carlo Lottieri

Nel quadro europeo vi sono molte regioni animate da spinte separatiste. Oltre all'unità di Spagna e Regno
Unito (contestata da catalani e scozzesi), è certo a rischio la tenuta del Belgio, dato che l'indipendentismo fiammingo va crescendo di elezione in elezione.
E situazioni calde esistono anche da noi, sebbene non sia facile dire quale sia la Scozia d'Italia e quale potrebbe essere, insomma, «l'anello che non tiene»: il luogo di disgregazione dell'unità costruita a metà Ottocento. Di primo acchito, si potrebbe pensare che le maggiori analogie con la situazione scozzese si ritrovino in Sicilia, che all'indomani della Seconda guerra mondiale seppe giocare la carta della propria diversità e conquistò un'autonomia particolarmente forte. Per giunta, se la Scozia ha i pozzi di petrolio, in Sicilia si pretende di tenere per intero le accise della raffinazione. Ma le analogie finiscono qui, dato che la dipendenza dell'economia siciliana dai soldi pubblici è talmente forte che ogni progetto separatista rischia di essere percepito dai più come autolesionista.
Un discorso in parte diverso merita la Sardegna, dove spiccato è il senso di un'identità ben definita. Fino a oggi, però, l'indipendentismo sardo ha patito un'attitudine alla chiusura etnico-culturale che gli ha impedito di fare presa sulla società più dinamica. Ora sta nascendo anche un indipendentismo liberale, che associa autogoverno e libero scambio, ma la strada da compiere resta lunga.

In questo quadro è normale che le spinte maggiori alla disgregazione si registrino al Nord. E così è significativo che a Trieste nei giorni scorsi siano scese in strada migliaia di persone a sostenere che lo statuto della città giuliana all'interno dei confini italiani è illegittimo, dato che il Trattato di Pace di Parigi del 1947 - alla fine della Seconda guerra mondiale - aveva creato un'entità indipendente che non è mai stata davvero cancellata.
A ben guardare, però, la Scozia d'Italia (o la nostra Catalogna, e si preferisce) è con ogni probabilità il Veneto. È qui che la volontà di andarsene è più radicata: e per una serie di ragioni. Sul piano storico e culturale, Venezia può ricordare al mondo di avere avuto dieci secoli di storia indipendente. Pure dal punto di vista linguistico - da Goldoni a Marin, a Zanzotto - quello veneto è un idioma che vanta una bellissima letteratura e che tutt'oggi è praticato quotidianamente. Ma c'è di più.
I veneti vengono da una storia recente assai difficile, fatta di povertà ed emigrazione, e nel corso degli ultimi trent'anni hanno avuto una crescita significativa, spesso ricondotta al cosiddetto «miracolo del Nord-Est». Questa stagione, però, ormai è chiusa. La popolazione si trova quindi a fare i conti con un passato remoto molto glorioso, un passato meno remoto piuttosto difficile, un passato prossimo di sviluppo e floridezza, e un presente assai cupo. La consapevolezza di essere penalizzati da Roma (di dare all'Italia molto più di quanto non si riceva) spinge così i veneti a sognare una rinascita del Leone di Venezia. E non si tratta solo di sogni.
Da qualche tempo il mondo indipendentista veneto è davvero attivo e dinamico. Un'iniziativa come quella di Plebiscito 2013 ha richiamato su Venezia l'attenzione di tutti e anche a seguito di ciò il Consiglio regionale ha approvato due leggi che mettono al centro proprio il tema dell'autodeterminazione. Nelle scorse settimane il governo Renzi ha chiesto alla Consulta di bloccare queste norme, ma la battaglia - non tanto giuridica quanto politica - si annuncia davvero dura.

Se il Veneto è pronto allo scontro con Roma, i vicini lombardi sonnecchiano. Nonostante siano i più penalizzati dall'unità, oggi non appaiono particolarmente attivi, ma anche qui il vento catalano e scozzese potrebbe presto produrre i suoi effetti.

271 - La Voce del Popolo 18/09/14 Corso di laurea dedicato a Missoni

Corso di laurea dedicato a Missoni

MILANO | Verrà dedicato a Missoni il corso di “Storia e documentazione della moda”, che si terrà da ottobre a dicembre, presso la facoltà di Studi Umanistici dell’Università degli Studi di Milano, nell’ambito del corso di laurea magistrale in “Editoria, culture della comunicazione e della moda”.
L’Università ha pensato a Missoni come primo candidato per questo progetto didattico, per impostare un nuovo percorso formativo per le professioni legate alla storia e alla comunicazione della moda.
Il corso, articolato in lezioni frontali, introdurrà “I mercoledì di Missoni”: una serie di incontri durante i quali componenti della famiglia e rappresentanti dell’azienda condivideranno con gli studenti i segreti di una casa di moda e illustreranno gli aspetti principali legati al lavoro al quale si stanno preparando, visti da una prospettiva inedita.

272 - L'Arena di Pola 22/09/2014 Non ha senso opporsi al corso della storia

Non ha senso opporsi al corso della storia

di Silvio Mazzaroli

«Quando penso al valido contributo dato dagli italiani alla società croata, nella cultura, nella politica, nella ricerca, nell’istruzione e nello sport, devo dire che senza di loro la Croazia non sarebbe stata la stessa». A dirlo, in occasione dell’incontro con il Presidente Napolitano avvenuto a Pola, presso la Comunità degli Italiani, il 3 settembre 2011, è stato il Presidente croato Josipović. Ai più scettici e prevenuti potrà allora essere apparsa poco più che una captatio benevolentiae ma, di fatto, suonava come una nota di merito per noi italiani ed, in particolare, per noi istriani e polesani di lingua e cultura italiana. Era, comunque, quella una tappa del percorso di riavvicinamento tra italiani e slavi – la cui persistente conflittualità può essere fatta risalire al periodo 1914-1945 – avviato il 13 luglio 2010 con il Concerto dell’Amicizia a Trieste e rilanciato il 6 luglio 2014 a Redipuglia con l’esecuzione del Requiem per le vittime di tutte le guerre - Le vie dell’Amicizia, nell’ambito delle celebrazioni per il Centenario della Grande Guerra. Ancora, il successivo 7 luglio, all’inaugurazione congiunta con il Presidente Napolitano della Panchina della pace, il Presidente sloveno Borut Pahor, affacciandosi da Monte Santo sulla piana di Gorizia, ha affermato che «… la pace va perseguita in modo attivo […] perché se non c’è gente che attivamente la vuole, la guerra può capitare…».
 
Sono stati episodi che hanno visto il coinvolgimento dei massimi rappresentanti di Italia, Slovenia, Croazia e, limitatamente alle ultime circostanze, Austria e che si possono annoverare tra i non molti esempi in cui iniziative volte alla riconciliazione tra i popoli adottate ai massimi livelli istituzionali si sono rese interpreti del buon senso della gente comune, decisamente stanca di contrasti e divisioni. Quel buon senso che, ahinoi, troppo spesso viene inficiato da quanti, a livelli intermedi, arrogandosi il diritto di rappresentare una qualche specifica categoria di individui, anziché preoccuparsi del benessere generale e collettivo, curano interessi contingenti quando non anche solo personali.
E’ questa, per noi esuli da Pola, una nota amara poiché il percorso di ricucitura tra chi, italiano, fu costretto ad abbandonare la propria casa e chi, connazionale e non, tuttora risiede nella nostra amata Città e più in generale in Istria, da tempo avviato con convinzione dalla nostra Associazione, incontra ancora non poche difficoltà. Infatti, i piccoli passi compiuti dai primi anni ’90 dopo l’implosione della ex Jugoslavia, con la modesta accelerazione dovuta anche ai quattro raduni da noi tenutivi negli ultimi anni, hanno sin qui poco più che scalfito il muro di pregiudizi ed incomprensioni esistenti in merito.
Nei tempi post-ideologici che viviamo è lecito chiedersi il perché del permanere di una tale situazione di stallo. Lo è tanto più se si considera che anche al di là degli ormai inconsistenti confini del passato si avverte da tempo la medesima esigenza di riavvicinamento. Lo prova un documento presentato già il 12 novembre 1994 da Loredana Bogliun, Presidente del comitato promotore del Primo Congresso Mondiale degli Istriani, organizzato dalla Regione Istriana e tenutosi a Pola dal 13 al 16 aprile 1995, in cui si affermava che la minoranza italiana presente in Istria, riconosciuta dalla Costituzione croata, è una componente essenziale di detta realtà di cui contribuisce a definire «lo specifico carattere etnico, quale espressione dell’interculturalismo istriano che fa riferimento sia alla componente slava che latina dell’Istria» e nelle cui conclusioni si caldeggiava, tra l’altro, «il ritorno degli esuli istriani nella terra natale» quanto meno in forma di collaborazione culturale, imprenditoriale e commerciale. E’ ben vero che queste belle parole, presenti negli indirizzi programmatici iniziali della Dieta Democratica Istriana (DDI), hanno poi avuto, per i frequenti rigurgiti nazionalistici croati, uno scarso seguito ma lo è altrettanto che nel frattempo, non essendosi mai fermata la ruota della storia, sono intervenuti significativi mutamenti quali il miglioramento dei rapporti bilaterali italo-croati che  ̶ come sostenuto dai rispettivi Presidenti  ̶  sono oggi ottimali sia sul piano politico che economico e, soprattutto, l’ingresso della Croazia nella comune casa Europea.  Non dovrebbe poi essere privo di peso il fatto che proprio il predetto interculturalismo istriano è ancora oggi alla base dell’azione politica della DDI, partito di maggioranza e di governo in Istria ed a livello nazionale, volta alla conservazione dell’autonomia amministrativa della penisola da Zagabria. Una specificità, quella istriana, peraltro ampiamente riconosciuta e sostenuta, anche in tempi recentissimi, dal succitato Presidente Josipović.
Se, come dovrebbe, tutto questo ha un senso e tenuto conto – rifacendosi al passaggio d’apertura del presente articolo – che la stessa Pola senza l’apporto degli italiani di ieri sarebbe oggi, ed a maggior ragione, molto diversa da quella che è, risulta poco comprensibile come proprio nella nostra Città, più che altrove in Istria, si percepisca un’ostilità di fondo ad un fattivo riavvicinamento tra cittadini di ieri e di oggi, alla possibilità per noi esuli di sentirci  graditi ospiti in quella che, non per colpe bensì per meriti, è stata anche “casa nostra” e che del nostro essere stati suoi cittadini ci siano in loco visibili e, soprattutto, rispettati segni. In definitiva, quello che vi si respira è una sorta di ostracismo nei confronti di un nostro, per quanto limitato ed episodico, “ritorno”. Sembrerebbe quasi che ciò a cui aspiriamo, come compensazione morale e come segno tangibile di ricomposizione di un tessuto sociale che è stato strappato dalla Storia, come superamento di un passato che è stato difficile per tutti e come prova che è il presente che si vuol vivere ed il futuro che si vuol costruire, sia percepito come pericoloso. Forse, stando a quanto detto da Nelida Milani che conosce molto bene la realtà locale – «Pericoloso per chi non vuol gettare ponti e intende restare arroccato sulla sua torre e porsi in una condizione di vantaggio tenendosi stretta solo la sua memoria. È un atteggiamento di separazione che nasconde solo una grande paura. Questa paura c’è ancora a Pola» (“La Voce del Popolo”, 17 aprile 2014) – le cose stanno proprio così.
Non per questo ci si deve arrendere. Anzi!
Stimolo a perseverare nel cammino intrapreso, per cercare di vincere fobie che oggi non hanno davvero più alcuna ragione d’essere, ci viene anche dalla “primizia” rappresentata dalla presenza, oltre a quella di diverse altre figure istituzionali, dell’attuale sindaco di Pola Boris Miletič alla nostra celebrazione dell’eccidio di Vergarolla dello scorso 18 agosto (“L’Arena di Pola”, 21 Agosto 2014). Si è trattato di una partecipazione che abbiamo molto apprezzata, interpretandola come un lungamente atteso segnale d’apertura per un dialogo costruttivo, e che ci auguriamo possa essere foriera di positivi sviluppi.
Stando a quanto precede, avendo letto quanto a proposito di “abbraccio mortale” con i rimasti è apparso su un organo di stampa degli esuli, avendo preso visione di alcune dichiarazioni polemiche relative al passato contenute in articoli pubblicati di recente anche sul nostro periodico e fermo restando il diritto di ognuno di coltivare e tutelare le proprie memorie ed i propri valori, viene spontaneo chiedersi che senso abbia oggi opporsi a quello che, pur con un pizzico di azzardo, può essere definito il nuovo corso della storia che più da vicino ci riguarda.
La risposta che il buon senso suggerisce è: NESSUNO!
Non è, pertanto, fuori luogo rivolgere a tutti coloro che, volutamente ciechi nei confronti dei piccoli o grandi passi sin qui compiuti, ancora si oppongono ad una effettiva e sempre più condivisa volontà di pacificazione l’invito a rivedere le proprie posizioni e ad attivarsi per promuovere quel riavvicinamento che appare essere negli interessi di tanti. L’invito è a farlo con lungimiranza e coraggio senza i quali mai si riuscirà ad uscire da quella stagnazione dei rapporti che, tuttalpiù atta a garantire la sopravvivenza per rendita di posizione a qualcuno, impedisce a tutti gli altri di veder migliorate le proprie condizioni di vita.

Silvio Mazzaroli


273 - Aise 22/09/14 LA VOCE DEL POPOLO (CROAZIA) -  “TORNAR” A PIEMONTE D'ISTRIA, UNO DEI SIMBOLI DELL'ESODO  

di Ilaria Rocchi


FIUME\ aise\ - “È stato quasi come se le tante anime dell'Istria si fossero ricomposte a Piemonte d'Istria in un simbolico ritorno-incontro di italiani, istriani esuli e rimasti. Chi in pullman organizzato, chi singolarmente, da tutte le parti della penisola, da Trieste e dintorni, da altre parti d'Italia, persino da Roma... Nessuno ha voluto mancare all'appuntamento di ieri sera a Piemonte d'Istria, il borgo fantasma che si è ripopolato per l'occasione”. È quanto si legge su “La voce del popolo”, quotidiano diretto a Fiume da Errol Superina.
“A fare da catalizzatore, ancora una volta, Simone Cristicchi, in un'operazione che continua, anzi va oltre "Magazzino 18", assume una nuova valenza. Anche perché nasce da un'idea maturata insieme da "uno di là" e da "uno di qua". I confini ormai non ci sono più, nulla dovrebbe ostacolare la comunanza, per il bene e il futuro della Patria comune. "Tornar. Una notte a Piemonte d'Istria", il genio riccioluto romano ha colpito ancora una volta.
 
È stato lui, l'ex archivista Persichetti, che dopo le sedie delle masserizie lasciate al Porto Vecchio di Trieste ha fatto parlare le pietre, le macerie di Piemonte d'Istria, luogo simbolo dell'esodo. Cristicchi ha infatti dato il la a "cinque personaggi in cerca d'autore", cinque personaggi - ma ce ne sono tanti altri che desiderano imbarcarsi un quest'avventura -, ossia i promotori dell'evento particolare che si è consumato, ma non esaurito, ieri. Sul palco Franco Biloslavo, segretario della Comunità di Piemonte d'Istria, il presidente dell'Associazione delle Comunità degli Istriani di Trieste, Manuele Braico, il sindaco di Grisignana, Claudio Stocovac, il presidente della Comunità degli Italiani di Grisignana, Mauro Gorjan, e il presidente dell'Università Popolare di Trieste, Fabrizio Somma.

In prima fila, alcuni testimoni della storia di questo borgo rimasto senz'anima sessant'anni fa e uno degli abitanti più vecchi del posto, come Vincenzo Chersicla. Tanti gli ospiti istituzionali, tra cui la vicepresidente della Regione Istriana, Giuseppina Rajko, il presidente dell'Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, Antonio Ballarin, rappresentanti della Federesuli, di varie Comunità dell'associazionismo degli esuli e di Comunità di Italiani del territorio, il presidente della Giunta esecutiva dell'Unione Italiana, Maurizio Tremul, Antonella Grimm, assessore alla Scuola, Università e Ricerca del Comune di Trieste, a nome del sindaco Roberto Cosolini, la vicesindaco della Città di Buie, Arijana Brajko, uomini di cultura... Un'adesione massiccia, molto sentita, per una manifestazione che "apre le porte" al ritorno e alla rivitalizzazione delle cittadine dell'Istria spopolate dall'esodo... Un primo passo per la rinascita di Piemonte d'Istria è stato fatto, attraverso l'arte e i valori che questa trasmette e veicola.

Momento attesissimo, pregno di emozioni, preceduto dalla mostra fotografica, che attraverso 30 fotografie, racconta il tessuto sociale e le relazioni del paese, grossomodo dal 1943 al 1963, e dalle canzoni tradizionali istriane eseguite dal Coro della Comunità degli Italiani di Momiano, diretto da Davide Circota, e dal Coro delle Comunità Istriane, diretto da David De Paoli Paulovich. Un intermezzo poetico, i versi dell'artista polese trapiantato a Buie, Claudio Ugussi, che ha dedicato una sua composizione a Piemonte d'Istria, "Anfore del silenzio".

Poi, sullo sfondo, il campanile illuminato, Cristicchi e il suo-nostro concetto di tornare, come recupero della memoria, delle radici, della vita, riaproppiazione di un'eredità antica per costruire un futuro: "Tornar, sulla strada tornar, non vuol dire nostalgia o rincorrere la chimera... per una volta ancor la vita tornerà, tornerà per una notte ancor...", canta Cristicchi in questo spettacolo-musical che scorre tra storia, sentimenti, ricordi, testimonianze e note, in un rimando continuo tra quello che era il passato, anche glorioso se si vuole - immaginate l'imperatore Francesco Giuseppe a circolare da quelle parti e, rivolto ai contadini, dire "Piantate patate, così non avrete mai fame" - della cittadina e il triste presente, il tutto intercalato da aneddoti, leggende, fatti veri... Attingendo dal bagaglio di ricordi che Franco Biloslavo ha ricucito e che diventeranno presto libro”. (aise)
 
274 - La Voce del Popolo 29/09/14 Un invito alla riflessione - Raduno del LCFE

Un invito alla riflessione
·         
Scritto da Rosanna Turcinovich Giuricin

Raduno del Libero Comune di Fiume a Montegrotto, giunto alla 52ª edizione tra tanti problemi e incertezze e con limitata partecipazione dei Fiumani sparsi in Italia e nel mondo. La crisi, ormai entrata in tutti i pori della società, non manca di farsi sentire anche all’interno della realtà associativa accanto a quella generazionale, con i protagonisti dell’esodo che stanno scomparendo per ragioni anagrafiche. Quale l’impegno degli Esuli fiumani?

La necessità di un ricambio

Per prima cosa, la necessità di un ricambio attraverso elezioni vaste e democratiche, il che significa impiego di mezzi e persone, la soluzione di un malessere cronico ovvero il riconoscimento dei torti subìti attraverso una maggiore attenzione delle istituzioni di ogni ordine e grado. Conclusioni alle quali si è giunti dopo un ampio dibattito durato praticamente due giorni. Prima con la riunione del Consiglio, presieduta da Guido Brazzoduro, Laura Calci e Mario Stalzer e alla quale hanno partecipato in qualità di ospiti Antonio Ballarin, presidente dell’ANVGD, Tullio Canevari, sindaco del Libero Comune di Pola in Esilio, Adriana Ivanov per i Dalmati Italiani nel Mondo, Marino Micich, della Società di Studi fiumani nonché direttore dell’Archivio Museo di Fiume a Roma, Orietta Marot, presidente della CI di Fiume, accompagnata dalla vicepresidente Gianna Mazzieri Sankovic e Alessandro Rossit in rappresentanza dell’Università popolare di Trieste.

In attesa di un funzionario…
Non è facile in un momento di difficoltà di dialogo col governo, riuscire a programmare il futuro dell’attività. Questo è uno dei nodi che sta mettendo in ginocchio la realtà dell’associazionismo istriano-fiumano-dalmato in generale e che poi, a livello particolare, si manifesta in saldi dovuti per il lavoro pregresso e progettualità, che non si riescono ad affrontare. Con la Legge 72 e successive proroghe sono stati aperti molti cantieri in ambito culturale, di scambi, editoria e quant’altro, ora in attesa che si sblocchino i mezzi già destinati a tali attività, ma che la ragioneria di Stato non intende stanziare concretamente finché non verrà incaricato un funzionario delegato, figura vacante da un anno e mezzo. Come un cane che si morde la coda, ma non sta creando solo disagi finanziari, bensì fiacca lo slancio di chi ha desiderio di lavorare, vanifica gli sforzi, porta a inevitabile frustrazione. Oggi purtroppo ogni iniziativa parte necessariamente da un preventivo finanziario, non c’è volontà politica o promesse che ne possano fare le veci.

Per una gestione più agile

Anche le elezioni, che da prassi vengono svolte con un ampio coinvolgimento degli iscritti al Libero Comune, comportano spese notevoli, per cui si cercherà di veicolare maggiore informazione attraverso il giornale La Voce di Fiume, anche con la presentazione dei programmi dei candidati nei prossimi numeri. Le elezioni vanno fatte con cambiamenti che porteranno anche a rivedere gli articoli statutari per permettere una gestione più agile della situazione. Importanti i vari interventi: di Antonio Ballarin che ha affrontato una riflessione sui concetti di ricordo e memoria, fondamentali da comprendere e veicolare perché il ricordo è un sovrapporsi di elementi, la memoria è coscienza ed identità che assicurano un futuro.

Dove le pietre parlano italiano

È ciò che si vuole fare all’interno delle associazioni, ma anche nel rapporto con le comunità di provenienza, sulla strada indicata dai Fiumani che ogni anno vengono ricevuti dal sindaco in occasione di San Vito. La collaborazione con la Comunitò degli Italiani di Fiume, inoltre, è giunta ad un livello tale che molti trascorrono periodi di studio o di soggiorno a Fiume intrecciando la vacanza con la presenza presso il sodalizio, come testimoniato da Fulvio Mohoratz. Una prassi da continuare, come sottolineato da Orietta Marot, nuova presidente della CI di Fiume che pur nel suo “nuovo” mandato non è estranea al lavoro dell’associazione degli esuli che ha sempre seguito proprio nel contatto con la CI. Dalla stessa giunge anche un appello, che è comune: la CI rischia la chiusura per mancanza di fondi. È un grido d’allarme che invita alla riflessione, coscienti che laddove “le pietre parlano italiano” c’è bisogno anche di una presenza fisica di gente che continui a ragionare nella lingua dei padri e possa farlo in piena libertà, anche economica. Oggi più che mai con la presenza in Comunità, di un nutrito gruppo di giovani che ha deciso di spendersi per il futuro di quest’associazione alla quale sentono di appartenere, come sottolineato anche da Gianna Mazzieri Sanković. “L’UPT ha valutato le strategie per risolvere i problemi della Comunità ma si chiede, nello stesso tempo, aiuto e solidarietà da tutti”, ha dichiarato nel suo intervento il direttore dell’ente Alessandro Rossit.

Un periodo di grande fermento

Ecco che anche per il LCFE si prospetta un periodo di grande fermento per immettere nuova linfa in una realtà stanca. Una delle prossime tappe sarà l’organizzazione di un Consiglio – così Guido Brazzoduro – per procedere agli emendamenti statutari. Durante il dibattito, toccati anche altri argomenti di interesse, tra cui quello della Fondazione, che tante polemiche ha suscitato negli ultimi mesi e che si lega anche alla questione degli indennizzi. A che punto siamo con quest’ultimi? È stato chiesto all’assemblea. La volontà – spiega Brazzoduro – sarebbe stata di chiudere con una legge equa e definitiva, invece “ci siamo visti arrivare solo degli acconti”.


Verso una Fondazione?

La cifra necessaria supera oggi le possibilità delle casse dello Stato. Ecco perché è stato proposto, verbalmente, in più riprese, dal governo stesso di procedere con una Fondazione che possa finanziare le attività delle associazioni, anche dopo l’estinguersi della Legge 72 e proroghe, con la gestione degli interessi del capitale pagato dalla Slovenia a titolo di risarcimento di quanto dovuto dall’ex Jugoslavia all’Italia. Anche la Croazia si è impegnata a far fronte al proprio debito. Si tratta di volontà ancora in embrione. Questo per rispondere, così è stato sottolineato da Brazzoduro, a quanti ci accusano di muoverci quasi in incognito. Accuse che portano a divisioni “al nostro interno”.

A ribadirlo nel suo saluto, a nome del Presidente Franco Luxardo e degli esuli Dalmati, Adriana Ivanov, che ha ricordato il raduno dei Dalmati della settimana prossima, durante il quale andranno chiariti quegli atteggiamenti che tanta amarezza hanno prodotto nell’ultimo anno e che hanno portato addirittura alla rifondazione del giornale Il Dalmata. La vivacità degli interventi ha consumato due giornate veramente dense, con tanti spunti di riflessione da ricondurre ora alla realtà dei fatti, concretizzando le iniziative, evolvendo l’esistente.
 
275 - La Voce del Popolo 29/09/14 ExTempore:  Sentita partecipazione della Regione Veneto

Sentita partecipazione della Regione Veneto
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Scritto da Tiziana Dabović

Quest’anno all’Ex tempore si è vista la partecipazione della Regione Veneto. Sabato mattina, nella Sala concerti occupata in ogni ordine di posti, dopo i saluti istituzionali del sindaco Claudio Stocovaz, della responsabile del Settore Cultura dell’UI Marianna Jelicich Buić e del presidente dell’ANVGD di Venezia e vicepresidente nazionale, Alessandro Cuk, al folto pubblico di giovani si sono rivolti Stefano Antonini dell’Ufficio scolastico della regione Veneto e la prof.ssa Norma Zani, che insieme hanno ribadito la volontà di continuare un progetto avviato inizialmente tra le città di Portogruaro e Buie. L’iniziativa ha avuto un seguito con l’organizzazione di convegni e momenti comuni di formazione tra docenti di qua e di là del “confine” con l’intento di sottolineare il legame di queste terre con Venezia, rendendo giustizia alla storia e riscoprendo nel contempo le nostre similitudini, l’omogeneità nella parlata dialettale. Scambi culturali che rappresentano un capitale, una forza trainante nel futuro dell’Europa unita.

Si è dato quindi il via agli “Scambi di classi tra Veneto e Istria”: presenti in sala tanti allievi di Pola e Buie che hanno già vissuto quest’esperienza nelle precedenti edizioni, essendo stati ospiti dei loro coetanei veneti.
La mattinata è proseguita in allegria con l’esibizione del coro della scuola elementare “Grimani” di Venezia – Marghera, che ha presentato una rassegna di canzoni venete, istriane e dalmate. A seguire, lo spettacolo della SMSI “Leonardo Da Vinci” di Buie e della “Dante Alighieri” di Pola con poesie in dialetto. È stato trasmesso anche un simpatico video di ricette tipiche istriane. Sono quindi risaliti sul podio i ragazzi di Marghera che hanno interpretato “Magazzino 18”, il brano di Simone Cristicchi. La SEI “Giuseppina Martinuzzi” di Pola si è quindi esibita con un mix di canzoni popolari e con la scenetta “Il giorno degli esami”, dopodiché tutti riuniti sul palco, i ragazzi del Veneto e dell’Istria hanno intonato la canzone popolare zaratina “El sì” del 1891, scritta da Leone Levi sui versi di Giuseppe Sabalich. Un abbraccio in musica che ha sottolineato l’importanza dei legami tra gente unita da radici culturali e linguistiche.


A fine spettacolo, cinque insegnanti si sono scambiati le rispettive impressioni in qualità di partecipanti dei vari incontri culturali. Essi hanno sottolineato quanto sia bello reincontrare e rivisitare la nostra cultura comune. È subentrato il presidente delle Pro Loco Venete Giovanni Follador presentando la IV edizione del Concorso della Regione Veneto aperto alle scuole della CNI: “L’intento è premiare lo sforzo che ogni scuola fa per ripercorrere il senso della storia. Una storia fatta di legami e valori. Ogni anno vi partecipano circa 120 alunni di cui una decina provengono dall’Istria”.

Durante la giornata di sabato i soci dell’Unione Nazionale Pro Loco della Regione amica, hanno offerto degustazioni di prodotti tipici del Veneto: momenti che hanno permesso anche ai più giovani di assaporare i prodotti tipici del territorio, delizie rappresentate dall’ottimo olio di oliva, da vari tipi di formaggi e dal baccalà, conditi da ottimi vini.

Nel tardo pomeriggio invece, presso la Sala concerti ha avuto luogo il convegno “Oli d’oliva veneti e istriani”.
La giornata di sabato, degno preludio all’...invasione domenicale degli artisti, si è conclusa col programma artistico-culturale della CI di Grisignana.


Tiziana Dabović

276 - La Voce del Popolo 29/09/14 Sissano: Istrioto, un'idioma ormai in estinzione

Istrioto, un idioma ormai in estinzione

Scritto da Daria Deghenghi

SISSANO  Se è difficile lottare contro l’estinzione di una specie, lo è a maggior ragione se a estinguersi è una lingua, ma Sissano ci mette tutto il suo impegno e tutto il suo cuore. La due giorni del “Festival dell’istrioto” ha segnato per la località un’altra piccola rivincita dell’uomo rispettoso della cultura degli avi contro l’inesorabile forza del “tempo che tutto divora”. Certo, il nostro istrioto è ormai prossimo all’estinzione. Lo ha detto senza ricorrere ad eufemismi Barbara Buršić Giudici, dell’Università degli studi di Pola, protagonista lei stessa della seconda edizione del Festival con un’illuminante conferenza sulle parlate autoctone istriane. Il suo intervento – costruito sapientemente intorno alla “variopinta realtà linguistica istriana”, alle remote radici neolatine dell’idioma, dimostrazione di un’atavica “latinità istriana”, e alla sua spessa stratificazione evolutiva attraverso gli influssi delle lingue sotto e sovrastanti che lo hanno portato sul patibolo delle lingue morenti – ha conferito all’incontro quell’impronta (anche) accademica pur nel suo carattere popolare predominante. Equilibrata, dunque, la scelta degli appuntamenti proposti al pubblico accorso numeroso per sentire la “melodia” di una lingua che ha il potere di percorrere a ritroso i secoli, meglio di una macchina del tempo.

Serata multimediale

Accademico, ma anche multimediale. Dopo la conferenza della professoressa Buršić Giudici, al Festival c’è stata la proiezione del filmato “La zento de Sisan”, diretto da Barbara Markulinčić e girato da Zoran Mikletić, come continuazione del primo documentario prodotto dalla stessa coppia di autori. Migliore del primo film sia nella regia che nel montaggio, “La zento de Sisan” è divertentissimo al punto che, pur essendo un documentario, la sua comicità provoca risate a crepapelle, come s’è visto del resto anche sabato sera alla seconda proiezione durante lo spettacolo in sala. Ma prima di arrivare allo spettacolo, fuori, a ridosso del campanile, c’è stata la cerimonia di scoprimento della targa dedicata all’antico idioma istriano che sopravvive a stento ancora a Sissano, Rovigno, Valle, Dignano, Gallesano e Fasana, ma senza speranza di essere tramandato oltre, se non per ragioni di studio e di affetto alle usanze degli avi. Ne sono autori Antonio e Alberto Giudici, che l’hanno voluta trilingue, tradotta cioè anche in inglese oltre che in croato, in modo che il messaggio arrivi anche a un pubblico di turisti e curiosi a prescindere dal paese di provenienza.

Impegno di Ui e UPT

Il Festival ha segnato anche il termine, con una cerimonia della premiazioni, del concorso video e letterario sull’istrioto. Si sono distinti per impegno e sapere, ed hanno avuto per questo premi in denaro e attestati di partecipazione, i vincitori Lorna Anna Novak (primo posto), Lorenzo Zanghirella e Noela Trento nella categoria dei ragazzi, nonché Odino Fioranti e Antonietta Benčić Petercol, primi ex aequo nella categoria adulti. La serata dello spettacolo ha portato sul palcoscenico i cori delle CI di Fasana e di Sissano, i gruppi folcloristici delle CI di Sissano, di Valle e di Dignano, la filodrammatica di Gallesano, e Riccardo Bosazzi nel duplice ruolo di presentatore e showman. Tra gli ospiti in sala, e prima ancora in piazza, Maurizio Tremul e Manuele Braico, a trasmettere il messaggio per cui l’Unione Italiana e l’Università Popolare di Trieste “ci sono e ci saranno sempre, per dare valore e linfa ad ogni iniziativa di recupero e mantenimento dell’identità istriana italiana”, qual è per l’appunto anche quella del Festival dell’istrioto di Sissano.

Daria Deghenghi

277 - Il Piccolo 02/10/14 Lettere -  BASTA CON LE MISTIFICAZIONI STORICHE DI ANPI E HONSELL

BASTA CON LE MISTIFICAZIONI STORICHE DI ANPI E HONSELL
Continua un po' alla spicciolata l'insediamento nel nostro territorio di cippi, monumenti e targhe dedicati dall'Anpi ai partigiani comunisti che hanno lottato contro i nazi-fascisti. Ma essi hanno lottato anche per far si che queste terre non fossero più italiane bensì jugoslave. Naturalmente nelle motivazioni si riportano sempre le mezze verità “eroiche”, mentre quelle “infamanti” vengono del tutto trascurate. Eppure queste mezze verità hanno significato la morte per persone che da italiani non condividevano questi intendimenti e vi si opponevano; per altre hanno significato deportazioni o internamenti nei campi di concentramento titini. Per tutti, se la lotta partigiana fosse andata a buon fine, ci sarebbe stato il mancato ottenimento della libertà e della democrazia, come avvenuto in Jugoslavia, dove si è dovuto attendere per averle circa 50 anni. E' tempo per l'Anpi di fare chiarezza: o riconosce che aver voluto queste terre jugoslave è stato un errore oppure deve mettere in evidenza che la lotta partigiana giuliana (e in parte friulana) aspirava a rendere jugoslave queste nostre terre.

L'Anpi deve ciò sia alle sue che alle altre vittime ed anche ai viventi. Nel frattempo eviti di fare false celebrazioni.
 
E tanto per rimanere sul filone delle mistificazioni, alla commemorazione, avvenuta il 7 settembre a Basovizza, di quattro presunti martiri sloveni il sindaco di Udine Honsell ha fatto un intervento a dir poco sconcertante dichiarando a chiare lettere che dobbiamo tutti sentirci partigiani sloveni ricordando il processo, a suo dire farsa, a questi quattro "eroi". E' arrivato perfino a dichiarare che i profughi italiani dall'Istria e la Dalmazia del dopoguerra sono vittime della tragedia della guerra imperialista fascista. Ora posso anche comprendere che da chi si presenta alle commemorazioni con una negazionista come la Kersevan non ci si possa aspettare un esempio di obiettività ma non credevo che si possa essere tanto ignoranti o in malafede da mistificare dei fatti storici e perfino chiedere che tali accadimenti vengano fatti conoscere nelle scuole.
 
Questo è anche il mio auspicio ma ovviamente riportando la realtà dei fatti e non delle falsità costruite ad arte. I quattro che loro chiamano "eroi" sloveni erano tre sloveni e un croato (da Sussak) che agivano sotto l'egida di una organizzazione terroristica (TIGR: Trst, Istra, Gorica e Rijeka, cioè le terre da conquistare con ogni mezzo) al soldo del regno di Jugoslavia, dove non esistevano partigiani comunisti ma nazionalisti avidi di conquista. Questi "eroi" hanno ucciso un lavoratore della stampa, ovviamente italiano e lasciato in poltrona a rotelle a vita gli altri tre feriti. Gli attentati "eroici" consistevano nel mettere ordigni esplosivi in asili e scuole sia italiani che sloveni tra cui anche la colonia della Lega Nazionale. Non sono "eroi" perchè hanno pagato con la vita, in seguito all'esecuzione della sentenza di un regolare processo al quale hanno preso parte anche osservatori stranieri. Le pene di allora prevedevano la pena di morte per gli assassini acclarati e gli stessi sono stati rei confessi.
 
Altri appartenenti all'organizzazione TIGR che pure hanno combinato grossi guai, hanno subito pene minori. Quel che è peggio, è che a questi assassini, giustiziati in base alle leggi vigenti all'epoca, vengono ogni anno tributati onori da istituzioni pubbliche e nelle celebrazioni partecipano la presidente della Provincia (è stata immortalata con tanto di fascia, quindi ufficialmente) e una serie di sindaci con fascia tricolore. Intervengono pure ministri della vicina repubblica di Slovenia, scortati da militari in divisa e portano una corona di plastica in omaggio. La cosa peggiore in assoluto è che è sempre presente Il labaro della rinata organizzazione TIGR e che nessuna autorità ha pensato di denunciare l'esistenza oggi di una organizzazione terroristica ed i suoi componenti (è registrata come associazione? qual è il suo fine previsto dallo statuto?) e tutto questo stomachevole teatrino viene propinato ai ragazzini delle scuole di lingua slovena ai quali fin da piccoli viene inculcato l'odio per l'Italia.

Urizio Luca  Presidente Lega Nazionale Gorizia

278 - Il Piccolo 06/10/14 Zara - In Consiglio si litiga su Calle Larga, interviene la polizia

In Consiglio si litiga su Calle Larga, interviene la polizia

ZARA Sempre più arroventato il clima politico a Zara, dove il consiglio comunale – in mano alle destre nazionalistiche – sta cercando di affossare l’iniziativa tesa al ripristino dello storico toponimo di Calle Larga. La principale via di Zara è intitolata Široka ulica, o Strada larga, un nome antistorico, che non piace ad una cospicua fetta di abitanti della città del maraschino. Proprio per riavere l’antico nome di Calle Larga, prima dell’estate era stata promossa la raccolta di firme, che aveva visto l’adesione di poco meno di 11 mila persone (Zara ha 76 mila abitanti), numero sufficiente ad inserire la questione del ripristino all’ordine del giorno del parlamentino municipale. L’argomento avrebbe dovuto essere trattato già nei mesi estivi, ma le autorità si sono rifiutate di rispettare quanto chiesto anche da 9 consiglieri cittadini, adducendo vari motivi per il mancato inserimento del tema nei lavori del parlamentino, la qual cosa ha fatto infuriare le opposizioni di centrosinistra e gli organizzatori della petizione. Anzi, quest’ultimi sono stati tacciati nei mesi scorsi di volere italianizzare Zara e di essere elementi anticroati. L’altro giorno il consigliere municipale di Azione Giovani (all’opposizione), Marko Pupi„ Bakra„, ha preso la parola nel corso della sessione del parlamentino, criticando con dure parole l’Accadizeta (centrodestra, al potere a Zara) e affermando che non tornerà al suo posto fino a quando il consiglio non avrà in agenda la delicata questione. Per ore gli addetti al servizio d’ordine a palazzo comunale hanno tentato di schiodarlo dalla posizione, ma senza risultati concreti e c’è voluto l’intervento della polizia in quella che sarà ricordata come una delle riunione più burrascose del consiglio cittadino di Zara degli ultimi anni. Pupi„ Bakra„ è stato portato in commissariato, assieme al suo collega partitico Ante Rubeša, unitosi a lui nella protesta. (a.m.)

279 - La Voce di Romagna 07/10/14 Libro - Gorizia - Poggiolini, un eroe romagnolo

UN LIBRO RICOSTRUISCE UN SECOLO DI PRESENZA DELLA GUARDIA DI FINANZA A GORIZIA
Poggiolini, un eroe romagnolo
FEDERICO SANCIMINO E MICHELE DI BARTOLOMEO 
partono dall’inizio della Grande guerra per arrivare alla caduta del confine con la Slovenia

Grazie a “Dal primo colpo di fucile all’ultima frontiera. La Guardia di Finanza a Gorizia e provincia: una storia lunga un secolo” edito da Leg (Libreria editrice goriziana), di Federico Sancimino e Michele Di Bartolomeo, è possibile conoscere le vicende delle Fiamme Gialle originarie dell’Emilia-Romagna che hanno combattuto nella zona del capoluogo isontino durante la Prima guerra mondiale. Tra i caduti da ricordare il sottotenente Ennio Poggiolini da Lugo. I due autori, in servizio presso il Comando provinciale della Guardia di Finanza di Gorizia, con un lavoro particolarmente approfondito e suddiviso per periodi storici, permettono al lettore di compiere un intenso viaggio nella storia del Corpo. Si parte dalla notte tra il 23 e il 24 maggio 1915, quando a Brazzano due finanzieri in servizio sul ponte del Judrio, allora confine tra il Regno d’Italia e l’Impero Austro Ungarico, esplodono i primi colpi, per poi affrontare le complesse e tormentate vicende del “Confine orientale” ed arrivare ai giorni nostri, quando per effetto dell’adesione della Slovenia, prima all’Unione Europea poi agli accordi di Schengen, è cambiato il tradizionale binomio finanziere - confine. Importanti documenti sono stati rinvenuti anche in archivi sloveni e croati.

Ennio Poggiolini nasce a San Lorenzo di Lugo nel 1888; conseguita la licenza tecnica decide di intraprendere la carriera militare. Così nel 1908, su invito del concittadino Tullo Masi, all’epoca comandante generale del Corpo, sceglie la Guardia di Finanza. Allo scoppio delle ostilità ha il grado di brigadiere ed è in forza al II Battaglione di frontiera. E’ promosso sottotenente sul campo e il 28 luglio 1916 riceve un encomio solenne per un’azione alla trincea dei Sacchi. Successivamente passa al XII Battaglione, nel frattempo unito al II. Muore nelle trincee di Nova Vas, nei pressi di Gorizia, la sera del 24 agosto 1916. Con Regio decreto del 26 ottobre 1919 alla sua memoria viene conferita la medaglia di Bronzo al Valor militare. Nella motivazione viene evidenziato che sprezzante del pericolo si offriva spontaneamente per il collocamento di cavalli di frisia ed istrici sul davanti delle trincee recentemente conquistate e fortemente battute dal tiro di fucileria.
Mentre ispezionava il tratto di fronte affidato al suo plotone, sempre incurante del fuoco avversario, cadeva colpito a morte. L’eroico ufficiale viene sepolto nel cimitero di Doberdò del Lago; la tomba viene individuata dalle sorelle Natalia, Diva e Maria, che riporteranno la salma a Lugo, dove verrà poi traslata nel cimitero monumentale. Sancimino e Di Bartolomeo pubblicano un passo significativo di una lettera di Poggiolini, inviata alla sorella Natalia, cui era molto legato. Il documento è stato fornito da Massimo De Giovanni, pronipote del valoroso ufficiale. I due finanzieri – ricercatori storici hanno contattato la famiglia del caduto ed è grazie a Massimo De Giovanni che si devono anche importanti notizie e l’immagine pubblicata.“Sono sempre in trincea; tutte le sere esco in servizio di esplorazione sulle rive dell’Isonzo è un servizio delicatissimo, sono nove notti che non riposo e ti giuro Natalia, non mi sento affatto stanco, per nulla avvilito. Il mio cuore palpita per quei 700 figli di madre che sono dietro di me nelle trincee oscure e basse i quali si fidano di me, dell’opera mia. L’orgoglio di sentirmi protettore di tantissimi individui nelle trincee, mi riscalda, mi dà la forza per tutto sopportare serenamente”. All’eroico ufficiale verrà intestata la caserma della Brigata di Colle Pietro, località fino al 1947 in provincia di Gorizia, oggi Petrovo Brdo in Slovenia, frazione del comune di Tolmin (Tolmino). L’edificio, individuato da Sancimino e Di Bartolomeo, è oggi adibito a casa di riposo.
A Poggiolini è stata anche intestata l’attuale caserma del Reparto tecnico logistico amministrativo Emilia Romagna di Bologna. Tra gli ufficiali emiliano romagnoli delle Fiamme Gialle che hanno preso parte alla Prima guerra mondiale, da ricordare anche Ivo Pesavento, nato a Comacchio nel 1876. Nel maggio 1915, con il grado di maggiore, viene posto al comando del XV Battaglione mobilitato. Durante il periodo bellico alterna il comando del Circolo (oggi Comando provinciale) di Bologna a quello dei reparti mobilitati con il grado di tenente colonnello. Nel novembre 1920, con il grado di colonnello, è assegnato quale ufficiale addetto alla Legione territoriale di Trieste, coadiuvando il comandante, il colonnello Sante Laria, che aveva combattuto sul Podgora rimanendo gravemente ferito. Con il grado di maggiore, dal 1925 al 1929, aveva comandato il Circolo di Gorizia Giuseppe  Giorgi, nato a Bologna nel 1879. E’ stato mobilitato con il XV Battaglione. Ha terminato la carriera nel 1936 con il grado di colonnello. Persirio Marini, nato a Ferrara, con il grado di colonnello, nel 1942 è destinato al comando della Legione di Trieste. Nel corso della Prima guerra mondiale era stato decorato con la medaglia di Bronzo al Valor militare per un’azione sul Carso svoltasi tra il 21 e il 24 luglio 1915. All’ufficiale verranno conferite anche due Croci di guerra al Valor militare. Nel 1948, dopo aver comandato la Legione di Udine, il colonnello Marini verrà destinato a quella di Bologna. E’ stato posto in congedo nel 1955 con il grado di generale di Brigata. Con decreto del presidente della Repubblica del 31 ottobre 2007 gli è stata conferita la medaglia d’Oro al Valore della Guardia di Finanza per il comportamento tenuto tra l’8 settembre 1943 e il 12 giugno 1945.
Per quanto riguarda il periodo dell’occupazione jugoslava di Trieste, si legge nella motivazione “mantenne contegno fiero e fermo contro gli occupanti che operavano arresti indiscriminati tra i suoi dipendenti, offrendosi al loro posto per ottenere la libertà. Luminoso esempio di attaccamento al Corpo, di altissimo senso di responsabilità e del dovere”. Tra gli episodi della Prima guerra mondiale che hanno visto protagonista la Guardia di Finanza in Emilia – Romagna, la cattura di un idrovolante austriaco. L’immagine pubblicata è stata fornita dal Museo storico della Guardia di Finanza grazie alla cortesia del direttore, il capitano Gerardo Severino. I fatti risalgono alla notte tra il 27 e il 28 maggio 1915. L’idrovolante austriaco L. 40 decollato da Pola per una missione di bombardamento su Venezia, in seguito alla rottura dell’albero motore, esegue un ammaraggio di emergenza nella palude di Volano, parte meridionale delle foci del Po. Il velivolo e l’equipaggio, composto dal tenente di vascello Woseck e dal guardiamarina Von Bachich vengono catturati da una pattuglia della Guardia di Finanza, che con un deciso intervento impedisce l’autodistruzione da parte dei due ufficiali. E’ il primo aereo nemico a venire catturato.

Successivamente il velivolo viene condotto all’idroscalo di Porto Corsini per la valutazione delle caratteristiche e la rimessa in efficienza del motore, “giudicato guaribile” in sette giorni. Dopo tre giorni, il 31 maggio, una commissione guidata dal tenente di vascello pilota Luca Scelsi ne accerta le caratteristiche superiori a quelle dei velivoli italiani e propone allo Stato Maggiore la riproduzione in serie, affidandone la costruzione alla ditta Nièuport Macchi di Varese. Così tra il 1915 e il 1917 verranno costruiti 136 Macchi L. 1 che differivano dal modello originale austriaco solo nel motore. Già a settembre verranno consegnati i primi dieci esemplari. Ed è proprio ai comandi di uno dei nuovi Macchi che il 22 dicembre dello stesso anno perderà la vita il tenente di vascello Giuseppe Miraglia, nato a Lugo, all’epoca comandante della stazione idrovolanti di Venezia. Miraglia era legato da fraterna amicizia a Gabriele D’Annunzio, con il quale aveva effettuato il 7 agosto 1915 un volo su Trieste.

Aldo Viroli


Si ringraziano per la collaborazione della Rassegna Stampa: L’Università Popolare di Trieste e l’Assoc. Nazion.Venezia Giulia e Dalmazia - ANVGD di Gorizia


Ultimo aggiornamento ( sabato 18 ottobre 2014 )
 
COINCIDENSE di Tullio Binaghi
Coincidense
Stamatina son andà fino in pescheria parché volevo crompar un poche de sardele de far in savor; là vicin iera un altro che sbisigava par cior qualcossa. «Ciao, Tulio, anca ti ti volevi cior sardele? Mi digo che le xe vece parché le ga l’ocio smorto e la pansa tenera». «Ti ga proprio ragion, le va ben par el gato. Crompo un pochi de barboni che me ga sempre piasso». «Ma che coincidensa trovarse qua, iera squasi una setimana che no se vedevimo».
Eco una coincidensa che pol capitar spesso, roba normale. Ma ’desso voio contarve de tre coincidense che ga lassà el segno o un bel ricordo nela mia memoria.
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ANTONIO BALLARIN PRESIDENTE DI FEDERESULI

E’ durato due ore e mezza nel pomeriggio di giovedì 2 ottobre, all’Hotel “Tritone” di Mestre, il Consiglio federale della Federazione delle Associazioni degli Esuli Istriani, Fiumani e Dalmati, che si riunisce a cadenza annuale. Vi hanno partecipato rappresentanti di tutti e cinque i sodalizi aderenti: Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD), Associazione delle Comunità Istriane, Associazione dei Dalmati Italiani nel Mondo - Libero Comune di Zara in Esilio (ADIM-LCZE), Libero Comune di Fiume in Esilio (LCFE) e Libero Comune di Pola in Esilio (LCPE). All’ordine del giorno c’erano la relazione del presidente uscente, alcune modifiche statutarie e l’elezione del nuovo presidente.
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STORIE E LEGGENDE ISTRIANE
 Anteprima
 
 Storie e leggende istriane rivivono nel libro di Maria Secacich
 
Un universo favolistico che attinge alla grande storia e ne addomestica personaggi ed eventi, quello della tradizione istriana quale emerge dal volume Storie e leggende istriane, ristampa del 2014 della tesi di laurea discussa da Maria Secacich all'Università Cattolica di Milano nell'anno accademico 1938-'39. Nata a Pola nel 1913, ne frequentò il Liceo Carducci. Conseguita la laurea, dopo pochi anni rientrata nella città natale, ebbe la cattedra di italiano, latino e greco nello stesso Istituto che l'aveva vista studentessa. A narrarne è in questo stesso volume un suo allievo, Iginio Udovicich, che l'aveva accompagnata da Capodistria a Fianona nelle sue ricerche sul campo, presso contadini e pescatori, paesi e borghi marittimi e interni della piccola penisola. E dunque li immaginiamo, la professoressa e il suo allievo, percorrere taccuini alla mano le vie di campagna e le rive, affacciarsi alle botteghe dei piccoli artigiani e distogliere gli uomini di mare dal rammendare le reti per raccontare le antiche storie orali, consapevoli – come scrive nella prefazione Udovicich – che «la leggenda non si cura delle "unità aristoteliche" di tempo, di luogo e di azione» ed invece proietta i suoi protagonisti «in avanti e indietro nel tempo, secondo le credenze popolari, a compiere misfatti o buone azioni in luoghi da loro mai frequentati». «Questa "atemporalità" – sottolinea il co-autore della presente edizione – è parte del fascino di queste storie; si attribuiscono allo stesso personaggio sia la costruzione di un tempio romano che il massacro dei Turchi».
Ultimo aggiornamento ( venerd́ 10 ottobre 2014 )
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